Il filosofo è una canaglia

Chi è il saggio? Raymond Queneau, lo scrittore francese che assistette ai seminari di Alexandre Kojève e ne curò la pubblicazione, sostenne che il saggio non è fuori dalla Storia, ma ai suoi limiti. Ed è incarnato dai personaggi dei suoi tre romanzi conosciuti con la definizione (kojèviana) di romans de la Sagesse: Pierrot del romanzo eponimo (Pierrot mon ami), “proletario disinteressato dai modi e dai gusti aristocratici”, il poeta di Rueil che “pur non pubblicando nulla ha successo” di Loin de Rueil, il soldato antimilitarista Valentin Brû della Dimanche de la Vie. In questi romanzi Queneau, in modo ironico e scherzoso, tratteggia il tipo del Saggio alla fine di una Storia che non è ancora finita. Ed è per questo che Kojève, che aveva comunque colto il tono faceto del suo brillante ‘allievo’, si chiese: “Com’è possibile che tre uomini abbiano raggiunto la saggezza, ossia il sapere assoluto, o meglio definitivo, in quanto totale, prima della fine della Storia?”. Ma la domanda sarebbe un’altra: com’è possibile che tre canaglie di tal fatta abbiano raggiunto la saggezza? È attorno a questa parola (‘canaglia’), che ruota tutta la faccenda. Tre canaglie volgari, banali e sgrammaticate. Possono tre canaglie conseguire la saggezza che spetterebbe ai filosofi?

Per rispondere occorre andare a un testo di Queneau del 1951 apparso sulla rivista di Sartre Les temps modernes, intitolato Philosophes et voyous. Kojève, nel recensire i romanzi della saggezza l’anno successivo, dimostra di ben conoscere quel saggio, e a ogni modo la sua preparazione può datare agli anni ‘30 e i suoi contenuti disseminati in varie opere di Queneau non erano certo ignoti al russo naturalizzato francese. Che cos’è un filosofo (un saggio), dunque? E cosa una canaglia? In che rapporto stanno il Saggio e la canaglia?

Nel saggio, Queneau raccontava di aver passato il periodo della ‘guerra fittizia’ (drôle de guerre) – tra l’attacco alla Polonia e l’inizio delle operazioni in Francia, durante la Seconda guerra mondiale (1939-1940) – insieme a un nutrito gruppo di ‘rifiuti’ dell’esercito francese: invalidi, comunisti, anarchici, matti. Si beveva molto vino rosso e si giocava a carte. Quando qualcuno di quei beoni gli chiese che lavoro facesse, risposte “il professore”, e quello di rimando “avevo sempre pensato che tu fossi un filosofo!” (non un ‘professore di filosofia’, proprio ‘un filosofo’). Ma dove altro aveva visto, Queneau, una tale accolita di filosofi? Ma certo, al Luna-Park! Lì c’era un’attrazione chiamata Le Palais du Rire: all’uscita una corrente d’aria sollevava le gonne alle ragazze, deliziando gli astanti. E pagando, ci si poteva sedere in prima fila. Quel luogo privilegiato si chiamava Entrée des philosophes. Il filosofo dunque ama le donne, il buon vino, ma anche masturbarsi, proprio come il ‘cane’ Diogene o come Onan. Ma è filosofo anche Socrate (l’“oziosa canaglia”), pederasta e cattivo sposo, vigliacco e fannullone, non fa altro che andare in giro dappertutto. E del resto da dove viene voyou (canaglia)? Da voie, a indicare colui che sta per la strada? Da voir? Ma allora cosa differenzia una canaglia da un filosofo, se Socrate, il filosofo, guardava ogni cosa e percorreva le vie andando ovunque, in giro? “Il y a donc un certain nombre d’analogies entre le voyou et le philosophe, mais aussi un certain nombre d’oppositions”. La canaglia e il filosofo si assomigliano, sono strettamente imparentati. Il Saggio è una canaglia, uno dai modi, e soprattutto dal linguaggio, volgari. Ma poi: chi dice che il filosofo debba necessariamente nascondersi nell’oscurità del gergo forbito e aulico? “Ma siamo proprio sicuri, ad esempio, che Socrate (oziosa canaglia?) ai suoi tempi non parlasse una lingua molto più vicina a quella del soldato Brû che non all’altra che possiamo ascoltare nella aule e nei salotti in cui ai nostri giorni si pronunciano i cosiddetti discorsi filosofici?”. Insomma, il filosofo è volgare, e “Il ritorno a tale lingua ‘volgare’ diventa perciò una delle condizioni del progresso sulla via della saggezza, e in ogni epoca ci sono stati dei filosofi che al momento opportuno operavano questo ritorno”.

Kojève qui si metteva sulla scia ironica di Queneau, il quale aveva esaltato la figura di questo Saggio quasi-post-storico dai tratti surrealisti (ma in aperta polemica col surrealismo), di questa canaglia filosofica che però non ha niente a che vedere con le vere canaglie (i nazisti, per esempio: la canagliocrazia di Hitler), o con i borghesi atteggiati in posa da canaglie, e che sfida la bella parola o l’oscura verbosità dei filosofi di professione attraverso la volgarità del linguaggio.

[*] Questo post è un estratto, riadattato, dal mio ultimo libro Eccedenza sovrana (Mimesis, Milano-Udine 2012)
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