Su Kojève (prima di Agamben)

agambenIl 15 marzo 2013 Giorgio Agamben, uno dei più importanti filosofi italiani, uno dei più conosciuti e tradotti esponenti della cosiddetta Italian Theory, ha pubblicato sulle pagine prestigiose di Repubblica un articolo dal titolo Se un impero latino prendesse forma nel cuore dell’Europa: torna attuale un’idea del filosofo Alexandre Kojève. A leggere l’articolo, si capisce benissimo che Agamben ha letto il saggio cui fa riferimento (si tratta dell’Esquisse d’une doctrine de la politique française) nella sua versione praticamente dimidiata, apparsa dapprima sulla rivista diretta da Bernard-Henry Lévy («La Regle du Jeu», I, 1990, 1) e poi anche in italiano (Il silenzio della tirannide, Milano, Adelphi, 2004). Perché dimidiata? Perché la versione originale di questo saggio, che Kojève scrisse per l’amministrazione francese e che è datato 27/VIII/1945, è più lunga. Ma prima Kojève stesso, poi la sua vedova, si opposero alla pubblicazione integrale.

alexandre_kojeveHo provato a spiegare le ragioni dell’imbarazzo e del divieto che quel saggio produsse, in un articolo apparso sul quotidiano Europa quasi 10 anni fa, nel 2004, ben prima di Agamben, e di certo con un accesso alla fonte più completo (dato che si dà conto proprio della parte inedita di quel saggio).

Ripropongo qui quel mio articolo, che poi approfondii sulla rivista Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, nel XXXV numero (2006). Forse sarebbe oggi il caso di mettere mano alla pubblicazione del saggio di Kojève nella sua versione integrale.

Una nuova idea di impero come entità politica(Europa, 29 maggio 2004) [*]

Il lessico filosofico politico e politologico contemporaneo si è arricchito, negli ultimi anni, di un termine antico a cui si è tentato di dare un senso nuovo: Impero. Protagonisti indiscussi di questo revival sono stati Michael Hardt e Antonio Negri i quali, col loro fortunato libro Empire, hanno tentato di cogliere la forma giuridica (la costituzione) di questa ‘nuova’ entità politica. La particolarità del lavoro di Hardt e Negri risiede nell’affermazione della perdita della dimensione spaziale del potere politico: l’Impero non ha alcun centro, né va confuso con l’imperialismo come tendenza egemonica di un singolo Stato-nazione (gli Stati Uniti), poiché esso è in ogni luogo, è ‘deterritorializzato’. L’ubiquità e la pervasività dell’Impero non sembrano però far altro che riproporre la critica alla globalizzazione capitalistica i cui germi erano già nel Manifesto del partito comunista. Il termine, nell’elaborazione del filosofo padovano e del suo collaboratore statunitense, è sembrato subito soffrire di una evidente debolezza concettuale e semantica. Mario Tronti ha parlato, a questo proposito, dell’Impero come di un’immagine, più che di un concetto. Ciò ne giustificherebbe l’impressionante capacità di fascinazione: è diventato molto facile imbattersi nel termine non soltanto nei cortei degli antagonisti, ma anche nelle pubblicazioni degli studiosi delle relazioni internazionali. Un contributo chiarificatore – volto a sgombrare il campo dai facili entusiasmi per un termine di cui già si abusa – proviene dal recente libro del massimo studioso italiano del neo-regionalismo Mario Telò (L’Europa potenza civile, Laterza), in cui l’autore con sobrietà e chiarezza frustra sul piano teorico (ma con abbondanti riferimenti empirici) le velleità dei nuovi teorici dell’Impero, suggerendo loro di riferirsi, più che a quel termine, alle nozione di ‘supremazia’ statunitense. La supremazia, sostiene Telò, si sostituisce nel XXI secolo alla gramsciana egemonia dal momento che quest’ultima – che ha caratterizzato il ruolo statunitense nei trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale – era una forma di consenso ‘corazzato’ dal dominio militare ed economico, laddove la prima è priva dell’elemento del consenso. Ma c’è qualcuno che ha parlato di Impero in un senso – forse – paradossalmente più vicino (mutatis mutandis) alle posizioni dei neo-regionalisti à la Telò che a quelle di Hardt e Negri. Il 27 agosto del 1945 il filosofo di origini russe naturalizzato francese Alexandre Kojève scriveva l’Esquisse d’une doctrine de la politique francaise (Lineamenti di una dottrina della politica francese). Questo testo è stato a lungo inedito, fino a che, nel 1990, la rivista diretta da Bernard-Henri Lévy La Regle du Jeu non ne ha pubblicato una versione ridotta, recentemente tradotta e pubblicata da Adelphi nel libro Il silenzio della tirannide. Kojève, che proprio dal 1945 cominciò a lavorare come chargé de mission presso il Ministero per il commercio estero francese, sostiene in questo scritto che nel Novecento la Storia ha tracciato un altro solco: così come il Medioevo era finito nel momento in cui l’evoluzione delle armi da fuoco aveva richiesto che la potenza tecnica ed economica degli Stati-nazione si sostituisse a quella dei signori feudali per poter affrontare le nuove guerre, allo stesso modo, nell’età contemporanea, gli stessi Stati-nazione non sono più in grado di mettere in piedi strutture militari efficienti se non entro un quadro politico ‘imperiale’. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica, secondo Kojève, hanno intuito tale cambiamento (anche grazie al ‘genio politico’ di Stalin e Churchill) creando gli Imperi russo-slavo e anglosassone. La Francia, per evitare il rischio di essere assorbita da uno di questi due Imperi, deve necessariamente porsi alla testa di un progetto analogo: la creazione dell’Impero ‘latino’. Il tramonto dello Stato-nazione impone non solo alla Francia la scelta di costituire l’Impero latino, ma anche alla Germania post-bellica di scegliere a quale Impero affiliarsi. E Kojève si dice sicuro dell’adesione della Germania all’Impero anglosassone per ragioni culturali e religiose (il protestantesimo). Kojève critica le prospettive socialista e liberale: entrambe, auspicando ora il passaggio dallo Stato all’Umanità, ora la riduzione dello Stato a mera entità amministrativa, non hanno compreso che “non si può saltare dalla Nazione all’Umanità senza passare per l’Impero” e che “prima di incarnarsi nell’Umanità, il Weltgeist hegeliano, che ha abbandonato le Nazioni, soggiorna negli Imperi”. Dunque l’avventura dello Stato-nazione è terminata, e attardarsi su un’idea nazionalistica di sovranità è una strategia fallimentare: “è l’epoca degli Imperi, cioè di unità politiche trans-nazionali, ma formate da nazioni apparentate”. Kojève definisce l’affinità tra le nazioni come un ‘fattore politico primordiale’, che niente ha a che fare con idee razziali, riguardando invece la lingua, la mentalità, la religione. Le nazioni latine apparentate (Francia, Spagna e Italia), sono accomunate nell’art des loisirs, nel ‘dolce far niente’ che promana però da un lavoro produttivo e fecondo, elemento centrale della mentalità latino-mediterranea. La parentela tra le nazioni latine deve concretizzarsi nell’Impero come unione economica e doganale, ma soprattutto come unione politica tutta tesa a esprimere un “principio direttivo unico in politica estera” (p. 29). Tutto questo dunque non ha nulla a che fare con un arido economicismo: il progetto dell’Impero latino è tutto politico, e le sue parole d’ordine sono ‘autonomia’ e ‘indipendenza’ politica rispetto agli Imperi concorrenti. Tale autonomia deve necessariamente essere ‘armata’: l’Impero latino necessita di un esercito unico. Ma Kojève – realisticamente consapevole del dislivello economico e militare tra l’Europa e gli Usa – non si fa sedurre da ideologie belliciste: l’esercito unico ha il solo scopo deterrente di assicurare all’Europa occidentale la pace e la stabilità in un quadro di autonomia politica e di neutralità militare rispetto agli altri Imperi. L’Impero latino sarebbe troppo debole per attaccare, ma “sufficientemente forte per imporre la sua neutralità”. Ma il progetto di Kojève ha un lato oscuro: esso non fa alcun riferimento alla Shoah, non si affranca dalla logica del dominio coloniale (anzi ne fa un punto di forza dell’Impero), si iscrive entro una cornice che richiama – nella sua funzione anti-tedesca – la Società delle Nazioni (nelle importanti parti inedite del dattiloscritto Kojève parla della Germania come la miniera carbonifera dell’Impero latino, relegandola al ruolo di ‘colonia’ di fatto della Francia e ipotizzando l’annessione a quest’ultima della regione tedesca della Saar e l’espulsione dei suoi abitanti tedeschi). E tuttavia, nella suo progetto, Kojève anticipa uno dei temi più interessanti della riflessione attuale sul rapporto tra l’Europa e le potenze mondiali: il multipolarismo. È qui che la riflessione kojèviana si avvicina a quella di Telò sul ruolo dell’Unione Europea: laddove i neocons americani parlano di ‘momento unipolare’, l’idea dell’Impero latino – con tutti i limiti indicati – va nella direzione di un multipolarismo che oggi trova nel neoregionalismo una delle migliori teorizzazioni.

[*] http://www.europaquotidiano.it/2004/05/29/una-nuova-idea-di-imperocome-entita-politica/

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