La catallassi ci salverà? Su Hayek (e dintorni)

HayekQualche anno fa Dario Antiseri, in un articolo su Friedrich A. von Hayek, scrisse che è stato proprio il massimo esponente del liberalismo del XX secolo “a sostenere le ragioni della solidarietà con i più deboli, gli emarginati, le vedove, gli orfani, gli handicappati fisici e mentali”, e tutto questo in ragione del fatto che “la Grande società può essere solidale perché è ricca” e che quindi da ciò discende “il dovere da parte dello Stato di venire incontro ai bisognosi d’aiuto”. La questione latente è quella della giustizia distributiva, ovvero di un sistema di redistribuzione delle risorse secondo principi di equità, uguaglianza etc.: è compito dello Stato occuparsi direttamente del benessere dei cittadini? Spetta a esso riallocare le risorse che il gioco del mercato assegna anche sulla base della fortuna, quando non della frode?

La risposta di Hayek a queste domande è negativa: il mercato non è giusto o ingiusto, esso è un fatto, e perciò non gli possono essere associati attributi che riguardano solo la condotta individuale, come la moralità o l’ingiustizia. Pretendere che il mercato sia giusto sarebbe, per Hayek, come chiedere a una pietra di essere morale. L’idea di Hayek è, invece, che la ricchezza debba essere distribuita secondo la logica inintenzionale del mercato, una logica che prescinde dai bisogni e dai meriti, ma non dalla fortuna e dall’audacia. In tutto questo non c’è spazio per una delle più scottanti questioni della filosofia politica di tutti i tempi, quella dell’eguaglianza. Questione rilanciata, negli stessi anni in cui Hayek scriveva la sua summa dal titolo Law, Legislation and Liberty, dal filosofo statunitense John Rawls, che nel suo libro A Theory of Justice riproponeva la questione dell’uguaglianza superandola, ovvero bollando come inefficace la prospettiva della uguaglianza delle posizioni di partenza (peraltro, e sorprendentemente, Hayek ebbe a scrivere che gli pareva che le differenze tra la sua posizione e quella di Rawls fossero “più verbali che sostanziali” e che l’opera di Rawls fosse interpretata “a torto, io credo – come un supporto alle richieste socialiste”). O, meglio, l’unica declinazione dell’uguaglianza ammessa da Hayek è quella formale: l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. In altri termini, Hayek offre cittadinanza non all’uguaglianza del primo e secondo comma dell’articolo 2 della nostra Costituzione, ma soltanto a quella concessa dai Sabaudi ai ‘regnicoli’ all’articolo 24 dello Statuto albertino del 1848. L’uguaglianza sostanziale per Hayek non è un affare che riguardi lo Stato, in quanto esso deve occuparsi esclusivamente di preservare l’ordine spontaneo della Grande società, ordine che si fonda sull’interazione spontanea e inconsapevole degli individui che – come nella Fable of the Bees del medico Bernard de Mandeville, che Hayek cita spesso – perseguendo fini individuali slegati da intenti collettivi, producono ricchezza e ordine in modo del tutto inintenzionale: vizi privati, pubbliche virtù è, non a caso, il sottotitolo dell’opera di Mandeville.

Hayek ha tradotto questa idea nel termine (peraltro già riproposto da Mises) catallaxy. Parafrasando e capovolgendo lo schema dicotomico di uno dei suoi grandi avversari — il giurista tedesco con trascorsi filo-nazi Carl Schmitt — Hayek ritiene che la catallassi (ovvero il meccanismo impersonale dello scambio di cui si alimenta il mercato) significhi non soltanto il fare affari, quanto anche il ‘rendere da nemici, amici’. L’idea è, in sostanza, che il mercato, il capitalismo, la competizione, il commercio rendano amici. Ci porterebbe lontano cercare di argomentare che questa tesi è semplicemente falsa. Basta solo rimandare all’analisi delle dinamiche violente e polemogene del mercato che sono sotto gli occhi di tutti.

Ma, tornando alla questione sollevata da Antiseri, che ruolo ha la solidarietà verso chi soffre, nel pensiero di Hayek? Quasi nullo, mi verrebbe fatto di rispondere. Come si diceva, per Hayek la giustizia e l’ingiustizia, la moralità e l’immoralità non possono che essere qualità esclusive degli individui. Il mercato non può essere giusto o ingiusto, anche quando esso produce sofferenze e distruzione. Solo fuori del mercato è possibile aiutare i più deboli. Solo attraverso una forma di carità – e non mediante sistemi di redistribuzione del reddito – è possibile ovviare ai danni (assolutamente a-morali) del mercato. La proposta di Hayek è di assegnare un reddito minimo garantito (in questo Hayek fu senz’altro all’avanguardia, peraltro) a coloro che non sono in grado di guadagnarsi da vivere all’interno di un ordine di mercato. Ma la scelta di adempiere a obblighi morali verso i più deboli deve, per Hayek, essere lasciata agli individui, e non imposta per legge, perché ogni misura politica che si presenti come ‘sociale’ è per Hayek ‘anti-sociale’, perché mina le basi della Grande società. Ciò che rende il genere umano un insieme unico non è la solidarietà, per Hayek, ma i legami catallattici.

Rimane da prendere in considerazione il tema che fa da sfondo a queste considerazioni: il rapporto tra economia e politica. È evidente che quando tenti di costruire un sistema coerente, ti capita di eliminare ciò che stride con esso. Ciò che Hayek ha eliminato è la dimensione della violenza come dato antropologico, la politica come conflitto. In Hayek, la politica si dissolve nell’economia mantenendo la residua funzione di tutore delle regole dell’ordine spontaneo. Lasciare al politico scarne funzioni amministrative – di direzione e coordinamento – presuppone che la vita economica si svolga senza conflitto, seguendo le regole giuridiche affermatesi secondo i meccanismi dell’ordine spontaneo. La realtà attuale, al contrario, ci propone l’estrema flessibilità delle regole giuridiche, al servizio degli interessi economici in un contesto di costante, spontanea scorrettezza. Hayek ha guardato all’ingerenza del potere pubblico nel diritto privato come il male assoluto. In realtà, invece, la minaccia promana dal passaggio dallo Stato di diritto a una litigation society nella quale prevalgono gli interessi del più forte, le strategie più spregiudicate, e in cui è ben lontana l’immagine di giudici imparziali e concorrenza corretta. Il mondo del diritto che spontaneamente si riproduce è oggi popolato di grandi law firms internazionali che continuamente svolgono azione di lobbying presso le corti, è attraversato in misura sempre maggiore da fenomeni di forum shopping e dalla crescente privatizzazione del diritto pubblico in funzione degli interessi dei grandi potentati privati. Se Hayek pensava alle dinamiche sociali come a un minuetto, si sbagliava. E tale errore rende la sua opera una lente deformante che non ci permette di leggere fino in fondo la realtà.

P.S.: proposi alcune delle riflessioni qui contenute (in particolare, quelle su economia e politica) su Il Sole24Ore-Domenica, 8 novembre 2007, p. IX, nello spazio delle lettere, in risposta a un articolo di Giuseppe Bedeschi. Nella controreplica, Bedeschi mi diede del paleo-marxista.

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  1. franco

    Hayek non puo essere piu la risposta alla società del nostro tempo perchè ha dimenticato il fenomeno della “psicosi finanziaria”. Ormai le infiltrazioni politiche o “personali” sono piuttosto forti. Solo in 5 anni sono cambiati 4 governi, 2 crisi nell’ Europa, Cipro e Grecia. Si sono creati meccanismi di dipendenza e di interferenza da parte di gruppi e collossi che inevitabilmente muovono idee politiche. Ma non è detto che applicando certi modelli finanziari per l’Italia sia sempre un bene.

  2. Libero

    In una società basata sull’assistenzialismo sociale, schiacciata da una pressione fiscale che ormai ha superato il 70%, con servizi fatiscenti, inefficaci e inefficienti, ormai utilizzati solo di chi ci lavora…….ci spieghi, caro franco, quando abbiamo avuto il libero mercato capitalista, cioè quel “sistema auto-organizzativo di cooperazione volontaria”?

    • francescomariatedesco

      L’ordine sociale è più complesso di come Hayek lo rappresentava, e Hayek peraltro lo sapeva e lo scriveva. Egli ragionava per idealtipi. Oggi noi ci troviamo in un sistema capitalistico ‘di Stato’, paradossalmente, ovvero in un sistema che delega all’ordine del mercato l’organizzazione della società. Per fare questo, c’è bisogno dell’intervento dello Stato, un intervento ‘a scomparsa’, diciamo…

  3. Libero

    L’intervento dello Stato, anche se ‘a scomparsa’…può funzionare solo nel breve periodo perché nel medio/lungo tenderà sempre all’egemonia fino a creare il ‘capitalismo di Stato’ (forse più corretto chiamarlo sistema socialista, o monopolio) in quanto porta con se una distorsione che nel Libero Mercato non esiste, nè esisterà mai, le leggi le fa un solo soggetto senza cooperazione volontaria auto-organizzata. Come dice Hayek, i dipendenti statali dovranno essere semplicemente degli impiegati che adempiranno i loro compiti senza potere sul Mercato. Parafrasando la Rand: gli Statali dovranno occuparsi solo dei tribunali, per dirimere le controversie che potrebbero nascere (e nasceranno sicuramente perché il Mercato, come detto, non può essere né Giusto, né Ingiusto) nell’adempimento dei Liberi Contratti Commerciali, e saranno remunerati attraverso la tassazione dei suddetti contratti semplicemente applicando un bollo in percentuale al controvalore della transazione. Se ci saranno controversie, i Tribunali, superpartes perché sostenuti da entrambe le parti in discussione, non dovranno fare altro che obbligare gli attori a rispettare gli accordi stipulati.
    La Politica, infine, non ha avrà più alcun senso e saranno gli Individui stessi che ne faranno a meno.
    (Il discorso è molto ampio e dovremmo soffermarci non solo sul Liberalismo da cui nasce l’articolo ma occorrerebbe addentrarci in ogni sfaccettatura del Libero Mercato: dal Libertarianesimo al Volontarismo, dal Minarchismo all’Anarcocapitalismo, fino ad arrivare all’Anarcocristianesimo e la scuola di Salamanca)

  4. Franco

    Mah..ci sono innumerevoli dettagli che vanno presi in esame. Hayek generalizza una situazione che è infinitamente piu complessa e propone un modello che non riflette bene la realtà.
    Le cose si cambiano vivendo le situazioni dentro-fuori e interagendo non solo con le persone, ma con un ‘essere coscienza’.
    L’idea del ‘contatto’, delle relazioni e della ‘competitività’ che il mercato libero ha proposto è stata una rivoluzione, ma ha contribuito anche all’ instaurazione di una memetica che ha ingannato e truffato miliardi di persone. E non si dire che il mercato sia neutro perchè il prezzo dell’insalata i clienti al kg la pagano 0,50-1€ mentre i fornitori tipo Coop e altre aziende 1 o 2 centesimi.
    Sono le proporzioni, il rapporto dei prezzi che non funziona. D’altronde lo ha già dspiegato bene Shiller in ‘Euforia Irrazionale e molto spesso ci troviamo non nelle cose semplici, ma in una gigantesca bolla speculativa gonfiata da quelche cervellone o ministro di turno.
    Lo Stato è il Mercato

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