Thatcher e Hayek (e Pinochet) ovvero Le relazioni pericolose

La leggenda narra che nel 1975, durante una visita al Conservative Research Department, Margaret Thatcher, neo-eletta alla guida dei tories, interruppe il suo speech per estrarre un libro dalla sua borsa ed esclamare “Questo è ciò in cui crediamo!”, dopodiché lo sbatté con forza sul tavolo. Si trattava della Constitution of Liberty di Friedrich A. von Hayek.

thatcher

All’epoca Hayek era un distinto signore di 76 anni che aveva appena ricevuto (l’anno prima) il Premio Nobel per l’economia assieme a Gunnar Myrdal, quando ormai da decenni il suo interesse per la teoria economica aveva lasciato il campo a una più generale e sistematica attenzione alle scienze sociali tout court. La profonda insoddisfazione nei confronti della teoria dell’equilibrio generale e della spiegazione che del fenomeno economico essa forniva aveva fatto evolvere gli interessi di Hayek verso il più ampio tema dell’ordine spontaneo già tra la fine degli anni Trenta e la prima metà dei Quaranta. L’enorme successo delle teorie di Keynes aveva fatto il resto.

Eppure Hayek avrebbe avuto la sua rivincita, ispirando – in una misura non ben determinabile, peraltro – le politiche economiche, e più in generale la visione del ruolo dello Stato dei governi liberisti della ‘lady di ferro’ in Gran Bretagna e dell’attore hollywoodiano che di lì a poco sarebbe diventato il 43° presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan.

Ci sarebbe poi da dire dello strano e inquietante rapporto tra Hayek (e più in generale della Scuola di Chicago, cui egli peraltro non appartenne mai) e il governo cileno del generale golpista Augusto Pinochet Ugarte. Rapporto documentato da una lettera proprio di Margharet Thatcher a Hayek del febbraio 1982 in cui il primo ministro britannico, pur conscio dei legacci imposti dagli ordinamenti democratici e dell’esigenza, in essi, di un alto tasso di consenso, scriveva che “The progression from Allende’s Socialism to the free enterprise capitalist economy of the 1980s is a striking example of economic reform from which we can learn many lessons”. Ma soprattutto, documentato da un’intervista rilasciata da Hayek al giornale di Santiago del Cile El Mercurio il 19 aprile 1981. In quell’occasione Hayek, in veste di presidente onorario del Centro de Estudios Públicos cileno, parlò del ‘miracolo economico’ cileno e ripropose poi la sua doppia dicotomia: secondo Hayek il liberalismo si oppone al totalitarismo, mentre la democrazia si oppone all’autocrazia. Con la conseguenza che un governo autoritario può, secondo Hayek, ben essere liberale. È evidente il riferimento al regime di autoritarismo liberista di Pinochet.

Ma indulgere in dati biografici, seppure serve a gettare maggiore luce sulla vita e le convinzioni personali di un autore, non ha molto senso qui, dove ciò che è richiesto è fornire un’interpretazione non tanto di ciò che Hayek ha fatto, quando di ciò che egli ha scritto. È del tutto evidente che svolgere quest’ultimo compito richiede di tenere sempre presente anche la sua condotta individuale, ma farlo con eccessiva solerzia ‘ingesserebbe’ per sempre le posizioni di un autore rendendole inservibili a qualsiasi altro scopo che non sia di spicciola polemica politica. E, polemiche a parte, Hayek fu, qualche decennio fa, uno degli ispiratori – si è detto in misura non quantificabile – delle politiche liberiste dei governi di mezzo mondo, e cessarono per un po’ quel clima di ‘derisione’ e quella pregiudiziale ideologica che lo avevano tenuto in qualche misura tra le figurine dei ‘cattivi maestri’.


[Estratto da Francescomaria Tedesco, La critica neoliberale allo Stato sociale: Hayek e dintorni, in C. De Boni (a cura di), Lo Stato sociale nel pensiero politico contemporaneo, vol. III, Il Novecento, FUP, Firenze 2009]

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