Dahrendorf, Thatcher e le tigri asiatiche

dahrendorfUna delle formulazioni del relativismo più discusse negli ultimi decenni è quella dei ‘valori asiatici’, attorno ai quali è sorto un fitto dibattito che ha in qualche misura toccato tutti i temi significativi del più generale dibattito sul relativismo dei diritti umani. L’espressione Asian values indica la posizione critica espressa – a partire dai primi anni Novanta del Novecento – dai rappresentanti di numerosi Stati asiatici nei confronti della concezione ‘occidentale’ dei diritti umani e, più in generale, dell’assetto politico, sociale ed economico degli Stati occidentali.

La dottrina dei valori asiatici mette polemicamente in questione l’assunto dell’universalità e indivisibilità dei diritti umani. Il requisito dell’universalità si enuclea nell’affermazione che tali diritti, come enuncia la Dichiarazione universale, spettano a tutti gli esseri umani in quanto tali, «senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione» (art. 2, comma I). Per ciò che concerne l’indivisibilità dei diritti (civili, politici ed economico-sociali-culturali), si ritiene che la cultura giuridica occidentale – che pure, per ragioni storiche e ideali (il costante tentativo di arginare i poteri dello Stato a favore dell’autonomia dell’individuo), pone l’accento sui diritti civili e politici – tenda a considerare interdipendenti le tre categorie, nel senso che conferire i diritti civili e politici conculcando quelli sociali (e viceversa) significherebbe minare l’intero impianto dei diritti umani. Quest’ultimo, in altri termini, sta o cade a seconda che il ‘pacchetto’ dei diritti che lo compone includa tutti insieme i diritti civili, politici e sociali oppure no. I sostenitori degli Asian values ritengono invece, da un lato, che la pretesa universalità dei diritti sia il risultato di un atteggiamento etnocentrico, neo-coloniale e ‘missionario’ di un Occidente che propone come universali valori e diritti che sono il risultato storico di una particolare cultura politico-giuridica; dall’altro, che l’indivisibilità, postulando l’interdipendenza tra le tre categorie dei diritti, non tenga conto delle peculiarità delle società asiatiche protese verso il conseguimento dello sviluppo economico e sociale prima che civile e politico. Corollario di questa duplice critica, la rivendicazione dell’inviolabilità del principio di sovranità: le controversie sui diritti umani, nella logica degli Asian values, devono essere oggetto di domestic jurisdiction. Dunque gli Asian values da un lato sono espressione di una posizione relativista; dall’altro affermano che esiste una precisa gerarchia dei diritti, con al primo posto i diritti sociali ed economici, e solo dopo quelli civili e politici. In sintesi, lo sviluppo economico prima di tutto!

Tuttavia, alquanto paradossalmente, i valori asiatici hanno permesso alle ‘tigri asiatiche’ di aderire in tutto e per tutto all’economia di mercato nella sua forma più virulenta, fatta anche di crisi e di tracolli, piuttosto che allontanarle dall’Occidente. In realtà vi è una coincidenza piuttosto forte, trasversale, di ‘classe’, degli interessi delle economie ‘occidentali’ e di quelle ‘orientali’, e i valori asiatici hanno rappresentato uno strumento di connessione tra le due, permettendo loro di praticare politiche economiche liberiste senza il vincolo rappresentato dai diritti umani. Si tratta di un modello di autoritarismo industriale, economico e finanziario che non è certo esclusivo dei paesi del Sud-est asiatico, e che l’Occidente ha ben conosciuto e continua a esperire o quanto meno a vagheggiare. Ralf Dahrendorf ha associato l’‘autoritarismo industriale’ asiatico alle esperienze della Germania imperale o alle politiche economiche dei governi Thatcher e Berlusconi (cfr. R. Dahrendorf, Economic Opportunity, Civil Society, and Political Liberty, UNRISD “Rethinking Social Development”, Copenhagen, March 11-12, 1995; trad. it., Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 45-56)

[estratto da Francescomaria Tedesco, Diritti umani e relativismo, Laterza, Roma-Bari 2009, cap. 2]

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