Sventura lontana. Come funziona la nostra sensibilità di fronte alle tragedie

Il terremoto di Lisbona del 1755

Il terremoto di Lisbona del 1755

Denis Diderot, portando alle estreme conseguenze le riflessioni aristoteliche sulla distanza contenute nella Retorica e nella Poetica, sostenne che “la distanza nel tempo o nello spazio indebolisce ogni sorta di sentimenti, ogni forma di coscienza, perfino quella del delitto. L’assassino, finito sulle rive della Cina, non è più in grado di scorgere il cadavere che ha lasciato sanguinante sulle rive della Senna”. Chateaubriand dal canto suo, ‘rispondendo’ a Diderot, pose il dilemma morale se fosse possibile non provare compassione per un mandarino cinese che potesse essere ucciso da un francese con un solo cenno della testa, rimanendo a casa propria, per poterne ereditare poi le ricchezze. Il Rastignac di Père Goriot di Balzac, poi – attingendo forse a Chateaubriand, ma attribuendo erroneamente la storiella a Rousseau – chiede all’amico Bianchon se sia disposto a uccidere il mandarino in Cina senza muoversi da Parigi, con un solo cenno del capo, per arricchirsi.

La questione della simpatia e della distanza è discussa anche nell’ambito della filosofia britannica del XVIII secolo. In Hume, la simpatia è intesa come quel meccanismo che insegna “a non considerare le situazioni dal nostro esclusivo punto di vista e da quello dei nostri più stretti congiunti, ma anche da quello degli altri”.

L’esempio della Cina — il luogo lontano per eccellenza, l’alterità geografica e morale assoluta — era presente già nella Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith: “supponiamo che il grande impero della Cina, con le sue miriadi di abitanti, venga improvvisamente inghiottito da un terremoto”. Secondo Smith, la reazione dell’europeo compassionevole sarebbe inizialmente stata quella di rimanerne scosso. Ma “Se domani dovesse perdere un mignolo, stanotte non dormirebbe; mentre ronferà pacificamente sulla rovina di un centinaio di milioni di fratelli, purché non li abbia mai visti”.

In generale, la discussione verteva sulla possibilità che i sentimenti morali come la simpatia e la compassione potessero scemare all’aumentare della distanza nel tempo e nello spazio, o se non esistesse invece qualcosa come una legge universale (o generale, o naturale) che prescrivesse la compassione anche per coloro che sono distanti. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, come potremmo far dire a Diderot (si ricordi che per Diderot i ciechi sono privi di sentimenti morali perché la loro menomazione sensoriale li rende ‘distanti’ dal dolore altrui, di cui non percepiscono distintamente l’entità)? Oppure è vero, come sostenne Chateaubriand, che di fronte al dilemma del mandarino la coscienza avrebbe risposto con una tale violenza da non far dubitare di poter provare compassione a prescindere dalla distanza?

Con la globalizzazione degli interessi che conseguì alle scoperte dei nuovi continenti, le cose che accadevano in Giamaica – per riprendere Hume (e in contrapposizione a Diderot) – diventavano rilevanti anche per il mercante delle Indie Occidentali; ma dal punto di vista dei sentimenti morali? Secondo Henning Ritter, che su questo tema ha scritto un interessantissimo saggio dal titolo Sventura lontana. Saggio sulla compassione (Adelphi), “non fu più sostenibile ritenere moralmente irrilevanti le azioni che avvenivano nelle terre più remote”. E tuttavia, se già in Hume il silenzio sulle implicazioni morali e giuridiche della questione smentiva tale assunto,

Oggi questo silenzio ci colpisce. Sappiamo che il guadagno di alcuni può provocare, più o meno direttamente, le sofferenze di altri esseri umani lontanissimi, costretti alla miseria, alla denutrizione o addirittura alla morte. Ma l’economia è soltanto una tra le possibilità che il progresso ha messo a disposizione per influire a distanza sulle vite di altri esseri umani. Nella versione più diffusa, il mandarino cinese può essere ucciso semplicemente pigiando un bottone.

per citare il Carlo Ginzburg di Uccidere un mandarino cinese (in Occhiacci di legno). La versione ‘tecnologica’ del mandarino ucciso tramite la pressione di un pulsante è di Ernst Jünger, il quale la usò nell’Operaio per tracciare la differenza tra i rapporti ‘concreti’ con l’umanità, gli unici possibili, quelli con uomini a noi prossimi, e i rapporti ‘astratti’, tipici dell’uomo borghese. Questa critica dell’astratto umanitarismo risuona anche nella famosa affermazione che Carl Schmitt riprese da Proudhon: “Chi dice umanità, cerca di ingannarti”. Fu proprio Schmitt a elaborare, nel Nomos della terra, una riflessione sulla distanza che tenesse conto delle stridenti contraddizioni a cui poneva dinanzi l’allargamento dell’orizzonte a spazi lontanissimi. Schmitt delineò una storia dell’evoluzione degli ordinamenti spaziali che confinava l’etica all’interno delle amity lines.

D’altro canto Terry Eagleton ci ricorda in modo ustorio di Montaigne, sostenendo che egli rispettava relativisticamente le culture ‘altre’ senza avvedersi delle membra di un ugonotto squartato sparse davanti alla sua porta. L’argomento è rousseauiano: è proprio Rousseau a sostenere che lo spaziare della ragione, dell’intelletto rende il filosofo sordo alle urla di un uomo ucciso sotto la sua finestra, di fronte alle quali egli reagirà calandosi il berretto da notte sulle orecchie. In altri termini, ampliare troppo la riflessione filosofica facendosi carico di una compassione universale rende insensibili alle sofferenze.

E tuttavia il mondo come lo conosciamo oggi non è più attraversato da distanze insormontabili. Pur volendo rifuggire dalla retorica del ‘villaggio globale’ interconnesso, è indubbio che le distanze si siano notevolmente ridotte, e che il dolore degli altri, anche quelli lontani, arrivi ai nostri sensi con molta maggiore facilità di quando Diderot e Rousseau scrivevano le loro opere.

Ciò che tuttavia colpisce è il criterio in base al quale la nostra condizione emotiva si modifichi rispetto a diverse tragedie, tutte più o meno ‘lontane’. Viene fortissimo il dubbio che la nostra sensibilità coltivi un nesso molto stretto coi media che ci raccontano le sventure che avvengono lontano dal portone di casa nostra, e che quanto più è massiccio il racconto — anche per immagini — di quelle sventure, tanto più i nostri sentimenti morali ne vengono influenzati.

E così capita che ci colpisca una vicenda ‘oggettivamente’ meno grave (alcuni civili morti) che una in cui periscono centinaia di persone la cui sorte non è coperta da smartphone e telecamere. Certo questo non vuol dire che le tragedie con meno vittime vadano ignorate in nome della ricerca del male assoluto, poiché ogni tragedia, ahinoi, ne ha talvolta una più grande o di fronte o alle spalle.

Ma è opportuno interrogarsi su come funzioni la nostra sensibilità per la sventura lontana.

[estratto rielaborato da Francescomaria Tedesco, Diritti umani e relativismo, Laterza, Roma-Bari 2009, cap. 2]

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