Non c’è Nord senza Sud

PRESENTAZIONE DEL MANIFESTO PER IL SUD NELLA CRESCITA DELL'ITALINegli ultimi vent’anni la questione meridionale è stata al centro del dibattito pubblico più come riverbero della cosiddetta ‘questione settentrionale’ che per la sua oggettiva dirompenza sociale, economica, culturale, politica. I partiti politici di impostazione ‘localistica’, dediti a coltivare sogni di piccole patrie pure e incontaminate, tra riti alla fonte del ‘dio Po’ e minacce di imbracciare il fucile, hanno dettato un’agenda nella quale la questione meridionale era solo il rovescio malato dei mali del Nord, e il Sud era solo la sanguisuga da sfamare con continue elargizioni pubbliche del corrotto governo centrale di ‘Roma ladrona’. Come sia andata a finire per quei partiti, è storia recente. Rimane il fatto che riuscire a disincagliare il dibattito da quelle secche non è cosa facile. Ci ha provato, con un agile quanto documentato libretto, Carlo Trigilia, sociologo economico dell’Università di Firenze: Non c’è Nord senza Sud. Perché la crescita dell’Italia si decide nel Mezzogiorno (il Mulino, Bologna 2012).

Trigilia inizia mettendo in discussione alcuni assunti della pamphlettistica recente sul Meridione, volti a dimostrare la tesi di un Sud avanzato che deperisce per lo sfruttamento ‘coloniale’ di un Nord vorace. Tesi che riprende e capovolge, tutto sommato, l’assunto leghista di un Nord vampirizzato dal Sud spendaccione. Ma andando al di là del dibattito sulla fase postunitaria, e prendendo in esame il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, Trigilia – che non minimizza affatto il pericolo, denunciato dai primi meridionalisti classici, di una ‘meridionalizzazione’ del Nord, che oggi avviene anche attraverso la colonizzazione da parte delle mafie – discute le due spiegazioni più diffuse sulle ragioni del sottosviluppo del Sud: l’insufficienza di trasferimenti dal centro (l’intervento dello Stato) e la scarsa diffusione di quello che viene definito ‘capitale sociale’ e che ha avuto consacrazione con la formula ‘familismo amorale’ (a volte tuttavia diventando un argomento ‘liquidatorio’ buono per ‘vincere’ ogni discussione sul Meridione) attraverso lo studio di Banfield sulle basi morali di una società arretrata. Trigilia propende per la seconda delle due spiegazioni, pur non sottovalutando il fatto che l’intervento dello Stato, che si è avuto e in misura massiccia, non ha risolto i problemi poiché più che intervenire sulle questioni strutturali, ha inciso sulla spesa corrente e ordinaria, assorbendo quantità ingenti di denaro che si sarebbe potuto utilizzare diversamente. Ed è quest’ultimo il nodo centrale dell’argomento di Trigilia: perché quei denari sono stati sperperati tra clientele, corruzione, ‘cattedrali nel deserto’, velleitari sogni di industrializzazione? La risposta del sociologo sta nella pochezza della classe dirigente meridionale, scarsa di quello spirito pubblico di cui necessitano gli amministratori che intendano fare il bene del territorio che amministrano.

È evidente dunque che le due spiegazioni prospettate storicamente sono insufficienti; così come è evidente che centrale è il ruolo della politica, ammesso che voglia rinunciare al clientelismo (Trigilia parla di ‘esercito elettorale di riserva’, parafrasando ironicamente Marx per denunciare lo sfruttamento del sottosviluppo a fini elettoralistici anche e soprattutto da parte della politica centrale). È qui che la proposta di Trigilia pare perdere un po’ d’aderenza con la realtà, poiché oltre a non fare realisticamente i conti con la storia di un Sud manipolato dalla politica centrale e locale a fini elettoralistici, e dunque difficilmente disancorabile da quelle logiche, punta tutto su un nuovo spirito pubblico che, pur non volendo insistere su un rozzo determinismo economicistico, è difficile far fiorire senza che cambino le condizioni materiali dell’esistenza. Non basta investire in formazione e istruzione, e poi aspettare che la società civile si muova. Tanto più che di questi investimenti non vi è traccia, e anzi i governi tutto fanno tranne che investire in formazione e istruzione. Certo, questo non può essere un alibi. Ma neanche si può pensare che senza investire per far diminuire la disoccupazione giovanile o bloccare l’emorragia migratoria, per dirne due, possa fiorire un nuovo spirito pubblico dalle doti salvifiche per il Sud. Se poi ci si aspetta un’auto-riforma della politica, che porti i partiti a espellere autonomamente le tossine, le cronache recenti dicono tutt’altro. E quando la magistratura prenderà un po’ più di fiato e di coraggio, al Sud si scoprirà una classe politica tanto corrotta da far impallidire “er Batman”.

 [Ripropongo qui la mia recensione al libro del neo-ministro per la Coesione territoriale Carlo Trigilia, apparsa sull’Indice dei libri del mese – il blog]

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