Scene di lotta di classe su Twitter

a-master-of-the-universe-bond-trader-sees-his-life-crumble-after-running-over-a-black-kid-while-driving-through-the-bronxEnrico Mentana lascia Twitter. Accusa di aver ricevuto troppi insulti, per di più da parte di anonimi. Tutto ha origine il giorno dopo lo speciale di La7 sulla morte di Andreotti — proiezione del Divo di Sorrentino e a seguire dibattito con Giuliano Ferrara e Antonio Padellaro condotto dallo stesso Mentana –, quando Mentana pubblica una nota su Facebook accusando i propalatori di notizie false, non verificate, calunniose. La notizia falsa sarebbe l’affermazione fatta da Ferrara nello studio di Mentana secondo cui la mafia sarebbe “l’essenza della Sicilia”. Mentana va su tutte le furie, si dimena: Ferrara non avrebbe potuto dire quella frase davanti a me senza che io gli dicessi niente. Uno sussurra la calunnia e gli altri, i pappagalli, gli vanno dietro.

Peccato che Ferrara, come ha ampiamente dimostrato ‘la Rete’ sia su Twitter che altrove (basta prendere il video di quella serata, pubblicato tra gli altri dal fattoquotidiano.it), quelle cose le abbia dette sul serio. E le abbia poi confermate in lungo e in largo. Dunque non si è trattato di un ‘fattoide’, ma di un fatto.

La questione in sé, comunque, non è molto rilevante: cosa abbia detto Ferrara e cosa gli abbia opposto/risposto Mentana è una curiosità che dura un certo numero di click, poi si sgonfia davanti all’evidenza.

Ciò che conta è rilevare come Mentana si sia inserito sul solco di un atteggiamento critico che potrei provocatoriamente definire “la lotta di classe (dei ricchi contro i poveri) su Twitter”.

In effetti su Twitter esiste una nobiltà che si misura sulla base non solo dei followers, ma anche dei following, e le due cose stanno in un rapporto inverso: quanti più followers hai, tanto più celebre sei (a ragione o no, nel senso che in un’epoca warholiana come la nostra  Twitter crea mostri tanto quanto il palco dell’assemblea Pd, dove basta che una ragazza friulana si affacci e dica cose contro la classe dirigente per diventare la più votata alle Europee nella sua circoscrizione); quanti meno following hai, tanto più nobile sei.

Così che il grado massimo di nobiltà è seguire solo una persona, magari Papa Francesco o Obama.

I nobili di Twitter cinguettano continuamente tra sé, e non solo per ragioni ‘strutturali’ (impossibile seguire tutti, rispondere a tutti, abbiamo un lavoro, noi!). Il popolino è lì, col naso attaccato alla vetrina, e guarda i nobili scambiarsi buffetti o guanti di sfida, prendere il the o fare a capelli. I nobili di Twitter hanno paura della plebe: il popolino è volgare, la gente è greve, e soprattutto la gente è troppa, e tra tutta questa gente ci può sempre essere qualcuno che si mette in testa strane idee, tipo che i nobili non hanno sempre ragione, che i nobili non sono i migliori fichi del bigoncio, che i nobili possono sbagliare. E magari si mettono in testa di scriverlo. No, non su un muro di una città o su un blog con 3 gatti, ma sul profilo del nobile di turno!

Il nobile ha paura, è come se la limousine improvvisamente si fermasse en panne in mezzo al mercato e il nobile fosse costretto a scendere: v’immaginate tutti quei villani, zotici, ignoranti? Si può sempre reagire con uno ‘sciò’, o uno ‘smamma’? Si può sempre dire ‘ignoranti’, ‘informatevi’, ‘lei non sa chi sono io’? Troppo tardi: la limousine è ferma nel bel mezzo del mercato, il nobile è lì, qualcuno lavora tra le guance un pastoso sputo, qualcun altro — più educato — cerca risposte o vorrebbe fare domande. Ma non c’è modo: il nobile è nel panico, dove sono i suoi amici? Che ci fa dall’altra parte della vetrina?

I ‘duri’ resistono, spintonano, è tutto un ‘ma va’ là!’, ‘informati!’, ‘ignorante!’, ‘energumeno!’. Qualcuno si impaurisce (anche perché nei mercati c’è sempre qualche malintenzionato), molla, gli cedono i nervi, ha bisogno di una tisana, di rinfrancare lo spirito, di tornare tra pari. Dov’è Jeeves?

E allora scrive agli amici, dice che non ce la fa più, che tutta quella folla (aveva ragione Le Bon) lo ripugna. Stende un cahier de doléance. Ma non può affiggerlo nel mercato. Qualche villico ci disegnerebbe sopra un paio di corna, una frase ingiuriosa. No, nessuno deve osare.

Bisogna che questi trogloditi capiscano. Non siamo tutti uguali! La democrazia è una favola, l’uguaglianza una illusione. Il giornale del Circolo della caccia andrà benissimo. Lì nessuno imbratterà con infamie e contumelie le parole di un aristocratico. Nessuno oserà.

L’aristocratico sprofonda nel sedile in pelle della limousine. La macchina riparte. Lui sospira. Riprende fiato. Si dà due schiaffetti, prende uno schotch dal minibar, si guarda nel vetro oscurato e si piace. E’ o non è pur sempre, e ancora, un Master of the Universe?

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