#Corigliano

“Sono nata in Calabria 30 anni fa” è l’incipit della lettera che Francesca Chaouqui, Direttore delle relazioni esterne di una multinazionale, ha indirizzato al blog del Corriere della Sera La 27esimaOra per commentare l’uccisione di Fabiana Luzzi, giovane cittadina di Corigliano Calabro (in provincia di Cosenza, Calabria) ammazzata barbaramente dal suo ‘fidanzato’, pare a seguito di un rifiuto della giovane di sottostare a un rapporto sessuale.

La lettera prosegue: “Dalle nostre parti si fa voto a San Francesco di Paola per avere un maschio, in Calabria tutte le donne vogliono un figlio maschio, ancora oggi” (corsivi miei).

Non mi soffermerò oltre sul contenuto della lettera, che comunque prosegue col tono accusatorio di chi conosce bene la realtà che narra, e ne vuole prendere le distanze, stigmatizzarla.

Ma la domanda è (dando per assodata la buona fede): è sufficiente vivere in un posto, o esservi vissuti (o addirittura soltanto nati), per conoscerlo (e narrarlo)?

In antropologia ed etnografia si parlerebbe di ‘informante nativo’ come colui che, provenendo da un contesto, è testimone, narratore affidabile, ‘autorizzato’, di quel contesto. Tuttavia, un importante studioso come Edward Said, nel discutere il suo magistrale saggio sull’orientalismo, ha coniato l’espressione ‘esclusivismo possessivo’ per descrivere quel “sense of being an exclusive insider by virtue of experience”. E per criticarne i presupposti. Certo l’esperienza è un dato centrale della conoscenza e della descrizione della realtà. Ma non basta.

Non so quanti anni abbia passato in Calabria, e dove, Chaouqui. Non so in che famiglia, in che contesto culturale, con quali esperienze private e pubbliche alle spalle. So che l’affermazione che apre la lettera è un tentativo palese di accreditarsi come legittima interprete di quel contesto. Tentativo rafforzato, negli intenti della scrivente, dal fatto che l’informante nativa avrebbe preso le distanze, e sarebbe dunque una insider diventata outsider e perciò ancor più titolata a parlare, perché ora vedrebbe le cose con ‘distacco’.

Non voglio rispondere sostenendo che Chaouqui ha torto o ragione. Le cose sono molto complesse, e la vicenda di cui si parla è così dolorosa che aggiungere ulteriori analisi alla messe impressionante di prese di posizione (Corigliano è perfino diventato un hashtag su Twitter) già prodotta è inutile. A ‘difendere’ la Calabria ci hanno pensato coloro che — condividendo lo stesso errore dell’autrice della lettera — si sentono ‘più titolati’ a parlare di quella regione. E lo hanno fatto attraverso altrettali generalizzazioni, oppure negando alcuni dati di realtà che fanno a tutt’oggi della Calabria una terra desolata.

Sentirsi offesi non serve a niente. Lo stereotipo, laddove di questo si tratti, va decostruito attraverso il discorso scientifico e culturale, non con le repliche umorali per partito preso.

Ciò che qui vorrei dire dunque è che il discorso di Chaouqui è sbagliato da un punto di vista epistemologico, perché è sbagliata quella pretesa di parlare ‘a nome di’ un determinato contesto, o in rappresentanza di un ambito culturale, per il solo fatto di genericamente ‘provenire’ da quello stesso contesto. Affermare che tutte le calabresi fanno una cosa piuttosto che un’altra sulla base di quel presupposto (l’esclusivismo possessivo) è una sciocchezza prima di tutto su un piano culturale.

Ed è altrettanto sciocco sostenere di avere poi lo ‘sguardo di Dio’, il piglio freddo del ricercatore puro che dall’alto della collina guarda in basso e scorge, meglio degli altri (che vi sono troppo immersi), ciò che vede.

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