Femminismo mancego

Quixo-panzaIn un suo libro apparso in italiano nel 2000, la sociologa marocchina Fatema Mernissi lanciava una provocazione rispondendo all’accusa di misoginia classicamente rivolta al mondo islamico. La sua tesi suonava pressapoco così: ci accusate di portare il velo, di essere dunque vittime (che non si ribellano) di un sistema sociale e politico patriarcale che vuole la donna relegata nella dimensione privata, laddove comunque essa rimane succube dell’uomo e delle sue scelte; tuttavia, se guardiamo alle vostre televisioni, al vostro sistema dell’informazione, alle vostre pubblicità, troviamo modelli femminili che segnalano un altrettale livello di illibertà, poiché propugnano modelli fisici, psicologici, sociali, politici di donne sottomesse che fungono da belle statuine e che non aprono bocca.

La provocazione di Mernissi sembra dunque perfetta per le lotte di una parte del femminismo italico (da SNOQ Se non ora quando? a Lorella Zanardo, alla presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, che oggi gioisce perché il servizio pubblico non trasmetterà Miss Italia), che può vedere corroborate le proprie accuse: in Italia le donne piacciono scosciate e mute.

In effetti, così è: hanno ragione, quelle femministe, a condurre una battaglia contro la mercificazione del corpo femminile, contro la donna-velina muta e sorridente, che sarebbe la versione 2.0 del fascistissimo angelo del focolare, ma trasformata, più inquietante, non più madre e massaia, ma provocante oggetto del desiderio perennemente in vetrina. Sacrosanta è la lotta contro questo tipo di cultura maschilista, nobilissimi gli intenti di chi combatte affinché si possano finalmente vedere in tv donne che non mostrano le terga ma il cervello, che non si facciano notare per il loro corpo ma per quello che hanno da dire.

Tuttavia, sorge qualche perplessità. Ne analizzerò solo una, forse la più rilevante.

La perplessità riguarda la questione della rappresentanza. Chi combatte a nome delle donne, quale forma di rappresentanza sta esercitando? Pur ammettendo, per esempio, che la stragrande maggioranza delle donne-oggetto che volenterosamente si sottopone all’umiliazione della mercificazione sia obnubilata da forme di violenza simbolica e che perciò non sia in grado di riconoscere la violenza di cui è fatta oggetto, il punto di vista di chi ‘rappresenta’ queste persone non rischia di ventriloquarne la voce, ovvero di rappresentarle senza in realtà chiedere a esse cosa realmente vogliono? Il presupposto pare essere un moralistico giudizio di incapacità di auto-rappresentazione. Come il Marx del 18 Brumaio a proposito dei contadini francesi, si ritiene che esse siano ‘un sacco di patate’ (Althusser — sì, un uxoricida — ne scrive magistralmente nella propria terribile e magnifica autobiografia, L’avvenire dura a lungo), che non possano dunque rappresentarsi ma che vadano rappresentate. In realtà, se fanno quel che fanno, è perché non sanno quel che fanno. Se vuoi fare la velina, è del tutto evidente che la risposta che cerchi a cosa fare della tua vita è dentro di te, e però è sbagliata. Espressione icastica di questo moralismo perbenista tendente al giudizio sul grado di illibertà degli altri (delle altre) è la dichiarazione di Pier Luigi Bersani all’indomani del celebre episodio della farfalla esibita da Belen a Sanremo: «Tra Fornero e Belen mia figlia sceglierebbe Fornero, è incredibile che cambiamento abbiamo avuto in pochi mesi in Italia: prima c’era un governo con stereotipi micidiali sulle donne e ora Fornero eccepisce se si dice la Fornero». Cosa porta a una considerazione del genere — di certo condivisa da un certo senonoraquandismo moralista — se non un atteggiamento moralistico che presuppone l’illibertà di Belen? Qual è il criterio che porta a prediligere il modello-Fornero al modello-Belen? Francamente, per mia figlia non desidererei l’insensibilità e anche l’insipienza di un ministro così pernicioso; e se volesse essere Belen, forse mi chiederei cosa vuole davvero, che cosa pensa, e non sovrapporrei i miei modelli moralistici alla sua volontà. Dunque l’insegnamento di Mernissi non riguarda, se non in modo più immediato, la critica alla mercificazione occidentale del corpo. Più che altro, il suo è un monito: attenzione a giudicare i livelli di illibertà degli altri, poiché ciò, oltre a essere illiberale e anti-libertario, rischia di produrre un ventriloquio che si trasforma nell’interventismo per il bene altrui, per raddrizzare i torti. Merita forse ricordare che ‘raddrizzare i torti’ era il compito del cavaliere mancego Don Chisciotte, il quale si era messo in testa di riparare alle offese subite da coloro che la sua percezione distorta della realtà gli faceva intendere fossero poveri derelitti. E così, quando si vide una processione incedere verso di lui e il suo fido scudiero, caricò lancia in resta e sbaragliò la masnada di manigoldi che in realtà era un’indifesa combriccola. Ne lasciò uno malconcio a terra, e avvicinatosi gli disse: “Voglio che sappia vostra reverenza che sono un cavaliere della Mancia, chiamato don Chisciotte, ed è mia professione e mio compito andare per il mondo raddrizzando torti e riparando offese. – Non so in che cosa consista il raddrizzare torti – disse il baccelliere –, perché a me da diritto mi ha fatto diventare storto, lasciandomi una gamba spezzata che non si vedrà più diritta per tutti i giorni della sua vita; e l’offesa che in me avete riparato è stata quella di lasciarmi offeso in modo che resterò offeso per sempre; è stata una non piccola sventura quella di imbattersi in voi che andate cercando avventure” (M. de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, volume I, p. 179). Stesso destino del baccelliere avrebbe avuto il giovanissimo contadino Andrea, in cui Don Chisciotte si imbatté mentre il padrone di quello lo stava frustando a dovere. Il ‘Cavaliere dalla Trista Figura’ crede di sottrarre Andrea alla furia del suo padrone che, legatolo a un albero, lo frustava a sangue e non intendeva pagarlo. Il Mancego intervenne intimando al padrone di smettere di picchiare quel giovane legato all’albero, ma appena ottenuto lo scopo, senza preoccuparsi di ciò che era accaduto prima e di ciò che sarebbe accaduto dopo (diremmo il ‘contesto’), si dileguò. Una volta andato via Don Chischiotte, racconta il ragazzo, il contadino “tornò a legarmi alla quercia e mi diede tante altre frustate che restai come un san Bartolomeo scorticato” (Ivi, p. 341).

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  1. Se non ora quando?

    Gentile Francescomaria, è molto interessante la riflessione sull’incapacità di auto-rappresentazione. Il suo ragionamento però sembra condizionato da uno schema di interpretazione della realtà puntuale (“non vuoi essere rappresentata? allora rappresentati” sembrerebbe dire).
    Il fatto è che le donne hanno bisogno di potersi auto-rappresentare – e di poter rappresentare la loro realtà – liberamente. Già lo fanno, ma sono poche numericamente e quindi la forza di questa auto-rappresentazione stenta a emergere in un ambito mediatico limitato e piuttosto aggressivo in questo slancio di rappresentare la donna in certi modi e con certi stilemi sempre uguali.
    L’uscita di Bersani che paragonava Belen e Fornero è un buon esempio dello scarso livello di approfondimento delle questioni di genere della grande maggioranza degli uomini in posizione apicale. Fermo restando che Belen è libera di autorappresentarsi come vuole, ai tempi di quel Sanremo Snoq non potè che biasimare la dichiarazione di Bersani (pur manifestando forte perplessità sull’indugiare di Belen nell’offrire di sè un’immagine sempre sessualizzata, sappiamo che si tratta di una donna intelligente). Comunque, se sua figlia scegliesse Belen rispetto a Fornero probabilmente farebbe semplicemenente una scelta di opportunità, forse anche di conservazione. Dalla notte dei tempi scegliere la bellezza è stata l’unica opzione per le ragazze.

    • francescomariatedesco

      Mi sembra più conservativa l’ipotesi di una donna con un cursus honorum in nulla diverso dal cinismo dei maschietti di potere in questo (come in altri) paesi. Il suo caso dimostra — come già aveva sottolineato Coco Fusco con riferimento all’uso di donne nella ‘lotta al terrorismo’ statunitense — che quelle della Virginia Woolf di “Tre ghinee” erano pie ma ingenue illusioni (date il potere alle donne e non ci saranno guerre). Il mio approccio è un po’ diverso: in un mio libro sui diritti umani del 2009 sottolineavo come l’approccio unifattoriale all’oppressione sia euristicamente povero, fintanto che non si incrocia il tema del genere con quello della ‘classe’ e della ‘razza’. Fanon diceva che un nero che guadagna un milione di franchi diventa bianco. Posso parafrasare che una donna che guadagna un milione di euro diventa un uomo? 🙂

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