Spazi resistenti e morte dello Stato

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Spazio e tempo si intrecciano, cartografia e storia sono embricate. Ma a tale intreccio può essere data una lettura nuova, ‘resistente’. Una prospettiva del genere è stata proposta da Said in Culture and Imperialism, laddove la mappa, da metafora dell’esclusione e della chiusura può invece diventare segno fluido, immagine della convivenza, compresenza di mappe[1]: la “traslazione cartografica di Said […] in termini di conoscenza storica, spazio e potere, rinuncia a un modello inclusivo a favore di un modello estensivo, il gerarchico viene ridotto al simmetrico, il rigore identitario a un fluido attraversamento di posizioni, a una spazialità attraversata da coabitazioni di generi e status[2]. Come ricorda Giulio Iacoli[3], negli anni Settanta, all’esigenza che la cartografia contempli la complessità sociale, la ‘qualità’ dello spazio e non solo la sua ‘quantità’, risponde la ‘geografia umanistica’ e Said, in qualche misura in accordo con essa, fa i conti con la ‘significazione storica dell’atto cartografico’[4].

La cartografia ‘critica’ non è più iscritta entro una logica tassonomica sclerotizzante, ma configura lo spazio nella modalità dell’‘itinerario’; esso diviene, come nella metafora del ponte o della ‘tromba delle scale’ come luoghi interstiziali ma abitati, un ‘terzo spazio’ tra due spazi prima percepiti come esclusivi. In analogia con la pratica di riscrittura dello spazio di Said, è Homi Bhabha a usare la metafora della ‘tromba delle scale’ nel suo commento a un’istallazione dell’artista afro-americana Renée Green. Nell’opera di Green Sites of Genealogy, gli spazi architettonici sono stati usati come ‘citazione’, come metafora di alcune divisioni binarie (bianco/nero, paradiso/inferno), inframmezzate però da spazi interstiziali: l’in-between di Bhabha che collega le parti precedentemente percepite nella loro fissità:

 

La tromba delle scale come spazio liminale, inter-medio [in-between] fra le designazioni di identità, diviene il processo di interazione simbolica, il tessuto connettivo che crea la differenza fra alto e basso, bianco e nero. L’al di qua e l’al di là della tromba delle scale, il movimento temporale e il passaggio che essa consente, impedisce che le identità ai due estremi si fissino in poli primordiali. Il passaggio interstiziale fra identificazioni fisse apre la possibilità di un’ibridità culturale che accetta la differenza senza una gerarchia accolta o imposta[5].

 

Dunque, come si è visto, lo spazio – nel suo intreccio con il tempo della storia – è un tema centrale della riflessione critica sin qui analizzata. Tuttavia, è a mio avviso utile tentare di arginare la carica eversiva che il concetto di frammentazione porta con sé. È plausibile sostenere, infatti, che buona parte della tradizione filosofico-politica occidentale ha usato (e tende tuttora a usare) alcune categorie, tra cui quella di ‘spazio’, come ‘stampini per biscotti’, griglie teoriche che riducono la complessità; e che tale riduzione di complessità costituisce – nella migliore delle ipotesi – un modo per rendere il lavoro teorico di descrizione del mondo meno impervio o – secondo una lettura meno ‘benigna’ – funziona da grimaldello ideologico per giustificare via via il colonialismo, l’imperialismo o il tardo-capitalismo; se tutto ciò ha un senso, occorre però avvertire che quella della frammentazione può rappresentare, in alcune sue versioni, una retorica tanto quanto lo è, ad esempio, l’idea che il mondo diviso in Stati rispecchi le istanze della complessità mentre altro non è, nella maggior parte dei casi, che il risultato di una cartografia immaginata dalle grandi potenze.

In altri termini, per non incorrere nell’accusa di produrre un apparato ideologico di segno contrario a quello approntato dall’espansionismo europeo, occorre sostenere da un lato che la frammentazione, seppure essa ha subito nel Novecento una potente accelerazione, non è un fenomeno del tutto nuovo, dall’altro che essa non ha affatto spazzato via del tutto le vecchie categorie spaziali.

Con riferimento al primo punto, occorre riconoscere che il mondo non è mai stato omogeneo e monolitico. Il lessico della ‘frammentazione’ e della ‘disintegrazione’, quando esso vuol fare di questi dei fenomeni nuovi, scaturiti dalla disintegrazione degli Imperi coloniali, è – ha sostenuto Anderson – la spia di un pregiudizio:

 

Questo linguaggio ci fa dimenticare i decenni o i secoli di violenza che servirono a costruire «Stati integrati» alla Frankenstein, come il Regno unito del 1900, che includeva tutta l’Irlanda. Non dovremmo considerare patologiche queste integrazioni quando vediamo con quanta calma hanno coesistito il Regno unito e la repubblica d’Irlanda da quando quest’ultima è stata fondata nel 1921, dopo decenni di repressione violenta e resistenza? O quando osserviamo la guerra e la violenza attuali nell’Irlanda del nord «integrata»? Dietro il linguaggio della «frammentazione» – quando esso propone tale fenomeno come ‘nuovo’ – “si nasconde sempre un conservatorismo panglossiano che ama immaginarsi che ogni status quo sia graziosamente normale[6].

 

Con riferimento al secondo aspetto, se la frammentazione, pur essendo un fenomeno non nuovo, opera oggi più che mai, siamo proprio sicuri che in ragione di essa si possa affermare, ad esempio, la fine dello spazio politico moderno per eccellenza, cioè la fine dello Stato? Che si possa dire che la sovranità è definitivamente morta? E infine, sarebbe desiderabile, per la tutela dei diritti umani, che lo spazio si dissolvesse senza lasciare traccia di ciò che oggi chiamiamo ‘Stato’? È vero, le comunità nazionali hanno bisogno di una ‘manutenzione’ costante, spesso violenta, per continuare a dirsi ‘Stati’; ma “i ricorrenti annunci dell’obsolescenza degli Stati nazionali in un brave new world di libero scambio e di cultura transnazionale”[7] risultano, da quando hanno cominciato ad avere una certa fortuna teorica con Kelsen fino alle ‘affrettate tanatografie’ di Hardt e Negri[8], prematuri. Bruno Accarino ha scritto che “Il male, quando diventa ubiquitario, cessa di essere tale”[9], e che il volgarizzamento dell’idea di morte dello spazio, oltre a preludere a un Global Electronic Village in cui non esistono un centro e una periferia e in cui – appunto – non esiste il male perché se esso è ovunque non è in nessun luogo, non basta a decretare la fine della politicità dello spazio.

Per dirla ancora con Accarino, “lo Stato nazionale suggerisce una diagnosi più sorvegliata sulla sua presunta morte”[10] poiché esso “è accerchiato, ma non messo a tacere”[11]. Lo Stato si trova a fronteggiare la sfida del frazionamento delle competenze e dei poteri, deve fare i conti con la moltiplicazione e la sovrapposizione delle fonti normative, con la cessione (anche rilevante) di porzioni di sovranità a favore di enti sovranazionali e internazionali. E tuttavia, al momento opportuno, esso torna a chiedere il tributo al riconoscimento della sua centralità politica: si ricordi il tentativo recenti di sottoporre alcuni governanti alla giurisdizione universale, ad esempio, e la storia del fallimento di quell’idea in favore di una concezione tutta moderna della domestic jurisdiction. I confini non scompaiono, lo spazio politico non muore: essi si diversificano, rispondono alla legge dell’entropia, “scompaiono in un luogo per ricomparire in un altro”[12].

Lo Stato continua a essere, nel bene e nel male, il principale attore delle relazioni internazionali e, verso l’interno, può sì configurarsi come ‘aguzzino’ verso i propri cittadini, ma può anche essere uno degli strumenti migliori per la tutela dei diritti umani.

 


[1] Cfr. G. Iacoli, Metafora e strategia. Il ‘mapping’ come strumento di interpretazione teorico-geografica: Said, Jameson, de Certeau, in «Studi culturali», III, 2006, 1.

[2] Ivi, p. 63.

[3] Cfr. ivi, pp. 64-66.

[4] Ibid.

[5] H.K. Bhabha, Location of Culture, Routledge, London-New York 1994; trad. it., I luoghi della cultura, Meltemi, Roma 2006, p. 15.

[6] Anderson, Comunità immaginate, Manifestolibri, Roma 1996, pp. 237-238 (corsivi miei).

[7] Clifford, Strade cit., p. 19.

[8] Mi permetto di rinviare, per una discussione critica di Impero, al mio Affrettate tanatografie. Verso un nomos imperiale?, in «Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto»; LXXX, 2003, 1.

[9] B. Accarino, L’entropia del confine, in B. Accarino (a cura di), Confini in disordine. Le trasformazioni dello spazio, manifestolibri, Roma 2007, p. 9.

[10] Ivi, p. 16.

[11] Ibid.

[12] Accarino, L’entropia cit., p. 17. Espressione di un tale riposizionamento dei confini è l’affermazione di James Clifford secondo la quale “Quando parliamo dell’Occidente, di solito ci riferiamo a una forza – tecnologica, economica, politica – ormai non più irradiatesi semplicemente da un centro geografico o culturale ben definito. Tale forza, se è lecito parlarne al singolare, è disseminata in una diversità di forme da molteplici centri – comprendenti il Giappone, l’Australia, l’Unione Sovietica e la Cina – e si articola in una varietà di contesti ‘microsociologici’” (J. Clifford, The Predicament of Culture. Twentieth-Century Ethnography, Literature and Art, Harvard University Press, Cambridge (Mass.)-London 1988; trad. it., I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel XX secolo, Bollati Boringhieri, Torino 1999, pp. 312-313, corsivo mio)

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