Donne, potere e imperialismo

Con una certa periodica precisione, sui media si ripropone il dibattito sul ‘potere delle donne’, che si trasforma inevitabilmente nella richiesta di ‘potere alle donne’. Certo il tema è di drammatica attualità, visti i dati (che oggi anche Repubblica riporta) che certificano il ritardo con il quale le donne accedono alla cosiddetta mobilità sociale in ascesa. Non che per i giovani maschi italiani le cose vadano molto meglio, in un paese bloccato in cui il precariato frustra le legittime (e parecchio tarate al ribasso) ambizioni di avere delle vite ‘normali’. Ma se il precario è perduto in questa nebbia, la precaria brancola in una nebbia ancora più fitta.

Tuttavia — ed ecco il punto — l’argomento che fonda le richieste di più potere (e/o più spazio) alle donne, ovvero l’eguaglianza, spesso si accompagna a una stucchevole retorica su quanto il mondo sarebbe migliore se le donne avessero più potere. Fondato spesso su uno sciocco ragionamento maschilista che proietta sulle donne lo stereotipo della madre amorevole, o talvolta su un’antropologia piuttosto di fantasia che fa una caricatura dell’etica della cura, questo argomento non sembra convincere la studiosa e performer Coco Fusco, del cui A Field Guide for Female Interrogators ripropongo qui la mia recensione:

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In un’intervista rilasciata al sito Feministing.com Coco Fusco, Associate Professor presso la Columbia University, artista e performer, alla domanda se le donne avessero votato per Hillary Clinton in nome della tesi di Virginia Woolf secondo cui esse sarebbero portatrici di pace, ha risposto: “Scusi?! Clinton ha votato a favore dell’invasione dell’Iraq!!”. La performance di Fusco intitolata A Room of One’s Own: Women and Power in the New America, presentata da ultimo all’appena conclusa Biennale del Whitney Museum di New York, prende provocatoriamente nome dal saggio di Woolf Una stanza tutta per sé, ed è un tentativo di mettere in questione proprio l’assunto – teorizzato da Woolf in un altro saggio, Tre ghinee – che le donne possano, nella gestione del potere, dare il loro contributo pacifista di contro all’aggressività maschile. Di questo, e dello scottante problema della tortura, Fusco parla anche nel suo libro A Field Guide for Female Interrogators (Seven Stories Press, New York 2008), un saggio in forma di lettera indirizzata proprio a Virginia Woolf.

 

Come interpretare il comportamento di Lynndie England, che costringeva i prigionieri di Abu Ghraib a denudarsi e formare piramidi umane? O il pollice alzato di Sabrina Harman mentre posa per una foto sul cadavere di un prigioniero iracheno ucciso? Come mai l’amministrazione statunitense usa così tante donne per interrogare i prigionieri di Guantanamo, autorizzandole a usare la tortura, spesso a sfondo sessuale? Il fatto è, sostiene Fusco, che le donne non sono affatto distanti dal progetto neo-imperiale degli Stati Uniti. Usare le donne per ottenere informazioni dai presunti terroristi mediante interrogatori in cui esse usano il sesso come strumento di tortura non è affatto un’anomalia, una degenerazione dovuta a donne cresciute in contesti di forte degrado, come i media hanno sostenuto. England e Harman non sono affatto delle ‘poverette’ che sfogavano le loro frustrazioni di donne costrette in uno scenario di guerra. Al contrario, scrive Fusco, “la fuga in fantasie erotiche sadomaso erode la capacità di preoccupazione etica per gli effetti della tortura sessuale”. In altri termini, l’utilizzo di donne soldato addette agli interrogatori ha la funzione di ‘addolcire’ la percezione della brutalità della tortura da parte dell’opinione pubblica, incanalandola nello schema di una sorta di ‘fantasia sessuale’ innocua e giocosa: “quanto può essere grave la tortura praticata da un membro del ‘sesso debole’? Per essere tale la tortura non richiede qualcosa di più aggressivo che degli insulti e degli atti umilianti? […] CF_COVER_v2Se la tortura coinvolge donne che fanno agli uomini cose di natura sessuale, può essere chiamata comunque tortura?”. Indurre tali perplessità è lo scopo, secondo Fusco, dell’amministrazione statunitense, che in ciò fa leva sul ruolo che il sesso ha assunto nella cultura degli Stati Uniti: “Ia proliferazione dell’esibizionismo erotico sia come pratica sub-culturale che come intrattenimento popolare nell’America tardo-capitalista genera un framework interpretativo dominante per la partecipazione alle e la testimonianza delle torture a sfondo sessuale che favorisce una lettura di esse come qualcosa d’altro: giochi erotici e piaceri proibiti, sia per chi guarda che per chi viene guardato”. Il libro di Fusco, inoltre, sottolinea altri due fattori: da un lato, esso denuncia la mancanza di un linguaggio non retorico che ci aiuti a comprendere la violenza sessuale da parte delle donne, soprattutto in un contesto, come quello della guerra, in cui tale violenza cessa di essere l’espressione di una scelta individuale e diventa una strategia bellica. Dall’altro lato, illustrando le tecniche di tortura messe a punto dall’esercito statunitense, getta una luce sulla persistente tensione orientalizzante di una parte della cultura occidentale, la quale ritiene che l’‘uomo arabo’ sia più vulnerabile se esso viene oltraggiato mediante atti a sfondo sessuale.

[*] Originariamente apparso in Il blog dell’Indice dei libri del mese

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