Sto coi firmatari dell’appello che non firmo

Alberto Arbasino, in un’intervista al Fatto quotidiano, spiega ustorio perché non ha mai firmato un appello o un manifesto in vita sua: «Ho sempre firmato i miei giudizi e pareri sotto forma di articoli. E che cosa sono i manifesti, se non articoli? Se inoltre sono scritti male, tanto peggio per loro”. Ogni appello, aggiunge caustico, dovrebbe concludersi con un ‘signora mia’ o un ‘tiè’!
Pur non essendo Arbasino, e pur non scrivendo da nessuna parte se non qui e in pochi altri scalcinati e mal frequentati luoghi, ho sempre idealmente condiviso queste sue parole. Da sole, racchiudono un mondo: quello dell’engagement in servizio permanente effettivo, fatto di compagnie di giro, sempre gli stessi che firmano e stilano, stilano e firmano, presentano rimostranze per qualsiasi cosa, chiedono, invocano, denunciano.
Capita poi che qualcuno chieda anche a me di firmare un appello: si tratta di una lettera al Ministro Bray e a Giuliano Amato che denuncia una serie di voci della Treccani («Transgender», «omosessualità», «lesbismo», «intersessualità», «gender›) in cui, secondo gli estensori dell’appello (studiosi e studiose) “il piano della valutazione morale e il piano dell`informazione scientifica risultano sovrapposti, con una netta ed evidente preponderanza del primo sul secondo”. Inoltre “le voci sopra citate appaiono prive dì un`adeguata bibliografia di riferimento e gli autori/le Autrici sembrano ignorare l`enorme mole di studi prodotti nell’ultimo trentennio nei diversi ambiti delle scienze mediche, sociali e giuridiche, che smentiscono molto di quanto asserito in esse. Indignazione, perché il lessico impreciso e i contenuti stigmatizzanti di quelle voci, diffusi da un soggetto storicamente autorevole nella divulgazione come l`Enciclopedia Treccani, rischiano non solo di annullare il lavoro di quanti attiviste/i e studiose/i – ogni giorno combattono contro pregiudizi e violenze sessiste e omo-transfobiche ma, soprattutto, di dare legittimità a quei pregiudizi e a quelle violenze”.

Questo il succo, e a seguire una serie, a dire il vero piuttosto icastica, di esempi. Al di là di qualche ‘ingenuità’ (del tipo “esiste una letteratura autorevole che dice…”), emerge con chiarezza che quelle voci urtano la sensibilità degli studiosi e delle studiose che hanno stilato l’appello, e dei firmatari (e non continuerò a specificare “e delle firmatarie”, perché su questo mi guida l’immortale esempio di Brian di Nazareth).
Dunque mi chiedono di firmare. Di aderire a un testo scritto da altri (e ben scritto), con ragioni da vendere; ma che contiene, a mio avviso, qualcosa che mi spinge a non firmarlo: la pretesa che la Treccani modifichi quelle voci.

Da libertario, sono d’accordissimo nel denunciare le voci della Treccani, di sollevare su di esse un dibattito, di chiamare in causa l’opinione pubblica per discuterne (soprattutto perché gli attacchi del Secolo d’Italia mi confermano nella bontà della denuncia). I firmatari dell’appello hanno fatto benissimo a mettere l’accento su una cosa che forse era sfuggita ai più (me compreso, ovviamente), e che merita di essere discussa, tanto che già qualche partito, che in Aula fa tutt’altro, sicuramente ci si tufferà a pesce.

Tuttavia, non mi sognerei mai di chiedere a qualcuno di riscrivere ciò che ha scritto. Si tratta di un pericolosissimo slippery slope, che parte da assunti sacrosanti e da rivendicazioni correttissime, e può finire però dovunque, perfino nella riscrittura (sic) del Mercante di Venezia purgato delle parti antisemite.

Insomma, denunciare va bene, chiedere di riscrivere no. Se poi alla Treccani vorranno riscrivere quelle voci, dovrà dipendere da un loro convincimento, dalla presa d’atto della bontà delle critiche. Ma potrebbero anche argomentare “a noi vanno bene così”, e sfidare i firmatari sul terreno — aperto, apertissimo, a dispetto di ogni presunta ‘trump card’ ex auctoritate del tipo “la migliore letteratura dice…” — della discussione scientifica, culturale, politica.

Per quanto mi riguarda, io sto coi firmatari dell’appello che non firmo.

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