Ainis che volano

Confesso: ho peccato. E prima di me ha peccato il mio maestro, e il suo maestro, e di maestro in maestro per generazioni. Tutti colpevoli d’aver raccomandato i propri allievi, d’aver brigato per appoggiarli nei concorsi. Ma il peccato si traduce in un reato?

Michele Ainis, sull’Espresso n. 42, esordisce così con un articolo che già sta facendo discutere. Ainis interviene evidentemente a difesa dei colleghi della disciplina (diritto costituzionale), 5 dei quali sono ‘saggi di Letta’ e indagati per aver apparecchiato (dice l’accusa) concorsi. E parte in tromba con l’uso politico della giustizia: se indagano i 5 saggi — è la tesi del costituzionalista — è perché vogliono fermare le riforme (“screditare il saggio per screditare la riforma”, scrive Ainis). Proprio alla vigilia, continua Ainis, della manifestazione sulla “Costituzione via maestra” organizzata da Landini Rodotà e Zagrebelsky (“che coincidenza”, è il commento sarcastico di Ainis).

Ora, stendendo un velo pietoso sull’argomento dell’uso politico della giustizia che in questi anni tanto ha offerto a B. e ai suoi peones, vorrei focalizzare l’attenzione sull’argomento principe di Ainis, che per non storpiare riporto interamente:

la cooptazione non è un peccato né un reato, è la legge non scritta dell’università. Perché il giudizio culturale non spetta al popolo elettore, bensì – come diceva Adorno – al «denigrato personaggio dell’esperto». È il prof di diritto costituzionale che valuta le qualità del costituzionalista in erba, non può certo farlo il sindaco.

L’argomento di Ainis è però capzioso, perché non dice che quell’esperto, quel prof di diritto costituzionale, è, in Italia, il ‘maestro’ del candidato che puntualmente, sistematicamente, sempre, vince il concorso. Come può un professore che ha ‘allevato’ (per vari motivi: dalla stima scientifica alla parentela, diciamo) uno studioso essere anche giudice del suo percorso lavorativo? Come può quel prof essere imparziale nell’assegnare un posto pubblico che, ex art. 97 terzo comma della Costituzione, essendo pubblico va assegnato per concorso? E infatti il TAR si è pronunciato rilevando tale conflitto. Il famoso genius loci, oppure lo ius soli? Sta di fatto che in Italia i concorsi universitari li vince sempre il locale. E il professore del locale è presidente della commissione.

Può essere questa garanzia di selezione per merito? Che vantaggio ne avrebbe la scienza da una riproduzione così conservatrice dei saperi, basata (per usare una celebre metafora) su albatri che depongono uova che il giorno dopo si schiudono per dare alla luce albatri identici? Com’è possibile che i più bravi di tutti siano sempre e soltanto quelli che hanno lavorato e lavorano con il professore che è — che coincidenza, vero Ainis? — presidente della commissione giudicante?

E allora vien fatto di chiedersi: ma chi non ha ‘santi in paradiso’? Chi è bravo, e magari ha pubblicato senza che il suo dominus (perché non ne ha uno) procurasse per lui riviste pronte a ospitare articoli, case editrici (magari finanziate dalla stessa università con un contributo in denaro o con la promessa di acquisto copie), collane librarie, etc? Cosa fanno costoro? A chi si rivolgono?

La verità è che l’incredibile metodo-Ainis risponderebbe a queste persone: jatevenne, andatevene, emigrate, qui non c’è posto per voi. Se non hai uno sponsor, è inutile andare in giro a fare concorsi rendendoti inviso alla tua disciplina, assumendo su di te lo stigma di quello che — magari con qualche titolo e qualche pubblicazione — va a rompere le uova nel paniere a coloro che apparecchiano concorsi.

Risposta classica: ma all’estero vige la cooptazione. Vero, ma con garanzie ben diverse, a partire da un diverso senso della cosa pubblica e della responsabilità. Negli Stati Uniti un professore non si sognerebbe di dire che siccome una legge o un principio costituzionale vengono sistematicamente violati ci si deve liberare di quelle norme. All’estero non lavori nell’università in cui ti sei addottorato.

L’unico merito che ha l’articolo di Ainis è di dire che nell’università italiana funziona così. Finalmente (ma Ainis non si è accorto che lo sanno anche i sassi?)! Ma un conto è dire che funziona così, un altro è giustificarlo. Cosa che Ainis fa, trincerandosi dietro la scusa della irrilevanza penale (che poi è da dimostrare: se tre persone si mettono d’accordo per trombare uno bravo a favore dell’allievo del prof, che cos’è? associazione a delinquere?) di questa condotta. Ma nella vita, e nella vita pubblica, non tutto si decide sulla base della rilevanza penale dei comportamenti. Esiste, sebbene in Italia si sia rintanata chissà dove e dall’università sia fuggita ormai a gambe levate, l’etica pubblica. Esistono principi che per valere non devono essere sanciti da norme, tanto meno da norme penali. La pretesa di risolvere tutta la vita attraverso il ricorso a leggi un giurista austriaco la chiamava dekretinismus.

Quanto all’idea che consentire ai professori di scegliersi i collaboratori (ma il rapporto maestro-allievo è un rapporto scientifico o un ufficio di collocamento?) garantirebbe qualità perché i professori sarebbero responsabili delle scelte, si può rispondere che — dato che il sistema funziona già così e di responsabilità per i brocchi piazzati nelle facoltà non se ne è visto neanche un ette — credere a una tale illusione sarebbe come credere agli asini che volano.

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