I libri si scrivono col culo (a proposito di Masterpiece)

469px-Roland_ToporMancano pochi giorni dalla messa in onda del “primo talent letterario al mondo”, Masterpiece, show televisivo che verrà trasmesso su Rai3 dal 17 novembre.

Ho letto, su questo talent, alcuni articoli, subito dopo aver letto il tweet con cui Fabio Volo annunciava di aver inviato il suo primo contributo a La Lettura, inserto culturale domenicale del Corriere della Sera.

Subito mi si sono polarizzate in mente le due strade: l’interpretazione accigliata del fenomeno, o la più rilassata constatazione che la scrittura non è solo e necessariamente impegno, travaglio, fatica, lacerazione, ma anche svago, intrattenimento, leggerezza? Non più tardi di qualche giorno fa Eugenio Scalfari aveva paragonato Volo a Balzac. Che non avesse ragione lui? mi sono chiesto.

Ora, i fautori di entrambe le letture si sentono parecchio fighi: gli uni, perché si percepiscono come parte di una comunità di eletti, pronti a concedere tutt’al più una sbirciatina a Per un pugno di libri, frequentatori di Nazione Indiana, interlocutori internettiani di qualcuno dei Wu Ming; gli altri perché smontano lo snobismo dei parrucconi, di quelli che Volo-è-una-schiappa-io-leggo-solo-Proust, e incensano Open di Agassi o la biografia di Zlatan Ibrahimović, e si fanno dire da Antonio D’Orrico quali sono i libri del momento o i Nobel mancati.

Ma Masterpiece da quale parte sta? Apparentemente, sembrerebbe stare con Agassi e contro i parrucconi (ops!). Il problema, tuttavia, è che i polleggiati della letteratura, quelli che Volo è degno di considerazione, che forse pensiamo di liquidarlo, guarda che vende un sacco di copie ed è tradotto pure in vietnamita, che Volo è il nuovo Balzac (appunto) sono i nuovi parrucconi.

Proprio come Agassi, fingono di essere capelloni e invece portano il toupet. Si dimostrano easygoing, ma se poi gli dici che Masterpiece è un prodotto televisivo come un altro, ti dicono che loro cercano gente che pensa di aver scritto il romanzo che cambierà la letteratura. Poi prendono come coach quel Massimo Coppola che aveva già la faccia emaciata e sofferente del meridionale al Nord quando conduceva il notturno Brand new e che si è messo a fare l’editore scrivendo a coloro che volessero mandare proposte alla sua casa editrice cose come:

Astenersi dall’inviare: romanzi storici, romanzi rosa, romanzi i cui protagonisti hanno soprannomi tipo Strippo, Scubi o Faina, romanzi di auto-fiction, romanzi ispirati a Bukowski, romanzi ispirati a Carver, fantasy che non siano all’altezza di Game of Thrones, horror che non siano (almeno) all’altezza di Clive Barker, storie di Sud Italia idilliaco, storie di artisti che hanno girato il mondo e tornano a casa e non si riconoscono, romanzi troppo letterari, romanzi in cui non succede veramente un cazzo.

(Rimane da capire in quale categoria mettere Max Pezzali o Jovanotti).

Insomma, se Masterpiece è un programma contro i parrucconi, o comunque non parruccone, perché sdogana la letteratura in tv e rende il lavoro intellettuale un lavoro pari a quello dell’aspirante cantante di Maria de Filippi, che senso ha che sul suo sito campeggino poetiche foto di macchine per scrivere, o ragazzi col capo chino davanti a uno sfondo di periferia urbana mentre scribacchiano su fogli bianchi? Se cerca qualcuno che metta in fila le parole e che riesca poi a vederle facendo guadagnare gli editori, che lo dica apertamente, e che si dichiari morta ogni idea di cultura come dito nel culo, come critica radicale della società, come blasfemia e bestemmia, come esplosione di soggettività non irregimentabile.I grandi scrittori non sono stati grandi da piccini, sono diventati grandi dopo aver buttato il sangue, dopo aver ricevuto rifiuti. E non perché gli editor non capivano niente, ma spesso perché sapevano che quei libri erano pericolosi, duri, forti, indigesti, oppure invendibili. Perché l’invendibilità o la non pubblicabilità per manifesta invendibilità non è per forza un male, ma può essere anche un bene: può essere una certificazione a contrario che si sta facendo una cosa buona, che se la società la rifiuta forse quella è la strada giusta.

I concorsi culturali a scuola, anche quelli in stile certamen istantaneo, erano quanto di più deprimente e umiliante ci fosse per la cultura, e chi vi partecipava spesso era uno sfigato o uno strumento (di genitori repressi, per dire). Non dico che chi partecipi a Masterpiece sia uno sfigato, ma la domanda è: perché uno che vuole scrivere dovrebbe andare a farlo in un programma televisivo? Non dico che debba ubriacarsi di vino dolce come diceva di se stesso Bukowski, non dico che debba avere gli occhiali di tartaruga o il maglione dolcevita oppure le toppe al gomito sulla giacca di velluto, non dico che debba nascondersi al mondo come Pynchon o Salinger o che debba rispondere a monosillabi (e col fiato che sa di bourbon) come Faulkner. Ma almeno starsene a casa sua, a lavorare e a studiare, a buttare il sangue su una cosa che è sudore e fatica e sangue, perché i libri si scrivono con il culo (mi pare lo dicesse Robert Nozick), e invece a Masterpiece te li vogliono far scrivere con la faccia, magari dopo un giro di Topexan.

Il problema è questa dromocrazia che ci ha presi tutti: non c’è più tempo, Kant è un cretino perché ci ha messo 10 anni a scrivere la Critica della ragion pura, e voi v’immaginate 10 edizioni di Masterpiece con uno stesso concorrente che non finisce mai di scrivere? Tutto è veloce e tutto è valutato, e la valutazione serve a una cosa: il successo (immediato). Agli editori questo giochino piace, perché tanto non devono fare la fatica di andare a scovare un Tomasi di Lampedusa, fa tutto la tv, crea il personaggio, poi loro lo pubblicano e tanti saluti. Non importa che si tratti di musica, cinema, danza, scrittura.

Basta metterci la faccia. Non più il culo.

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