I Forconi sono un sacco di patate?

Jacquerie“Presto, i sali!”. L’orrore per le jacqueries, lo sguardo terrorizzato verso Jacques Bonhomme, il mite contadino che si trasforma all”improvviso’ nell’invasato in preda alla furia contestativa, i monocoli che cadono allo sgranare degli occhi, i sospirati ‘signora mia!’ in birignao. All’arme, arrivano i dolciniani! Ma che volgarità, questi Forconi, ma che protesta sconcia, disorganizzata, caciarona, che assenza di prospettiva politica, che maleducazione!
Ma questi sono populisti, sono populace, plebaglia!Ecco la reazione alla protesta dei Forconi, un movimento molto eterogeneo, probabilmente di orientamento per lo più destrorso, fatto di piccoli imprenditori, agricoltori, commercianti, militanti politici, leaderini e capetti in naftalina rispolverati e pronti all’uso. Ma chi sono, cosa vogliono? è la domanda che gira di salotto in salotto, di ministero in ministero.
I Forconi sono di difficile definizione, sono forse post-ideologici (ma si ricordi, a proposito della morte delle ideologie, quel che diceva Baudelaire del diavolo: che il suo trucco più riuscito è di far credere di non esistere), sono disorganizzati nel senso che non hanno un partito, un movimento ben identificabile.
Dunque i forconi sono un sacco di patate? Il Western Marxism ha sempre avuto un problema con i movimenti e le lotte non inquadrabili nello schema della rivoluzione proletaria: dalle rivolte contadine del Meridione italiano, quando i contadini si recavano presso la Federazione comunista con il cappello in mano e venivano accolti come il cafone veniva accolto in un ufficio cittadino, alle insorgenze contadine indiane, descritte con metafore naturalistiche dai marxisti occidentali, al fine di sottolinearne l’assenza di piano politico, la mancanza di presa di coscienza: le rivolte erano come tifoni, eruzioni, incendi, terremoti. Il soggetto rivoluzionario, persino per i teorici come Thompson della History from below, non potevano che essere i proletari.
Come scriveva Louis Althusser nella propria magnifica e terribile autobiografia, “A poco a poco mi feci anche un’idea di un fatto che non sospettavo, dell’esistenza di un’autentica cultura popolare, in ogni caso contadina, che non ha niente a che vedere con il folclore, che non si vede molto, ma è determinante per capire il comportamento e le reazioni dei contadini, in particolare quelle azioni di jacquerie, ereditate dal Medioevo, che sconcertavano perfino il Partito comunista. Ricordavo le parole di Marx ne Il 18 brumaio: Napoleone è stato eletto a grande maggioranza dai contadini francesi, che non sono una classe sociale ma un sacco di patate.” (corsivi miei).
L’idea di masse popolari politicamente ignare è dura a morire, e si accompagna alla valutazione positiva dei movimenti organizzati politicamente e a quella negativa delle rivolte che vengono definite ‘spontanee’.
Persino le rivolte arabe sono state descritte come se si trattasse non di un anelito (forse mal riposto? mal sviluppato) verso la libertà, ma come il risultato della ‘fame’. Una riduzione animalesca, una protesta cieca guidata dalla pancia.
Forse ha invece ragione Alain Touraine, che ha scritto che le c.d. Primavere arabe aprono le porte a un’epoca post-sociale e post-storica, l’epoca della Fin des sociétés, in cui individui dall’appartenenza multipla percorrono lo spazio pubblico, in cui reti e costellazioni si sovrappongono, in cui l’identità politica non è monolitica ma esplode in una serie di legami di difficile mappatura.
Ed è forse proprio questa difficoltà di intepretare l’emergere di una realtà nuova, che ci porta fuori dalle semplici etichette del Novecento, a turbare i sonni di qualcuno: poiché non è facile destreggiarsi davanti a un movimento che porta con sé istanze di sinistra e istanze di destra.
Perdere la bussola, ecco quale è la condizione di molti di noi di fronte a queste novità.
E allora prima di stabilire se i Forconi siano di destra o di sinistra (sono propenso alla prima delle due ipotesi), prima di dire se ci piacciono o no (mi piacciono poco), da studiosi e analisti occorre cercare lenti nuove per capire di che si tratta. Per evitare che si torni a citare ironicamente quel passaggio del Diciotto brumaio nel quale Marx, parlando di quei contadini francesi, scrisse che i piccoli proprietari terrieri contadini non erano una classe, e che essi «non possono rappresentare se stessi; debbono farsi rappresentare».

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