L’odio è ancora una parola politica?

Edoardo_SanguinetiSi diceva che la Fiat 600 per tutti avrebbe ucciso la coscienza di classe e sotterrato l’ascia di guerra rivoluzionaria del proletariato. In realtà a spuntare le armi ci aveva pensato la doppia fedeltà comunista, da un lato all’Unione sovietica, dall’altro all’Italia repubblicana. Era la realpolitik togliattiana. Contribuì negli anni lo svilupparsi del welfare come risposta alle spinte del capitalismo, una sostanziale svolta socialdemocratica che lasciava indietro molte delle rivendicazioni radicali e consegnava i sogni di palingenesi alla P38 di pochi, traviati giovani che negli anni ’70 e ’80 si erano messi in testa di ‘cambiare l’Italia’ a suon di pistolettate, persino contro gli operai.
Ciò che sarebbe divenuto chiaro ai Fassino, ai D’Alema su su fino ai Renzi era che la vera spinta riformatrice, al riparo da tentazioni massimaliste, l’aveva data quel Bettino Craxi che sarebbe morto latitante in Tunisia, travolto dalle tangenti e dal malaffare di una corte — da cui qualcuno è riemerso verginello — avida e longeva.
Non che in questo non ci sia un fondo di verità: non che il welfare non sia servito a niente, intendiamoci. E non che Craxi non abbia a suo modo interpretato il desiderio di modernità dell’Italia, seppure in modo avventuristico e spavaldo, laddove Berlinguer (la famosa intervista con Scalfari) cercava di arginare l’orda lottizzatrice e arraffona dei suoi che cominciavano a governare.
Tuttavia quel percorso è stato uno slippery slope, il terreno scivolosissimo di anestetizzazione di ogni velleità radicale, la purga ideologica e semantica che ha bandito ogni rivendicazione di equità sostanziale di qualche profondità e al contempo ha ripulito il linguaggio da ogni ombra di violenza.
Certo era difficile parlare il linguaggio reboante della rivoluzione dopo gli spari. Anzi, in quella storia di anestetizzazione quegli spari rivestono un ruolo centrale: come se, dopo quelle vicende, l’autocensura avesse imposto di non spingere troppo in là, di non tirare troppo la corda, per non sembrare fiancheggiatori, simpatizzanti, ‘zona grigia’.
Lentamente, però, quel linguaggio si è trasformato, e scivolando scivolando è ricomparso nelle forme di un ribellismo terminologico che altro non è se non la posa plastica di proposte politiche non più a sinistra di Ted Kennedy. E’ facile oggi sentir parlare di rivoluzione da soggetti che agli occhi dei socialdemocratici degli anni ’70 sembrerebbero gli esponenti una destra conservatrice e filo-borghese e capitalistica. Anzi, direi che la trasformazione del linguaggio dell’insurrezione in gergo estetizzante è stata in qualche modo il risultato della presa di coscienza, da parte di chi vi aveva creduto, dell’impossibilità della rivoluzione. In fondo, è quello che sostiene Alfonso Berardinelli in suo bel libretto sugli Stili dell’estremismo. Il linguaggio si fa il simulacro della prassi, la assorbe e la esaurisce, ne diventa la maschera.
La neutralizzazione di quel linguaggio è stata colta da chi, pur lontano dalle posizioni estremiste, ha capito che avrebbe potuto impossessarsi del solo lessico.
Dunque ‘rivoluzione’ è termine che non fa più paura a nessuno, sia perché pronunciata da azzimati leaderini, sia perché il suo portato non ha niente a che vedere con la prassi a cui si riferiva nei decenni passati.
Tutto questo eccesso di cloroformio ha prodotto dunque la plastificazione e l’estetizzazione di ogni rivendicazione radicale, e l’azzeramento a naso arricciato e monocolo scivolato di ogni rudezza vera nello scontro politico. Il conflitto, soprattutto nell’era del dopo-Monti (ovvero dell’inquietante presidenzialismo extra-costituzionale di Napolitano), è stato bandito come forma di lotta politica. Il cinquecentenario di Machiavelli è la data della sua simbolica tanatografia.
E’ in questo clima che la politica ha definitivamente infilato l’era caramellata del ‘volemose bene’: il montismo è stata la stura alla voglia di larghe intese, al desiderio di non rinfocolare le polemiche, di non gettare benzina sul fuoco, di non essere ‘divisivi’ (nel quale termine, orrendo, sta scritta la morte dei partiti). Il renzismo è la prosecuzione glitterata del montismo con altri mezzi, o meglio è la vocazione maggioritaria del montismo.
Ed è sempre in questo clima che tutto scivola addosso, che ogni ulteriore vera canagliata politica viene indorata dal riferimento alla grande madre Europa (“fallo per me… vuoi? Te lo chiede la mamma”….), all’ineluttabilità del destino neo- o tardo- o post-capitalistico.
Chi si attarda con desideri di redistribuzione è un povero illuso, chi pensa alle classi (magari da combinare con il genere e con la ‘razza’) è un cultore dell’esecrato ‘politicamente corretto’, chi non sposa il motto ‘credere – obbedire – competere’ — caricatura pantografata degli stilemi economicistici — è un romantico e anche un po’ fessacchiotto.
Figuriamoci parlare di lotta. Ogni parola fuori posto è parola violenta, jacquerie verbale (c’è anche questa, certo: è l’assalto sui social network al povero Bersani in ospedale); ogni gesto vagamente insurrezionale — non importa che lo si condivida politicamente o no — è delegittimato dalla possibilità di ricorrere all’altro metodo, quello incruento della rappresentanza democratica (già, attraverso il Porcellum). Che poi cosa vuol dire insurrezionale? I rivoluzionari sono dei conservatori, oggi: sono coloro che pensano alla Modernità giuridica e politica come emancipazione-attraverso-diritti, e pensano questo fase come non liquidabile perché non compiuta, e non compiuta perché non assorbita e superata dentro una nuova fase che la contenga e la superi portandone con sé il sedimento.
Le pose attoriali dei finto-insurrezionalisti à la page non sono rivoluzionarie. Il cianciare di multitudo ha tutt’al più partorito il topolino del reddito minimo garantito…
L’odio e il risentimento sono parole espunte dal lessico politico. Parole sporche, come canaglie, libertini, debosciati sono sempre stati — lo dice bene Derrida — coloro che hanno lottato per la democrazia.
Vengono in mente le parole pronunciate da Edoardo Sanguineti in occasione del novantunesimo compleanno di Pietro Ingrao: “Bisogna vendicare le sofferenze dei padri” (E. Sanguineti, Come si diventa materialisti storici, Manni, Lecce 2006, p. 27). Dice proprio così: ‘vendicare’: “Il proletariato è caduto in un errore spaventoso quando si è proposto di pensare alla felicità dei figli futuri, quando il problema, invece, è la vendetta” (ibid., corsivo mio). E continua: “Noi siamo nati per vendicare le sofferenze dei padri: non esiste coscienza di classe se non esiste odio di classe” (ibid., il corsivo è ancora mio).
Ecco, dice proprio ‘odio’ Sanguineti. La borghesia odia il proletariato. Vengono in mente le recenti tesi di una lotta di classe rovesciata, dei ricchi contro i poveri. Difficile non dare credito a queste ipotesi.
Su una cosa però Sanguineti si sbagliava: sosteneva che ormai i figli sono fuori dal rischio della povertà, e che dunque ci si può permettere di pensare non alla loro felicità, ma a vendicare i torti subiti dai padri.

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