Decidere tutto per non decidere niente. La mobilitazione del pregiudizio ai tempi dei social network

Facebook_like_thumbQuante facce ha il potere? Che vi sia una faccia visibile e una faccia invisibile, e che questa faccia invisibile sia perfino demoniaca, è un’opzione che pesa sulla politica da quando essa esiste. La faccia visibile è quella che prende le decisioni. La faccia nascosta del potere è invece quella che prende non-decisioni, per rifarci al lessico degli studiosi neo-elitisti statunitensi Peter Bachrach e Morton Baratz. Che cosa sono le non-decisioni? Sono decisioni che sopprimono o inibiscono una sfida (latente o manifesta) nei confronti dei valori e degli interessi dei decisori. La seconda faccia del potere può dunque essere definita come quell’attività volta a far sì che il potere si occupi di questioni inoffensive per le élite dominanti. Sono vari i modi di prendere non-decisioni, ma tutti si servono di quella che è stata definita la mobilitazione del pregiudizio: si mettono in campo valori, credenze, rituali, procedure, al fine di beneficiare le categorie dominanti e scongiurare la decisione su questioni che esse ritengono scomode o dannose. Ma le non-decisioni sono decisioni a tutti gli effetti: esse dilazionano, diluiscono, attutiscono, depistano. Troncano e sopiscono. Essendo decisioni vere e proprie, a volte su di esse si può scatenare un conflitto tra le parti in causa. Ma talvolta la mobilitazione del pregiudizio impedisce perfino che si arrivi alla decisione (o non-decisione) o sposta l’attenzione su altri conflitti sostanzialmente innocui. Ecco le tre facce del potere: o si decide, o si non-decide, oppure le questioni non entrano neanche nell’ordine del giorno, e si discute di altro. Ciò è tanto più inquietante oggi, nell’epoca della società spettacolare e iperconnessa in cui la politica è fatta a suon di post e di tweet e il consenso è espresso attraverso i like.

Ciclicamente in Italia è possibile vedere all’opera meccanismi di mobilitazione del pregiudizio. L’agenda politica all’improvviso si ingolfa con temi come, solo per fare esempi d’attualità: il cognome della madre, le unioni gay, la cannabis, lo ius soli, la legge elettorale. Anche il lancio del tema-lavoro senza accordi politici di fondo che sostengano una riforma concreta è una forma di non-decisione piuttosto palese. L’illusione è che un’improvvisa accelerazione porterà a decidere su tutto il decidibile. La collocazione delle notizie nelle home dei siti di informazione e la classifica di popolarità degli hashtag di Twitter lasciano intendere che tutto verrà deciso, e presto. La polvere che si solleva, con la collaborazione inconsapevole degli utenti dei social network, inghiotte tutto.

Si potrebbe obiettare: chi decide l’importanza dei temi in agenda? Non è forse importante discutere della liberalizzazione della cannabis? Obiezione sensata: la drammatica urgenza di affrontare il tema del lavoro non può servire da alibi per non affrontare il tema delle unioni omosessuali, per dire. Ma magari decidessero! Invece la mobilitazione del pregiudizio spesso si serve di questioni centrali come strumenti per ridurre a latenza i problemi di fondo dell’assetto economico, sociale e istituzionale; ovvero spesso la discussione su temi fondamentali della vita di un Paese serve a non decidere niente su quegli stessi temi, che diventano meri strumenti per deviare l’attenzione oppure per prendere non-decisioni: decisioni irrisorie, che non cambiano niente, e che non danneggiano le élite dominanti e i loro bacini elettorali. Decidere tutto per non decidere niente.

Ma allora c’è un ‘grande vecchio’ o un ‘persuasore occulto’ dietro la mobilitazione del pregiudizio? Non proprio: sarebbe una risposta caricaturale. È tuttavia innegabile che il potere sia in mano a élite più o meno mappabili, trasversali, chiamate, attraverso consultazioni elettorali che sono esse stesse il risultato della mobilitazione del pregiudizio, a decidere ciò che potrebbe favorirle o sfavorirle. Il potere politico non è ovunque, il che rischierebbe di renderci incapaci di resistenza e ci relegherebbe a ‘scribi’ del potere (lo diceva Edward Said di Michel Foucault): esso è incarnato, incorporato, seppure non sempre individuabile e ‘visibile’, e talvolta fluido e mutevole. È incarnato anche in soggetti che si collocano prima della discussione dell’agenda politica, e che dispongono filtri alla formazione di quella stessa agenda.

Non è un destino della democrazia che il potere sia concentrato nelle mani di queste élite: non è che una scelta, che esclude per esempio una concezione della politica come democrazia radicale capace persino di promuovere istanze socialiste.

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Un Commento

  1. Barbara Collevecchio

    L’ha ribloggato su Barbara Collevecchioe ha commentato:
    È tuttavia innegabile che il potere sia in mano a élite più o meno mappabili, trasversali, chiamate, attraverso consultazioni elettorali che sono esse stesse il risultato della mobilitazione del pregiudizio, a decidere ciò che potrebbe favorirle o sfavorirle.

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