Decisionismo a sinistra

10686La parola del mese è decisionismo. Gad Lerner ne ha parlato sul suo blog a proposito del decisionismo di Craxi scimmiottato, a suo dire, dal giovane leader del Partito democratico Matteo Renzi. Obama nel discorso sullo “Stato dell’Unione” ha affermato che deciderà da solo se la mancanza di accordi bipartisan tra conservatori e democratici bloccherà la sua azione  (ma lì siamo in un contesto presidenzialista in cui il capo decide davvero, e molto, anche come commander in chief delle forze armate). Nell’ambito filosofico-politico il decisionismo è associato al nome di un giurista e teorico della politica molto controverso che risponde al nome di Carl Schmitt. Quest’ultimo è stato di recente citato in un contesto popolare come la trasmissione televisiva Piazzapulita dal raffinato Carlo Freccero. Il discorso, manco a dirlo, riguardava sempre Renzi e la sua ricorrente affermazione secondo cui la legittimazione popolare lo autorizzerebbe a prendere ‘decisioni’ in nome di tre milioni di votanti alle primarie del suo partito. Freccero ha citato il saggio di Schmitt del 1932 Legalità e legittimità in cui, ha sostenuto, si dice “che chi è eletto dal popolo ha il diritto di fare quello che vuole”. Si tratta evidentemente di un tema che scotta. Il sommo giurista del Reich (ebbe la tessera n. 2.098.860 del partito di Hitler, e sostenne che l’azione del Führer non era sottosta alla giustizia, essendo essa stessa la “giustizia suprema”) è uno dei maestri occulti del ‘900, secolo che ha percorso con alterne fortune, anche a rischio della propria vita. Schmitt fu infatti presidente dei giuristi nazionalsocialisti ma poi, inviso al regime, visse anni di isolamento e dopo la guerra fu catturato da parte delle forze alleate, che lo tennero in prigione. Il tutto finì con un non luogo a procedere, e Schmitt scrisse in proposito un libretto, Ex captivitate salus, mentre nel suo diario privato, il Glossarium, riversava il suo livore contro gli ebrei. Il filosofo Alexandre Kojève, altro ambiguo e affascinante personaggio del Novecento, disse all’ebreo Jacob Taubes che l’unico con cui valesse la pena parlare in Germania era Carl Schmitt. Schmitt comincia a occuparsi del problema della decisione già negli anni ’10 del secolo scorso. La celeberrima formula legata alla figura di Schmitt è quella che riguarda la domanda “chi è il sovrano?”: il sovrano è colui che decide lo stato di eccezione. Lo stato di eccezione è quella particolare figura giuridica che prevede la sospensione dell’ordine al fine di far fronte a una situazione straordinaria che richiede poteri speciali, possibile soltanto attraverso la sospensione per l’appunto del diritto stesso. In questo senso, la decisione è dentro e fuori dal diritto, è dentro e fuori al contempo dal potere costituito: è una sporgenza del potere costituente. Si tratta, si direbbe, di una auto-immunizzazione. Il pensiero di questo autore dunque ruota attorno all’idea di una decisione non vincolata dai lacci e lacciuoli del parlamentarismo, di cui lo stesso ci fornisce un quadro critico all’indomani della Repubblica di Weimar. La fiducia illuministica nella visibilità del potere politico che si manifesta nelle aule del Parlamento era per Schmitt da rigettare. Inoltre il parlamentarismo secondo Schmitt produceva la sovrapposizione perfetta tra legalità e legittimità, in cui lo Stato è il produttore del diritto, e il diritto positivo (dunque prodotto dallo Stato: l’elemento ‘legale’) è per ciò stesso il diritto ‘legittimo’, che non ha bisogno di alcun fondamento esterno. Nel suo libro sulla Dittatura Schmitt aveva teorizzato la forma di adesione plebiscitaria, per alzata di mano, con un sì o con un no (laddove il ‘no’ era una mera eventualità di scuola), al potere sovrano. Altro che dialettica parlamentare: prendere o lasciare! Inoltre egli sostenne che la politica vive della distinzione amico/nemico, di contro al suo grande avversario novecentesco, il giurista ceco Hans Kelsen, sostenitore della democrazia come compromesso. In realtà, il decisionismo è una retorica, è il compromesso l’elemento che denota il politico. Solo che se nella sua accezione nobile esso è accordo alla luce del sole raggiunto in Parlamento, oggi dietro il paravento del decisionismo si nasconde un compromesso prima e fuori dalle assise rappresentative.

Pare evidente che la figura oscura di Carl Schmitt, autore tutt’oggi controverso e al centro di numerosi studi, evochi e nutra le culture della destra politica. Nonostante ciò egli ha esercitato una strana e per certi versi affascinante e tutta da studiare forma di fascinazione nei confronti della sinistra. Franz Haas, in un articolo apparso qualche tempo fa su Belfagor, ricorda questa fascinazione, irridendola, e nomina la triade che aveva “conquistato i cuori dei comunisti pentiti”: Heidegger, Jünger, lo stesso Schmitt.

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