L’incendio ucraino e le ipocrisie occidentali

[Questo articolo è apparso il 28 febbraio 2014 sul quotidiano Pagina99p. 15, col titolo “Quello che è possibile fare per spegnere i focolai che scoppiano nel mondo”]

ucraina_maidan_molotovR439_thumb400x275Tutte le volte che una regione del globo prende fuoco si riaccende il dibattito sul “che fare?”. La politica, gli intellettuali, la società sentono il dovere di rispondere a una questione che li interroga: possiamo stare a guardare? Dopo la fine della divisione del mondo in blocchi, vi sono stati da questo punto di vista due eventi-spartiacque: la Guerra del Golfo scatenata da Bush padre contro Saddam Hussein nel 1991 e la guerra del Kosovo del 1999. In entrambi i casi la posizione che fece più scalpore in Italia fu l’avallo dato alle operazioni militari da Norberto Bobbio. Jürgen Habermas sostenne, con riferimento al Kosovo, le ragioni ‘morali’ dell’intervento contro le ‘astratte’ ragioni del diritto. Ma vi fu anche chi ritenne di trovare un appiglio giuridico all’intervento umanitario: venne teorizzato l’ossimoro della ‘consuetudine immediata’, secondo cui il diritto si stava trasformando rapidamente dal modello di Westfalia nel modello delle Nazioni Unite, ossia da un diritto internazionale fondato sul principio della sovranità dello Stato così come era emerso dall’omonima pace del 1648, che aveva dato forma alla comunità internazionale degli Stati superiorem non recognoscentes, in un ordine cosmopolitico in cui la primazia spetta non al diritto interno di ogni Stato, ma al diritto internazionale stesso. Ciò avrebbe non solo avallato, ma reso doverosi in nome di una ‘responsabilità di proteggere’, interventi bellici in difesa dei diritti umani e della pace. In questo oscuro limbo del diritto internazionale si afferma così un altro stridente ossimoro, la ‘guerra umanitaria’: per quanto essa sia stata presentata sempre più come ‘chirurgica’, lo splendore marziale della tecnica non è stato in grado di celare i massacri di civili, derubricati a collateral damages.

Non tutti i casi si sono però risolti in ‘bombardamenti a fin di bene’ (sic): la Libia sì, la Siria e il Libano no; niente interventi sull’operazione israeliana “Piombo fuso” nei Territori; silenzio sulla Cecenia. E così via. I regimi liberticidi e violenti nel mondo usano queste contraddizioni della realpolitik occidentale per puntare l’indice contro la sua ipocrisia.

Si tratta di contraddizioni che non aiutano: per bacchettare gli altri occorrerebbe tendere a essere irreprensibili. E coerenti. Inoltre molti Stati sono tuttora tetragoni sul principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. È il classico argomento cinese.

Ma è anche l’argomento russo rispetto alla crisi Ucraina: è un paese sovrano, non immischiatevi. Il sostegno dell’opinione pubblica internazionale viene vissuto da alcuni analisti come un’ingerenza dannosa e ipocrita nelle difficili relazioni tra Russia, Ucraina e mondo occidentale. L’Europa dal canto suo è un ircocervo che non ha una posizione netta sull’argomento, e la tanto paventata via delle sanzioni rischia di rimanere senza alcuna efficacia. La NATO, per bocca del suo segretario generale Rasmussen, ha rovesciato l’argomento della non-ingerenza, richiamando Putin al rispetto della sovranità ucraina e dell’inviolabilità dei suoi confini.

Un intervento occidentale in Ucraina è comunque totalmente fuori da ogni più ardita proiezione fantapolitica. Ci si chiede allora cosa il mondo possa fare di fronte alla situazione di Maidan, dato che nel paese – nonostante la cacciata del premier filo-russo Yanukovich – rimane alta la tensione, con frizioni sul fronte orientale e meridionale.

Certo in un mondo interconnesso in cui il dolore e la morte entrano nelle case dell’opinione pubblica non si può più pensare che la violenza sia affare ‘domestico’, e per quanto si possa ritenere che i media giochino un ruolo nell’orientare queste sensibilità, la domanda ‘che fare?’ è sempre più pressante.

Come sempre, è la diplomazia che deve mettersi al lavoro. Un realismo politico non sordo alle ragioni della democrazia e dei diritti deve spingere affinché si lasci agli ucraini la scelta. C’è tanto da fare. E da farlo presto. Ed è un peccato che in tutto questo l’Italia non giochi alcun ruolo.

 

 

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Un Commento

  1. fausto

    La Nato che chiede la non ingerenza ai russi sarebbe come una volpe che chiede al gallo di lasciare in pace le galline del pollaio. Quasi quasi fa sorridere; ma forse le vittime dei recenti bombardamenti non sorridono granché.

    Battute a parte: i russi non si devono sforzare. I toni aggressivi usati dagli ucraini contro i connazionali russofoni bastano ed avanzano per indurre una secessione. Non ci vuole uno stratega per capirlo, ci arrivo pure io.

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