Saul Bellow. La scomparsa dell’uomo in bilico

[scrissi questo articolo — poi non pubblicato — nell’aprile del 2005, in occasione della morte di Saul Bellow, scomparso il 5 aprile di quell’anno]

Saul Bellow. From the Fay Godwin Archive at the British LibraryLa notizia della morte di Saul Bellow mi ha raggiunto mentre sono lontano centinaia di kilometri dalla mia biblioteca, sui cui scaffali ho sistemato, accanto a William Faulkner, proprio i titoli (quasi tutti) dello scrittore di origini russe (il cognome originariamente era “Byelo”, bianco), nato a Lachine, in Québec nel 1915, trasferitosi poco dopo a Chicago e deceduto il 4 aprile scorso all’età di 89 anni. Dunque non ho potuto officiare il rito di cui parla lo scrittore Ian McEwan proprio con riferimento alla morte di Bellow: “quando un grande scrittore muore, gli porgiamo l’ultimo omaggio facendo visita ai nostri scaffali di libri, alle biblioteche o alle librerie”. Non posso prendere fra le dita le pagine ingiallite dei romanzi ormai introvabili di quel signore dai denti larghi, dal sorriso aperto e dalle numerose mogli che ha scritto alcuni dei libri più belli della letteratura statunitense, insieme al suo vicino – sui miei scaffali –, il ‘contadino prestato alla letteratura’ Faulkner. Faulkner e Bellow: secondo Philip Roth, i due più grandi scrittori statunitensi del XX secolo. Ma mentre Faulkner fu il maestro lirico tutto rigore protestante e antico Testamento, autore arcaico capace di sviscerare le passioni e i sentimenti ancestrali dell’uomo, Joyce d’oltreoceano con in più – rispetto al virtuosismo formale dell’autore dell’Ulisse – una potenza icastica tale da far partire uno dei suoi romanzi più belli e difficili, L’urlo e il furore, dall’immagine delle mutandine di Caddy imbrattate di fango mentre si arrampica su un albero per assistere al funerale della nonna, Saul Bellow è stato uno scrittore tipicamente moderno. Ha descritto le ansie, le paure e le insicurezze dell’uomo contemporaneo: non il contadino, il cacciatore, il piromane come in Faulkner, ma l’abitatore delle città spersonalizzanti, il passeggero delle veloci metropolitane, l’inquilino dei meravigliosi attici. E lo ha fatto anche attraverso le numerose digressioni filosofiche di cui ha infarcito i suoi libri: l’uomo-massa di Ortega y Gasset e la critica della funzione esonerante della tecnica (come aveva scritto Max Weber nel Lavoro intellettuale come professione un uomo sale sul tram e ne fa uso senza avere la minima idea di come esso funzioni); gli angeli di Swedenborg; le sofisticherie snobistiche del filosofo di origini russe Kojève, tanto care all’amico Allan Bloom cui Bellow dedicherà Ravelstein (peraltro alcuni sostengono che alla base del pensiero neocons ci sia anche la lettura che Bloom fece di Kojève e che egli trasmise ad alcuni suoi allievi come Wolfowitz e Fukuyama). Ma non si è mai capito per chi votasse Bellow, non so se davvero fosse un conservatore, un fan della cultura vetero-europea, un umanista chic ferocemente arrabbiato contro la chiusura della mente americana e del suo sistema educativo, uno che dice “quando gli zulù avranno il loro Tolstoj, noi lo leggeremo” (ma pare non l’abbia davvero detta). Scrive John Updike, scrittore non sempre tenero col collega,: “Durante i nostri incontri e nelle lettere che ci siamo scambiati, non mi ha mai detto per chi votava. Ma non credo che le sue idee politiche abbiano in alcun modo interferito con la sua prosa”.
Gli uomini di Bellow sono mezzi intellettuali, mezzi falliti, uomini sofferenti che scrivono lettere che non spediranno mai, che frequentano mezzi criminali e ne sono affascinati e impauriti, ragazzi che si lasciano sedurre dalla nudità di una fanciulla dopo l’amplesso scorta nella penombra mentre la loro madre è a casa che sta morendo. Ma il pezzo forte di Bellow sono le donne. Le donne raccontate da Bellow sono così femminili, odorose, la loro biancheria fruscia in modo così seducente, e sono così pericolose, così irresistibilmente irrinunciabili, così maliziose. Sono capaci di portarci in Messico alla ricerca di uccellacci da catturare, oppure sono piccole donne che ci montano sugli stinchi con gli scarponi per fare l’amore e assomigliano alla Clemm, la moglie-bambina di Edgar Allan Poe, donne che ci porteranno sull’orlo del precipizio e che magari ci daranno anche una bella spinta. E sono tutte incredibilmente belle e affascinanti: Bellow mi ha fatto amare tutte le donne dei suoi libri. Nella descrizione delle donne di Bellow ci ho trovato un riferimento costante agli odori, agli umori, alla carne. La descrizione delle penombre, degli afrori, dei rumori che fanno da sfondo agli amplessi dei personaggi di Bellow è straordinaria.
Di sicuro scompare il più straordinario cantore della bellezza e della pericolosità femminile in circolazione su questo pianeta.

 

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