Rodotà ieri e oggi

1914717575Matteo Renzi e i suoi sono impegnati pancia a terra al fine di ‘portare a casa’ le ‘riforme’. A parte che qualcuno prima o poi dovrà occuparsi di questo gergo metaforico davvero insopportabile, questo impegno richiede uomini e mezzi. E così ‘scendono in campo’ (per stare all’insopportabile jargon) in una inedita coppia Il Foglio di Giuliano Ferrara (con Claudio Cerasa) e il costituzionalista renziano Stefano Ceccanti. Quest’ultimo rilancia un articolo di Stefano Brogi sul blog Landino nel quale l’autore, un vero cacciatore di reperti, segnala una proposta di legge costituzionale firmata anche da Stefano Rodotà (con Bassanini, Barbato, e altri) e presentata il 16 gennaio del 1985. E cosa si dice in quella proposta? La scoperta dei nostri Indiana Jones ha dell’incredibile: Rodotà e gli altri proponevano un monocameralismo puro! Abolizione TO-TA-LE! Senato Kaputt!

Ahi ahi ahi, Rodotà! Che incoerente! Oggi dici che la proposta di una sorta di Senato delle regioni avanzata da Renzi è roba da svolta autoritaria, ieri (sic) eri per far fuori Senato e senatori. Allora dillo, Ro-do-tà-tà-tà, che ce l’hai con Renzi! Dillo che non sopporti il Rottamatore di Rignano, l’uomo che toserà i parrucconi, il vitalistico leader dalla promessa facile (e dalla copertura difficile).

Tuttavia, a Ceccanti-Cerasa e agli altri relic hunters sarebbe bastata un’occhiata un tantino più approfondita al testo della proposta ‘Rodotà’, e magari anche una scorsa un po’ meno lardellata dell’appello di Libertà e Giustizia.

Infatti, la proposta ‘giacobina’ dell”85 propone sì il monocameralismo puro, ovvero l’abolizione totale del Senato, ma per uno scopo diametralmente opposto a quello che Renzi (e prima di lui Berlusconi) ha in mente. Mentre infatti Renzi — che è bene ricordalo, perché tornerà utile nel ragionamento, è il terzo premier ‘non espressione del voto’ dopo Monti e Letta — intende con questa riforma rendere l’esecutivo più stabile e meno dipendente dai ‘lacci e lacciuoli’ (l’espressione è, non a caso, berlusconiana) di un parlamentarismo ormai percepito come una zavorra alla speditezza delle decisioni del premier, la proposta ‘Rodotà’ andava nel senso contrario: lo scopo era di imbrigliare ancor di più l’esecutivo, di rafforzare la rappresentanza, di sottoporre in modo più netto il governo al parlamento.

Lo scopo della proposta dell”85 era di evitare che la disarticolazione della rappresentanza in due istanze lasciasse spazi all’esecutivo, spazi arbitrari, nei quali si costituisse una “forma non legale di ulteriore pluspotere rispetto all’organo rappresentativo e alla società rappresentata”. Va in questa stessa direzione, a corroborare la lettura continuista, la critica che in quella proposta si muove con riferimento all’ipotesi di un Senato delle autonomie (ciò che Renzi oggi propugna). Questo infatti, stante la sua natura di organo rappresentativo, non è pensabile come risultato di elezioni ‘mediate’, filtrate, di secondo livello (voto alle regionali e il mio voto si riverbera sulla scelta dei senatori). Tanto più che una parte dei senatori del ‘nuovo’ Senato non sarebbe neanche elettiva, ma di nomina ‘regia’.

Qual è dunque il focus delle tesi di Rodotà di allora e dell’appello di Libertà e Giustizia di oggi? Allora come oggi, la tesi è la stessa: la critica al progressivo svuotamento della rappresentanza a favore di un esecutivo ‘potenziato’ e sempre più slegato dai vincoli del parlamentarismo. Ovvero la critica all’idea che il parlamento sia un handicap che frenerebbe la velocità con cui il governo deve rispondere alle questioni concrete.

Ora, si può concordare o meno su quest’ultima ricostruzione (che ‘stranamente’ è quella di JP Morgan, principale indiziato come colpevole della crisi mondiale attuale). Ma una cosa è certa: i parlamenti sono organi vitali della democrazia costituzionale e — per l’appunto — parlamentare. Il decisionismo non è una prospettiva democratica, ma insiste su suggestioni autocratiche e destrorse nelle quali il capo, forte di un consenso ‘sondocratico’ e di una rappresentanza tutto sommato plebiscitaria che si esprime con un sì o con un no, laddove il no è solo un caso di scuola, decide e viene seguito dal popolo.

Ma la democrazia ha un costo. Se vogliamo la rappresentanza, se vogliamo un governo che risponda agli eletti (possibilmente con una legge decente: eletti, non nominati) che parlano in nome  e per conto della nazione, dobbiamo tenerci i parlamenti.

E invece non solo il parlamento viene svuotato delle proprie prerogative, ma la rappresentanza viene umiliata attraverso prima una legge elettorale dichiarata addirittura incostituzionale dall Corte costituzionale, poi con l’Italicum che è una cura peggiore del male, una toppa più larga del buco, e che non sana alcun vizio del Porcellum, promettendo di regalarci ancora un parlamento di nominati.

Ed è in questa direzione che vanno le critiche di Rodotà di allora: “La questione istituzionale è, in realtà, soprattutto questione di legittimazione, […] di incentivazione delle potenzialità democratiche della Nazione”. E il piano dell’efficienza — oggi così tanto invocato per giustificare la critica ai parlamenti — non può essere disgiunto, dicono Rodotà e gli altri, da quello della legittimazione. Insomma, già nell”85 Rodotà tuonava contro l’idea che l’efficienza delle decisioni (pur importante, tanto che la sua proposta era di abolire completamente il Senato) fosse disgiunta dalla legittimazione popolare e dall’impulso decisivo del parlamento.

L’appello di Libertà e Giustizia dice le stesse cose: il punto non è la riforma — che peraltro, occorre dirlo, è penosa; il punto non è la giusta esigenza di efficienza e rapidità; il punto è lo svuotamento della rappresentanza. Allora come oggi.

Eppure non ci voleva una laurea in paleografia per capirlo.

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