Sospeso su un esile filo. Il Primo maggio di Francesco Boccuti

Silete theologi in munere alieno! ammoniva nel Cinquecento il giurista Alberico Gentili nei confronti dei dotti studiosi di cose di Dio, fino ad allora anche autori particolarmente ascoltati in tema di questioni politiche e giuridiche. Silete iureconsulti in munere alieno! è quanto potrebbe intimarmi qualsiasi critico letterario in vena di dotte citazioni che volesse invitarmi a lasciare il campo dell’analisi delle poesie di Francesco Boccuti agli specialisti. Eppure, se posso, vorrei rivendicare per me un ruolo da ‘esegeta’ dei suoi versi, in ragione della pienezza che emerge dalla figura di Boccuti: uomo politico e sindacalista, oltre che poeta sensibile. Pienezza, dunque, data dalla inestricabile connessione tra la vita pubblica di un uomo e il suo travaglio privato, tra la dedizione ai temi del lavoro, del Sud, della lotta contro lo sfruttamento e le riflessioni intime che (anche su quel tema) l’autore ha voluto lasciarci. E in Boccuti l’intimo si fa politico, trascende i cancelli del personale per farsi pensiero collettivo, condiviso, solidale. Ne sono testimonianza le belle liriche dedicate al Primo maggio, Festa dei lavoratori, laddove Boccuti ricorda con amarezza, ma senza indulgere al patetico, le lotte contadine per i diritti ancora di là da venire, per poi – con gioia – trascinarci verso un futuro di speranza nel quale il dolore possa scomparire “dietro nuvole leggere” (Giorno di festa: Primo maggio). Spes contra spem: Boccuti conosce bene la situazione disperata del Sud massacrato dalla rapacità incontrollata dei ‘padroni’, eppure non abbassa lo sguardo: pare quasi di vederlo, nel corteo che canta Bella ciao, Internazionale, Bandiera rossa (Primo maggio), alzare il pugno chiuso verso il cielo, la schiena dritta, i denti stretti. Ma quel pugno chiuso non è gesto esclusivo, poiché – egli scrive – “siamo in tanti racchiusi nel tuo raggio” (Giorno di lotta: Primo maggio), quei tanti che Boccuti pure sente intorno a sé nella solitudine di una notte senza luna, quando “nell’umida guazza seduto,/solo ero/ma nel tremore del vento/intorno a me sentivo/moltitudini di gente” (Libertà). In altri termini, nella riflessione in versi di Boccuti il momento collettivo è sempre centrale, anche quando – straziato dalla disillusione – egli sembra cedere alla disperazione più cupa: è in quell’istante che un sorriso raccoglie il suo sguardo e una mano gli si posa sulla spalla (Sonno).

Apprendo dal Ricordo di Francesco, scritto con delicatezza da Gennaro Oriolo, della conversione religiosa di Boccuti quasi in limine mortis. Non so se il rigore morale da egli espresso in vita, oggi sostenuto dagli scritti qui raccolti, fosse calvinista o cattolico, eppure le sue parole risuonano di furore gesuitico quando egli afferma il valore della verità e quando, attraverso le parole e le opere, egli ha dato () testimonianza di quella tensione verso la giustizia che è solo degli uomini retti.

Dunque giustizia, lavoro, solidarietà, verità sono le parole-chiave della poetica e della politica di Boccuti: concetti che presumibilmente gli derivano – oltre che da una spiccata sensibilità personale – da una formazione culturale e politica di cui il Sud non smette mai di avere bisogno. Oggi più che mai, oggi che la lotta pare essersi arenata nelle secche del dilagante clientelismo, della truffa come sistema di vita, della politica intesa come gestione privata della cosa pubblica, dell’egoismo sfrenato, il severo sguardo di Boccuti può fornire nuove tracce per pensare il Sud e i suoi drammi. Se, piuttosto che indulgere in esotiche e orientalizzanti rappresentazioni di un Sud tutto ‘pizziche’ e ‘tarantelle’, non torniamo a fare i conti col problema del lavoro e dello sfruttamento, se non ci avvediamo che non è possibile una crescita che non sia solidale, collettiva, allora davvero il Sud è un luogo disperante. Se le lotte sindacali non diventano il fulcro della vita pubblica, se non diviene forte il senso di avversione alla vista di giovani donne e uomini che – piegati dal lavoro – tornano a casa con in tasca pochi miseri euro, ‘salario’ di una giornata intensa di fatica, se le labbra rimangono serrate di fronte all’ingiustizia, allora davvero è anche colpa nostra. Nostra che, come subalterni, diventiamo vittime e complici allo stesso tempo. Ma è colpa soprattutto di una classe dirigente incapace di dirsi – non bisogna vergognarsi a usare tale termine – élite, avanguardia.

È a tutto questo che ho pensato nel leggere gli scritti di Francesco Boccuti: affinché rimanga almeno il coraggio.  

[* Si tratta della mia Prefazione al libro di Francesco Boccuti Sospeso su un esile filo, Ferrari, Rossano 2007]

 

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