I frutti puri impazziscono?

La seconda metà del Novecento ha assistito, in particolare dopo la pubblicazione di Orientalismo (1978) di Edward W. Said, al proliferare di una serie di opere scientifiche tutte tese a spiazzare il lettore, a insinuare il dubbio, a rendere vacillanti le granitiche certezze che avevano permesso di costruire il predominio imperiale dell’Occidente sul resto del globo. In particolare, queste opere hanno mirato a farci intendere che molte di quelle certezze erano semplicemente inventate, frutto cioè di un’elaborazione teorico-ideologica funzionale alle logiche del dominio. Ma quali erano quelle certezze? A passarle in rassegna, il mondo ti crolla addosso: Occidente, Europa, cultura, identità, etnia, razza… tutte invenzioni. O meglio, tutte invenzioni erano le accezioni che l’Occidente aveva fornito di quei concetti, intesi come monoliti compatti e chiusi, impermeabili. L’ottimismo della migliore etnologia dei primordi, quella di fine Ottocento, che voleva la cultura come insieme di morale, costumi, diritto, arte, conoscenze e credenze dei membri di una società, si è trasformato nelle incertezze di un’antropologia che si muove oggi su linee di faglia e che tende a riconoscere che, come ha scritto Clifford Geertz, “a fronte della frammentazione del nostro mondo, la concezione tesa a individuare nella cultura – in una data cultura, in questa cultura – un consenso circa idee di fondo, sentimenti e valori comuni non regge più”. Peraltro, il mondo ‘sempre più’ frammentato non è mai stato omogeneo e monolitico: Benedict Anderson, in un suo magistrale lavoro (Comunità immaginate, manifestolibri), ha chiarito come le idee di nazione, cultura, Stato, siano risultate non tanto dalla panglossiana forza di una storia che mette tutto al suo posto, quanto da una pervicace opera di costruzione. Persino i ‘padri della patria’ come Guglielmo il Conquistatore o Giorgio I non avevano alcuna consapevolezza di essere ‘inglesi’, né spiccicavano una parola di inglese(lingua che all’epoca della battaglia di Hastings non esisteva neanche). L’Impero ‘inglese’ non fu praticamente mai retto da una casata ‘inglese’, così come nelle guerre ‘fratricide’ del ‘500 in Francia le parti contrapposte non ebbero mai nessuna percezione di essere ‘francesi’.
L’Occidente, poi, è stato costruito tutto in contrapposizione a un ‘Oriente’ esotico, disegnato dagli occidentali talvolta come il luogo del dispotismo, talaltra come il ricettacolo della lascivia e dell’immoralità (la letteratura è piena di immagini di ‘orientali’ dediti al vizio, alla promiscuità e dalla sessualità molto ‘libera’).
E tuttavia, nonostante la meritoria opera di letterati, antropologi, filosofi, sociologi, c’è ancora qualcuno che usa come una clava concetti consunti e profondamente compromessi sul piano teorico – se intesi nella loro accezione di monoliti – come ‘cultura’ e ‘identità’.
È il caso del presidente del Senato Marcello Pera, che nel suo discorso al Meeting di Cl a Rimini (disponibile on line sul sito del Senato), ha parlato con sicumera dell’Occidente come di un ‘fatto’ (per ciò stesso incontrovertibile) minacciato oggi da un lato dalle sue pulsioni autodistruttive verso il materialismo e l’opulenza, dall’altro dalla montante massa di disperati che rischierebbero di rendere l’Europa un ‘meticciato’ aperto a terroristi di seconda generazione e a disegni imperiali al contrario (il sogno del Califfato planetario). Pera, nel tentativo di fornire alla destra un apparato ideologico aggressivo, fondato sul pensiero dei neocons statunitensi, ha parlato con disinvoltura della necessità che la cultura occidentale venga preservata, che – parafrasando un verso di W.C. Williams – i frutti puri non impazziscano.
Ma siamo proprio sicuri che l’Occidente – se esiste qualcosa con tale nome – sia minacciato dall’‘orda islamica’ alle nostre porte? Oppure è più saggio guardare all’eversione dello Stato di diritto – il migliore risultato di una cultura autenticamente occidentale – e del diritto internazionale messa in atto da un Occidente che rinnega le sue migliori radici, quelle del diritto e della messa in forma dell’uso della forza, e tentare di porvi un argine? Siamo proprio sicuri che il relativismo sia più minaccioso di un universalismo muscolare che intende imporre al mondo la propria, parziale visione delle cose? Secondo Pera, “i relativisti scherzano col fuoco” nel tentativo di abolire il linguaggio della verità. Ma qui il filosofo della scienza dimentica tutto il percorso dell’epistemologia novecentesca contro l’idea di verità, percorso che molti storici sogliono far incominciare proprio dal falsificazionismo del suo (di Pera) Popper.
Se termini come Occidente, cultura, Stato, identità hanno ancora oggi un senso, esso è dato dalla loro natura relazionale, mobile, mista, dinamica.
E il discorso sull’‘inesistenza’ delle culture, dell’Occidente etc. (ripetiamo: nell’accezione granitica di cui Pera si è servito) non è affatto il frutto di becero relativismo. È invece il risultato della consapevolezza che l’identità (persino quella individuale) e la cultura sono concetti dinamici, misti (‘meticci’), non monolitici, che essi si costruiscono e decostruiscono, scrivono e riscrivono giorno dopo giorno, momento dopo momento, incontro dopo incontro. Mi piace ricordare l’immagine dell’antropologo James Clifford secondo cui le culture vivono per impollinazione.
È il conflitto – nel senso positivo di discussione, confronto dialettico – che traccia un’idea sempre mobile, quasi traballante ma proprio per questo feconda, di identità e cultura. Concetti che – mutuando espressioni care all’epistemologia popperiana di cui Pera si è occupato – sono sempre ‘sulle palafitte’, costantemente in discussione. A patto che a tale discussione – dai tratti talvolta tesi – partecipino i soggetti finora subalterni, coloro i quali continuano a essere ‘rappresentati’, da destra come da sinistra, e che invece dovrebbero parlare con la loro voce.
Nella speranza che, proprio grazie alla discussione (che ne è il suo tratto migliore), la società occidentale non perisca. Anzi, non Pera.

[* Questo articolo fu proposto a Europa all’indomani del discorso di Marcello Pera, allora presidente del Senato, al meeting annuale di Comunione e Liberazione di Rimini. Il pezzo non venne pubblicato]

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