L’oblio mancato di Foucault

9788868020262A trent’anni esatti dalla scomparsa avvenuta per SIDA, l’autarchico acronimo francese, il 25 giugno del 1984, Michel Foucault è pienamente nel secolo, ovvero nell’opinione comune. Il suo magistero caleidoscopico ed erudito ha sedotto frotte di studiosi, in particolare quelli che hanno risciacquato i panni nella Senna e oggi li stendono al sole dell’Italian theory. E certo la sua riflessione sul potere, sulla sessualità, sul sé, sulla follia, ha fornito un abbecedario teoretico a tutti coloro che hanno pensato di fare i conti col dominio e con la resistenza. Ma Foucault è così utile in proposito, dal momento che la spirale generatrice del potere non è più, per il teorico francese, un’architettura dispotica, ma una filiazione abissale, un vortice e una strofa senza origine? Formulo questa domanda con le parole iniziali del saggio ustorio che nel 1977 Jean Baudrillard intitolò Dimenticare Foucault (tradotto da Cappelli all’epoca e ripubblicato meritoriamente da PGreco quest’anno). Dimenticare sarà difficile, soprattutto nel nostro paese, dove le sue parole sono diventate parole d’ordine di un (talvolta fastidiosamente di maniera) gergo filosofico nostrano.
Foucault liquidò con fastidio il pamphlet dicendo che più probabilmente sarebbe stato lui a dimenticarsi di Baudrillard. Ma fece pressioni, assieme a Deleuze e Guattari, affinché il testo non fosse pubblicato negli Stati Uniti, dove poi uscì assieme a un riparatorio Dimenticare Baudrillard. Disse che Baudrillard cercava la fama. Di certo il filosofo del simulacro, secondo la vulgata uno degli ispiratori di Matrix, confezionò un saggio che è al contempo ammirato e spietato. Nel quale parla della scrittura di Foucault come di un’oggettività fluida, uno stile orbitale, non vertiginoso perché “non va mai oltre ciò che è detto”. Ma sa essere tagliente: “Tutti si rotolano nel molecolare come se fosse rivoluzionario”. Ciò di cui Baudrillard accusa Foucault è di non aver visto che la legge trascendente non si oppone al desiderio e all’immanenza, ma che il desiderio è la versione molecolare della Legge. In questo contesto, in cui la critica del potere di Foucault è una voluta in più nella spirale del potere stesso, la resistenza è talmente infinitesimale e microscopica che “gli atomi del potere e della resistenza si confondono”. Edward Said dirà che Foucault gli era sembrato lo ‘scriba del potere’, non avendo rintracciato nei suoi scritti niente che aiutasse a resistere. Con che cosa urta questo potere immanente? “Se il potere fosse questa infiltrazione magnetica all’infinito nel campo sociale, da tempo non incontrerebbe più alcuna resistenza”. Ma il potere invece non esiste, esso è simulacro vuoto, e se seduce è solo perché si trasforma in segni. Solo il potere che assume la sfida della propria non-esistenza è veramente sovrano. E non c’è nessuna verità che lo riguardi.

[* Questo articolo è stato pubblicato su “Pagina99we” del 5 luglio 2014, p. 31]

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