Una Norimberga per Israele? Il perché di un esempio sbagliato

Sul sito di Historia Magistra campeggia da qualche giorno un appello di intellettuali per una “Norimberga per Israele”. Gli estensori e i firmatari dell’appello si riferiscono al rinnovato conflitto israelo-palestinese e al l’operazione Protective Edge che il governo Netanyahu sta conducendo da ormai un mese contro Gaza, con ingentissime perdite di vite (soprattutto civili, con un numero elevatissimo di bambini) da parte palestinese e alcune decine di vittime tra i militari israeliani.
L’attacco, condotto in violazione del diritto internazionale, è caratterizzato da una immane sproporzione nell’impiego dei mezzi (rudimentali razzi, neutralizzati dal sistema di protezione Iron Dome), e denuncia la volontà del governo israeliano di mettere alle corde il movimento radicale di Hamas, egemone in una Striscia che dopo decenni di laicismo riscopre l’islamismo aggressivo che per anni gli Stati Uniti avevano foraggiato nella speranza di contrastare Al Fatah.
Contro l’attacco israeliano hanno tuonato persino i maggiori protettori del governo di Tel Aviv: si narra di una telefonata in cui Obama avrebbe alzato la voce con Bibi intimandogli il cessate il fuoco,e anche l’ONU si è mossa, nonostante i due interventi siano stati piuttosto blandi e in qualche misura ipocriti.
Ora, rispetto a questa situazione gli intellettuali (tra cui Angelo D’Orsi e Domenico Losurdo) hanno schierato uno zoliano e cubitale “noi accusiamo”, invocando una Norimberga per Israele.
L’appello ha scatenato violentissime polemiche, come sempre accade quando si tocca un nervo scoperto come il conflitto in “Terra santa”.
Si potrebbe con tranquillità affermare che la stragrande maggioranza di esse è pretestuosa. Come quelle uscite che, per tacitare la critica, impropriamente sovrappongono l’antisionismo all’antisemitismo (l’ebraismo italiano su questo ha dato prove penose). Ed è dunque necessario, per dire qualcosa, cercare di attenersi asciuttamente ad alcuni dati di realtà.
Il primo di tutti riguarda a mio avviso l’inopportunità di richiamarsi a un tribunale speciale ex post, quando per esempio sul piano domestico la nostra alta cultura giuridica ha scritto parole precise in Costituzione contro i tribunali speciali. Si obietterà che nel diritto internazionale i tribunali spesso sono stati ex post (Norimberga, Giappone, Rwanda, ex Iugoslavia).
Vero, ma — al di là delle debite differenze che pure occorrerebbe tenere presenti tra queste varie esperienze — quel che è chiaro è che Norimberga fu l’esempio di quella giustizia dei vincitori che colpì la parte sconfitta tralasciando le gravissime responsabilità degli Alleati e degli Stati Uniti. Si pensi solo che in queste ore ricorre l’anniversario dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki da parte degli States. O si pensi al mattatoio di Dresda.
È questa la giustizia che vogliamo?
Direi di no. Allora che fare?
Il caso più rilevante di tribunale ‘non speciale’ e ‘non ex post’ è quello della Corte Penale Internazionale. L’insigne internazionalista Richard Falk, che del conflitto israelo-palestinese è grande esperto, ha analizzato tutte le questione giuridiche legate a questa ipotesi. Con un certo ottimismo, ha concluso che pur non potendosi invocare un intervento della ICC, l’appello a essa corroborerebbe le ragioni della Palestina di fronte a un’opinione pubblica internazionale già molto colpita dalla condotta di Israele e dalle sue ripetute violazioni del diritto internazionale.
Meno ottimisticamente, ci si può limitare a ricordare che la Corte opera su base pattizia, e che Israele non ne ha sottoscritto lo Statuto. E occorre ricordare anche che la Palestina non gode al momento dello status sufficiente a poter invocare l’intervento della Corte (davanti alla quale, peraltro, essa stessa potrebbe venire trascinata per quelle stesse fattispecie per le quali la Corte ha giurisdizione). Più in profondità, la ICC non va esente dall’accusa di essere troppo ‘legata’ alle grandi potenze (gli Stati Uniti, per l’appunto, che per esempio conducono da anni una strategia di trattati paralleli con gli Stati firmatari per evitare che la giurisdizione della Corte venga estesa ai militari statunitensi).
Certo non è peregrina l’ipotesi di Falk di invocare l’intervento della Corte al fine di stimolare ulteriormente l’opinione pubblica mondiale. Almeno a livello mediatico, la cosa susciterebbe grande clamore.
Ma si ricordi che quando si è stati tentati dalla giurisdizione universale, gli Stati hanno reclamato e ottenuto il rispetto del loro potere sovrano di non ingerenza (si ricordino i casi si Pinochet e dello stesso Sharon per i fatti di Sabra e Shatila).
Che fare, allora? Non volendo dare compiti alla politica, dalla quale certo tutti ci aspettiamo una minore ipocrisia e un maggiore coraggio nel chiedere il rispetto delle norme del diritto internazionale (e in primis ce lo aspetteremmo da un inane governo italiano, che dopo decenni di amicizia col mondo arabo ha da qualche tempo scelto con troppa nettezza di fare il cane da riporto dello zio Sam), forse si può chiedere agli intellettuali di spiegare tutto questo. Di spiegare perché Norimberga non è un modello. Di spiegare perché la Corte Penale Internazionale è un percorso accidentato. Di spiegare il legame troppo stretto tra il diritto internazionale e la politica. Insomma di spiegare il mondo. Niente contro gli intellettuali militanti.
Ma la militanza e l’impegno non si manifestano solo nella sottoscrizione degli appelli. Occorre l’intelligenza nelle cose, soprattutto in questi tempi bui di pensiero unico che tutto dissolve in un mostruoso continuum transpolitico in cui non è più dato conoscere le ragioni e i torti. Perché essere partigiani è soprattutto questo: contribuire a conoscere le ragioni e i torti.

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