Gennaro Oriolo. In memoriam.

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Gennaro è un uomo delle contraddizioni. È riuscito a essere un anziano-non-anziano. La vecchiaia si è accartocciata su di lui in un istante, ora che guardo la sua faccia solenne e composta da cirotano. Un combattente fragile, capace di durezze e asperità e di dolcezza infinita.
È stato un uomo generoso. Solo così è riuscito a proteggere tutti, seguendo una disciplina ascetica che gli ha consentito di lottare per anni contro una malattia che lo consumava nel corpo, fino a renderlo emaciato, fiaccato ma non domo.
Non si è mai vergognato di piangere. Ma mai per se stesso. Anzi, aveva persino la lacrima facile, ma non mi ha mai detto “ho paura”. Sono sicuro che ne avesse, perché è da quando lo conosco che parla della morte. Tanto da scriverne nelle sue poesie: “Quando io me ne andrò”, inizia il Testamento dell’indifferente, riprendendo l’amato Caproni de L’ascensore (“Quando andrò in paradiso/non voglio che una campana/lunga sappia di tegola/all’alba – d’acqua piovana”). Una morte pensata come discreta, un andarsene “in punta di piedi” (o, ancora con Caproni, “sparire col favor delle tenebre”), di chi non ha mai amato “lo spettacolo da fiera della morte”. La ‘metamorfante’ – come la chiamava l’amico scrittore Peppino Occhiato – che Gennaro ha deciso di sfidare fino all’ultimo. Tanto da dire, in punto di morte, che quella era per lui una ‘rinascita’. Ma non c’è niente di religioso in questo. Solo un gioco, solo una sfida da parte dell’uomo del gioco e della sfida. Se tu mi vuoi, io rilancio, bluffando magari: mi vuoi? E io dico che rinasco!
Ma non è un gioco dispettoso, è un gioco delle parti: so che sono tuo, ho capito che la vecchia che mi disse nonagenario si era sbagliata. So che perderò, ma voglio perdere col sorriso.
Gennaro è stato tra le altre cose uno studioso delle religioni. Cresciuto nella Calabria della religiosità arcaica che si confondeva con elementi ctonii e pagani, si era laureato su Mircea Eliade, ma aveva avviato con la religione un corpo a corpo sin dall’adolescenza. Eppure l’elemento del mistico, dell’ascetico, non lo avevano mai abbandonato. Cos’altro sono le ‘mute parole’ del titolo della prima raccolta delle sue poesie, se non l’indicibile del Mistico? Una raccolta che si apre con quelle parole e si chiude con il verso luziano “anche nel loro silenzio gli uomini chiedono qualcosa”. Perché “Il silenzio è ciò che permette di sentire una voce altra, che parla un’altra lingua : una voce venuta da altrove. Questa lingua sconosciuta, d’una voce sconosciuta, questa vox ignota, si nasconde dietro il silenzio, come il silenzio si nasconde dietro i rumori superficiali della quotidianità: perciò l’uomo attento, tramite una sorta di dialettica rivolta al profondo, dapprima scava attraverso lo spessore rumoroso che lo circonda per portare allo scoperto le pieghe trasparenti del silenzio, indi penetra all’infinito nella profondità del silenzio stesso per scoprirvi la più segreta di tutte le musiche perché se il silenzio è al di là del rumore, l’armonia invisibile, l’armonia criptica, esoterica è al di là del silenzio stesso”[1] . Un silenzio che si fa ascolto del passato, un modo per non entrare nel conflitto della vita, rimanendone sulla soglia. Non è un caso se le stagioni dell’infanzia e dell’adolescenza siano per Gennaro così significative, così ‘materne’. Eppure l’uomo delle contraddizioni e della sfida sapeva affiancare al mistico una potente ebbrezza per la vita; ma forse in questo non c’è contraddizione; solo consapevolezza dell’indicibilità del mistero dell’esistenza, di cui bisogna godere fino a che si può. E in questo Gennaro è stato un uomo vorace. Ha goduto, amato, patito, e lo ha fatto con foga, senza risparmiarsi. La sua vita è stata un cantiere aperto di sentimenti, di idee, di suggestioni. Leggo ora molti che lo commemorano scrivendo “Dovevamo fare quella cosa insieme…”, “Avevamo un progetto da realizzare”…
Pur nell’imminenza della fine, questa voracità non si è placata. Sempre alla ricerca delle ‘incantevoli delizie’. Molto di ciò che ricordo di lui è significativamente legato a questa voracità, anche alla sua voracità ‘fisica’: a quella sua bocca che si apriva in una risata potente mostrando la linea irregolare dei denti, a quel suo modo affrettato di mangiare.
Una delle nostre ultime conversazioni aveva riguardato un mio progetto di libro, per il quale mi spingeva a essere più chiaro possibile, a cercare di raggiungere il ‘grande pubblico’. Mi incoraggiava ad uscire da un certo accademismo, a cercare l’effetto. Era sempre prodigo di consigli, ma mai invadenti, sempre dialoganti, perché Gennaro era l’uomo del dialogo e della mediazione. Un realista che amava costruire, tessere, legare insieme, trovare il punto d’appoggio piuttosto che quello di caduta.
Gennaro, l’uomo del gioco e della sfida, se ne è andato. Come sua madre. All’età di sua madre.

Con lei mi metterò a guardare
Le candide luci sul mare.
Staremo alla ringhiera
Di ferro – saremo soli
E fidanzati, come
Mai in tanti anni siam stati

[1] V. Jankélévitch, La musica e l’ineffabile, Bompiani, Milano 1998.

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