Marxismo e postcolonialismo

Nataliya Slinko, Karl Marx's Beard

Nataliya Slinko, Karl Marx’s Beard

Sfogliando l’inserto femminile di un importante quotidiano mi sono imbattuto nella pubblicità delle pentole fatta da Sofia Loren. Campeggia una foto della Loren di 50 anni fa. Mi sono detto “È in questo momento che Sofia Loren smette di essere la Loren”. Ecco, Sofia Loren è come Karl Marx.

Karl Marx è un dybbuk, per lui si verifica la sparizione (o il disfacimento) del corpo ma viene concesso il ritorno in effigie: a un essere a cui non sia stato dato di compiere la propria missione in vita viene permesso di ripresentarsi in forma di dybbuk. Ma qui torna il celeberrimo e ustorio incipit del 18 brumaio: “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa” (K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, p. 43). E continua Marx: “La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi […], essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio” (Ivi, p. 44) e chiama questi fenomeni “evocazioni storiche di morti” (Ivi, p. 45).

Ecco, questo direi sull’annoso e mai sopito dibattito a proposito dell’attualità di Marx, pur tenendo fermo il commento del vegliardo Emanuele Macaluso, il quale sostiene che è da ignoranti non leggere Marx. Ma il dibattito su ciò che Marx può dirci dell’oggi, sulla sua fecondità euristica, si ripresenta ogniqualvolta si parla del filosofo tedesco. Chi l’avrebbe mai detto che il suo vecchio barbone sarebbe diventato un simbolo, un feticcio che fa il segno di vittoria dalla copertina di un fortunato libro? Il problema naturalmente non è il fortunato libro, il punto è che la gente compra, molto più di quanto non compri altri testi (i testi di Marx stesso), un libro che parla di Marx mentre essa si trova immersa, tutt’al più, in un contesto che – quando va bene – al cupo e roboante linguaggio millenaristico della sovversione si fa corrispondere un riformismo più timido delle posizioni di Edward Kennedy, per citare una celebre battuta di Terry Eagleton.

E del resto, ci ricorda Agamben, il marxismo degli anni Sessanta aveva stoltamente disatteso proprio i richiami di Marx al feticismo delle merci: Althusser invitava a saltare la prima parte del Capitale perché il feticismo delle merci conteneva una traccia flagrante e dannosa dell’hegelismo. Debord avrebbe portato in modo lungimirante quella traccia flagrante alle sue estreme conseguenze, conseguenze di cui possiamo trovare una ‘traccia flagrante’ nel barbone di Marx che saluta dalla copertina del libro o dalle locandine dei seminari delle business school.

Naturalmente questo (la barba di Marx) riguarda questioni ben più serie, come il fatto che la genialità dei bastioni difensivi del neoliberismo abbia appiccicato persino al post-strutturalismo la definizione di marxismo mentre quello altro non faceva che smantellarlo, per citare Wars of Position di Tim Brennan. E riguarda anche la fortuna di autori come Negri e Hardt, i quali si richiamano più o meno indirettamente al tema che riecheggia nel titolo di questo seminario, la ‘natura umana’ nella quale si legge anche il Gattungswesen (qualcosa di preindividuale, l’essenza generica di specie, la matrice della moltitudine) e che promana dai Manoscritti economico-filosofici del giovane Marx.

In altri termini Marx e il marxismo sono diventati un feticcio e insieme sono come i carnevali di cui parlava Adam Smith. Bisogna pur dare luogo al ballo in maschera, alla evocazione storica dei morti: occorre a distrarsi. Al contrario del grottesco descritto da Bachtin, ovvero il basso corporeo che rigenera e produce vita, l’abbassamento dell’alto in una dinamica cannibalica (le mangiate pantagrueliche ne sono l’icastico paradigma) che frequenta la morte per produrre la vita, in questo caso si tratta della degenerazione settecentesca del grottesco, un grottesco che diventa cupo, pauroso, in cui sparisce l’elemento della rigenerazione dal basso e rimane solo l’alito di morte. Se il grottesco serviva a scacciare la paura della morte (e dei morti) attraverso la rinascita proprio dalla morte, dal corpo in disfacimento, in questo caso si tratta solo di un grottesco gotico, orrorifico, che evoca i morti ma non li fa rinascere e, ritraendosene impaurito, riporta alla normalità.

Naturalmente in questa critica delle evocazioni storiche dei morti si può collocare anche una parte del dibattito che nasce e che ruota attorno a una macro-area di studi chiamati postcolonialismo, studi culturali, studi subalterni, laddove il marxismo viene talvolta piegato fino a far somigliare Gramsci alla versione sarda di un professore del Politecnico di Londra che insegna teoria del discorso.

Eppure quell’ampia area di studi ha dato a mio avviso contributi interessanti. In particolare con riferimento al lavoro e alla soggettività politica.

Nell’ambito dei Subaltern Studies – i quali partono dall’esigenza di indagare la soggettività politica dei contadini indiani e la natura delle loro rivolte, nonché il rapporto tra tutto questo e il marxismo – Gayatri Spivak ha ricordato che Gramsci aveva coniato ‘subalterno’ al posto di ‘proletario’ per sfuggire alla censura suoi carcerieri. Ma questo aneddoto è significativo poiché segnala (non so dire quanto inconsapevolmente) uno slittamento semantico che Dipesh Chakrabarty ha messo criticamente in luce (mentre occorre ricordare che più volte la stessa Spivak ha sostenuto che nella sua accezione ‘subalterno’ non ha alcuna implicazione filosofica, solo un tratto ‘sociologico’). Chakrabarty, nell’analizzare le possibilità di individuare un soggetto rivoluzionario, ha sottolineato le difficoltà che nei paesi non industrializzati il proletariato potesse essere sostituito da un altro soggetto: “Poteva la rivoluzione, come diceva Trotsky, essere un atto di sostituzionismo?”. L’indicazione, da parte di autori come Mao, Gramsci, Fanon, Lenin/Lukács, di soggetti rivoluzionari ‘alternativi’ (rispettivamente: i contadini, i subalterni, i dannati della terra, il partito come soggetto) rispetto al proletariato, etnocentricamente ‘tarato’ sull’Occidente, segna secondo Chakrabarty un’ambivalenza sintomatica. Lo slittamento semantico infatti da un lato denuncia le difficoltà del Western Marxism di pensare un soggetto rivoluzionario che non sia collocato entro un orizzonte occidentale[1]; dall’altro, segna un nuovo inizio, la possibilità di pensare il soggetto rivoluzionario fuori dagli schemi del Western Marxism[2]. Qualcuno direbbe che si tratta di un’eccezione che include. E Spivak ha sottolineato l’atteggiamento del marxismo occidentale di rifiuto del riconoscimento di una coscienza di classe al subalterno precapitalistico. Si potrebbe dire che iI lavoro dei Subaltern Studies è assimilabile alla History from below. Ma gli storiografi indiani rifiutano l’associazione. L’impianto della History from below non può essere condiviso, sostengono, almeno per due ragioni: in primo luogo, perché esso configura il contadino come soggetto pre-politico, e dunque rimane iscritto nella logica eurocentrica che, da Hegel in poi, colloca i fenomeni eccentrici rispetto alla modernità europea fuori dalla storia tout court; in secondo luogo poiché la History from below è legata a una concezione progressiva della storia nella quale il contadino deve essere necessariamente sostituito, sul palcoscenico della storia, dal soggetto subalterno ‘operaio’. Con le parole di Chakrabarty “Il lavoro di Thompson sulla storia popolare inglese dipendeva da una domanda: che contributo hanno dato gli ordini inferiori della società nel fare la storia della democrazia inglese? Gli storici dei Subaltern Studies sono partiti col porsi una domanda simile […] Ma le analogie finiscono qui. Le narrative marxiste inglesi delle storie popolari erano modulate su un tempo storico ‘progressivo’: il contadino, in questa storia, o si estingueva o veniva soppiantato per dare origine all’operaio”.

Ecco, dunque, le difficoltà del Western Marxism di descrivere le soggettività politiche non occidentali o che non rientrassero nel canone della soggettività tipica della società industriale (lo stesso problema ha riguardato, ad esempio, la lettura delle lotte contadine per la terra nel Sud dell’Italia tra prima e seconda metà del Novecento, anni in cui i contadini erano per i dirigenti comunisti degli zoticoni che dovevano presentarsi in sezione col cappello in mano).

Se ne era accorto Louis Althusser, il quale nella sua tragica e meravigliosa autobiografia scrive “A poco a poco mi feci anche un’idea di un fatto che non sospettavo, dell’esistenza di un’autentica cultura popolare, in ogni caso contadina, che non ha niente a che vedere con il folclore, che non si vede molto, ma è determinante per capire il comportamento e le reazioni dei contadini, in particolare quelle azioni di jacquerie, ereditate dal Medioevo, che sconcertavano perfino il Partito comunista. Ricordavo le parole di Marx ne Il 18 brumaio: Napoleone è stato eletto a grande maggioranza dai contadini francesi, che non sono una classe sociale ma un sacco di patate”.

 

[1] “Fuori dell’Occidente industrializzato, il soggetto rivoluzionario è sempre stato, anche teoricamente, indefinito. La storia di questa imprecisione è il riconoscimento che se vogliamo comprendere la natura delle pratiche politiche popolari globalmente con termini o soggetti inventati in Europa, potremo ricorrere solamente a una serie di sostituti”: D. Chakrabarty, La storia subalterna come pensiero politico, in Studi culturali, p. 243.

[2] In realtà in discorso di Chakrabarty si fa meno interessante quando egli individua il soggetto rivoluzionario nelle moltitudini, riecheggiando esplicitamente Hardt e Negri e il loro fortunato Impero, come se esse non fossero a loro volta il risultato di un ulteriore slittamento semantico.

[Intervento presso il Seminario di studio Karl Marx. Il lavoro, la natura umana, Luiss “Guido Carli”, Roma, 28 ottobre 2010, poi in Paolo Granata, Roberto Pierri (a cura di), Leggere Marx oggi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...