Oltre il nulla. Studio su Giacomo Leopardi

ginestraCon questo saggio su Giacomo Leopardi, Franco Cassano intende fornire un contributo originale alla ricostruzione di una ‘tradizione italiana’ della riflessione sul repubblicanesimo e le virtù civili (p. 61, n. 8). Il discorso di Leopardi su questo tema si snoda, sostiene Cassano, lungo alcune direttrici: l’eminenza meridionale, il rapporto tra la ragione e l’immaginazione, la capacità di guardare con certo sguardo al ‘globetto’ brulicante di uomini.

Cassano mette in luce la ‘singolare reticenza’ che ha accompagnato i ragionamenti sul meridione del Leopardi dello Zibaldone. Tali ragionamenti, invece, sono importanti tanto quanto quelli – a cui i primi sono legati a doppio filo – sulla differenza tra gli antichi e i moderni. Il discorso di Leopardi si articola intorno ad una doppia dicotomia, e il meridione si lega ai popoli antichi, mentre il settentrione ai moderni. Il binomio meridionali-popoli antichi (le cicale) ha la sua caratteristica saliente nel primato dell’immaginazione, mentre gli operosi settentrionali-moderni (le formiche) hanno nell’attivismo e nel primato del calcolo e della ragione la loro cifra. La nostra civiltà, sostiene Cassano, è diventata ormai ‘settentrionale’, fondata sul calcolo e sulla ragione, sull’attivismo e sulla produttività; ma solo l’immaginazione meridionale è capace di riconciliare l’uomo alla natura, di superare la fredda logica del ‘qui e ora’ e di proporre un’ultrafilosofia che, facendo giustizia della ‘strage delle illusioni’ che la modernità ha compiuto, riproponga il tema dell”eminenza meridionale’, cioè del primato dell’immaginazione. Infatti, solo l’immaginazione consente di superare il cinico individualismo radicale che la modernità ha portato con sé, offrendo all’uomo la possibilità di trascendere i piccoli tempi e i piccoli spazi del presente (il ‘qui e ora’), in cui egli è rinchiuso. La ragione moderna ha ipocritamente proposto un falso universalismo mediante l’idea che chiunque, grazie ai propri meriti, possa sconvolgere le gerarchie sociali; solo l’immaginazione, invece, consente agli uomini un punto di vista autenticamente ‘universale’: quello della comune finitezza: “la necessità di serrarsi in «social catena» la si scopre solo quando si guardano gli uomini da lontano. Di qui l’importanza politica dell’immaginazione” (p. 29), poiché essa consente a che la coscienza della comune fragilità diventi “una forza immensa, l’inizio di una ribellione solidale” (p. 30).

La comune condizione, per Leopardi, coincide con la dolorosa fine delle illusioni, con l’esperienza intesa come de-lusione (“de-ludersi, diventare seri, adulti”, p. 32, allontanarsi dal ludus): il passaggio dalla gioventù all’età adulta è il passaggio dalla fase ‘tolemaica’ a quella ‘copernicana’, cioè dall’idea infantile di essere un’eccezione al riconoscimento “che siamo solo un punto tra i tanti, una particella anonima e fungibile in un universo impersonale” (p. 33). Solo chi è capace di non eccettuare è uomo di mondo. Chi eccettua non ha capito che essere cittadino significa essere ‘birbo’, e ritiene che la propria infelicità sia accidentale.

Dicevamo: c’è chi eccettua e chi ha capito il mondo, ma c’è anche chi – infelice! – tiene insieme illusione e realismo, e pur avendo percepito che il mondo funziona secondo principi perversi, non riesce a conciliarsi con essi e col mondo stesso. Colui che ragiona in questi termini è condannato ad una philosophie désespérante, un amaro realismo critico che ha come motto ‘né mentire né rassegnarsi’.

Non rassegnarsi all’infelicità, pure cifra costante dell’umana condizione, è possibile solo qualora l’uomo abbandoni l’ideale della perfettibilità (le magnifiche sorti e progressive di Terenzio Mamiani) cui l’amor proprio lo conduce. L’amor proprio è sentirsi al centro del mondo, eccettuare (fase ‘tolemaica’), anteporre il cinismo della ragione demistificatrice all’illusione: ma “disingannare, atterrare, togliere, spogliarsi” (p. 55), fare strage delle illusioni in nome della tecnica e al servizio dell’individualismo radicale, produce effetti disastrosi: “con le illusioni cadono le virtù civili” (p. 56). Questa ragione, che ha ucciso le virtù pubbliche insieme alle illusioni, ha sì permesso il superamento della storia come mattatoio; ma la lucida consapevolezza di Leopardi che la virtù degli antichi era inevitabilmente connessa all’urlo e al furore della guerra, della misantropia e dell’odio per l’altro (lo straniero), non lo conduce ad assecondare la fola dell’amore universale dei moderni: l’uomo moderno, piuttosto che diventare cittadino del mondo superando i confini della propria angusta patria “ha fatto di se stesso una repubblica in perpetuo conflitto con le altre” (p. 73).

Su questi discorsi si innesta la ‘proposta repubblicana’ di Leopardi. Solo nella repubblica l’amor proprio – sedotto dal merito e dalla gloria – riesce a fondersi con l’amor di patria: l’aspirazione alla grandezza personale si faceva, nelle antiche repubbliche, desiderio del bene comune, che è strumento di autonomia e grandezza della patria.

Questo discorso ha però, come si diceva, un suo crudo risvolto: “la virtù ha un legame intimo e profondo con l’ostilità” (p. 66, corsivo nell’originale), e le repubbliche degli antichi erano possibili solo in quanto anti-universaliste, poiché la virtù presuppone necessariamente l’amor di preferenza (“l’altra faccia dell’amore per i prossimi è l’odio per i remoti, per gli altri“, ibid.).

Ma se le repubbliche degli antichi si alimentavano dell’odio per gli altri e la ragione moderna col suo vacuo universalismo dà la stura all’individualismo radicale, come immaginare una ‘repubblica dei moderni’ in cui, da un lato, l’amor di preferenza non rischi di alimentare la xenofobia e, dall’altro, il solipsismo tecnocratico non si trasformi nella lotta (non tra noi e loro, ma) tra un io contrapposto a tutti gli altri? Come superare l’impasse di una virtù antica “sorella della sopraffazione” (p. 78) e di un egoismo moderno che “ama parlare di amore universale proprio perché lo sa inoffensivo e impotente” (ibid.)?

Leopardi consegna la risposta alla Ginestra: occorre dislocare l’odio verso la natura (” che de’ mortali/madre è di parto e di voler matrigna”, G. Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto, vv. 124-125). Per farlo, ci soccorre l’immaginazione: è necessario librarsi ad altezze siderali per comprendere quanto la natura sia indifferente agli umani affanni, e quanto gli uomini siano uniti nella sventura di una ontologica fragilità, di cui è cagione una natura ‘mostruosa’ che “creando la vita e l’amor proprio di ogni vivente, ha reso il dolore e la morte centrali nell’esistenza dell’uomo” (p. 80). Solo così può darsi luogo ad una ‘compassione operosa’ che riesca a trasformare il sentimento dell’umana condizione in battaglia comune.

[Questa recensione a F. Cassano, Oltre il nulla. Studio su Giacomo Leopardi, Laterza, Roma-Bari 2003 è apparsa in Jura Gentium]

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