Oggi Foucault sarebbe renziano?

Foucault_polo_neckUn precursore del blairismo e della Terza via? Un pensatore sedotto dal neoliberismo? L’ultima barriera della borghesia contro Marx?

La collocazione politica di Michel Foucault da sempre è fonte di dibattito. Un libro appena uscito e curato dal sociologo belga Daniel Zamora, Critiquer Foucault. Les années 1980 et la tentation néoliberale (Aden), tenta di dare una risposta alla questione prendendo in esame le opere del filosofo francese degli anni ’70 e ’80, in particolare dopo Sorvegliare e punire, che Foucault aveva pubblicato presso Gallimard nel 1975. Se prima del 1970, nelle sue opere, le parole ‘proletariato’ e ‘capitalista’ non figurano mai, nel 1977 Foucault prende parte alla discussione a proposito del libro di André Glucksmann I padroni del pensiero. Il libro è scandaloso perché rappresenta un atto d’accusa contro la sinistra giacobina e statalista, di cui peraltro Glucksmann aveva fatto parte. Foucault ne scrive bene sul Nouvel Observateur, aprendo così ai nouveaux philosophes – lo stesso Glucksmann, ma anche Bernard-Henry Lévy – e alla loro critica alla ‘prima sinistra’, quella che usciva dal Maggio francese. È il sugello dell’anti-comunismo di Foucault. E segna l’approdo a posizioni vicine alla ‘seconda sinistra’, che aveva nello storico Pierre Rosanvallon uno dei suoi ideologi. La deuxième gauche insisteva sul presupposto che la società potesse governarsi senza l’intervento di un’istituzione oppressiva come lo Stato, e propugnava l’idea dell’autogestione. Si trattava del tentativo di fondere il socialismo riformista coi principi del liberalismo, in un’ottica anti-utopistica di emancipazione della sinistra francese. Nel 1976 Rosanvallon scrive che la proposta di autogestione riecheggia il progetto liberale di limitazione del potere dello Stato, poiché il potere appartiene alla società civile. Nel 1977 Foucault accoglie con entusiasmo le tesi di Rosanvallon: l’idea di ‘destatalizzare’ la società incontra il suo progetto di pensare il potere sganciandolo dalla sovranità dello Stato. La critica alla sinistra centralista, collettivista e socialista non potrebbe essere più chiara.

La classe, il proletariato, la disuguaglianza, non sono temi che interessano Foucault: egli si concentra sui reietti, i carcerati, il Lumpenproletariat (che non è, secondo una traduzione pietosa, il sottoproletariato, ma il proletariato ‘straccione’). Se il proletariato ha peraltro ormai assorbito i valori borghesi, gli straccioni sono gli unici, secondo Foucault, a sfidare il potere.

È questo slittamento, io penso, un punto nodale della sinistra: invischiata nelle questioni identitarie, sessuali, etnico-religiose, e sempre meno pronta a parlare di temi ancora scandalosi come lo sfruttamento, la lotta di classe, il trionfo del capitalismo. Si passa dalla lotta alla disuguaglianza alla lotta contro la discriminazione e l’esclusione. Non c’è contestazione dell’ordine capitalistico esistente, ma lotta alla povertà come fenomeno.

Si tratta di uno spostamento che ha portato i partiti riformismi sempre più verso il centro dell’asse politico. Per Foucault – sostiene Zamora – la miseria e le diseguaglianze economiche sono problemi del XIX secolo: seppure non del tutto superati, essi non sono più così urgenti. Se nel XIX secolo si guardava al rapporto tra la struttura economica e il potere dello Stato, adesso – dirà lo stesso Foucault – la questione riguarda i piccoli poteri e i sistemi diffusi, orizzontali di dominazione. Per Zamora, la consacrazione del neoliberismo di destra come di sinistra – questo ‘colpo di Stato simbolico’ – in nome del quale un principio di visione e di divisione del mondo (quello delle classi sociali e dello sfruttamento) è stato soppiantato da un altro (quello dell’esclusione e della povertà), è parte integrante dell’evoluzione intellettuale di Foucault.

Dunque anti-statalismo, critica alla sinistra che oggi definiremmo ‘radicale’, idea della orizzontalità o immanenza del potere di contro alla verticalità o trascendenza propria dello Stato, autogestione, tecniche del sé, sono i concetti-chiave degli ultimi dieci anni di Foucault. Potremmo riassumerli in una parola: governamentalità. Essa segnala l’importanza che Foucault attribuisce al potere del governo, piuttosto che a quello dello Stato: lo Stato è sopravvalutato, ed è falsa la sua personificazione come soggetto. Ciò che governa è una congerie di pratiche, di burocrazie, di attori, non un soggetto che chiamiamo Stato. Siamo alla microfisica di un potere che è dappertutto.

Che il potere sia orizzontale è ciò che in definitiva Foucault ha in comune col neoliberismo: entrambi sognano il governo ‘dal basso’, che si autoregola, che produce da sé le proprie regole, senza la verticalità dello Stato. Colin Gordon, uno dei suoi traduttori in inglese, ha parlato del tentativo di Foucault di ‘incorporazione selettiva’ di elementi della retorica e della strategia neoliberale.

Ma destatalizzare non significa eliminare la dimensione gerarchica del potere, mentre peraltro lo Stato (come dimostra Loïc Wacquant nel suo saggio contenuto nel libro) non ha mai smesso di esigere prepotentemente il proprio tributo in termini di potere, violenza, controllo. Intanto le biografie dei protagonisti della seconda sinistra cari a Foucault sono diventate piuttosto paradigmatiche: Glucksmann ha appoggiato Sarkozy e ha sponsorizzato l’interventismo militare dell’Occidente. Rosanvallon è diventato l’alfiere del riformismo conservatore. Il nouveau philosophe Bernard-Henri Lévy ha detto qualche mese fa che “il futuro dell’Europa è Renzi”. Foucault sarebbe d’accordo?

[* Questo articolo è apparso sul numero del 20 dicembre 2014 di Pagina99 col titolo “Quella tentazione che oggi farebbe di Foucault un renziano”]

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  1. vitalijzad

    Penso che la risposta più corretta sia questa:
    «Je me dis foucaldien ou foucaldienne comme d’autres peuvent se dire guitariste… Parce que Foucault est un instrument conceptuel avec lequel on faire des musiques différentes. On peut jouer un Foucault ultralibéral comme on peut en faire du Heavy Métal anticolonial… Foucault est devenu pour moi un amant textuel dans le sens où je vis vraiment avec ses textes, mais comme avec un amant, nous avons souvent des disputes, des bagarres. Je m’obstine à faire une lecture transféministe, queer et décoloniale de sa philosophie… mais je ne sais pas s’il aurait apprécié.»
    Interview de Beatriz Preciado, Dir du Programme d’Etudes indépendantes au Musée d’Art Contemporain de Barcelone. Libération. 21/22 Juin 2014. P8.

  2. Pingback: Oggi Foucault sarebbe renziano?

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