Lettera a Firenze

Firenze non sa decidersi tra modernità e tradizione, entrambe comunque finzioni performative. La modernità viene ormai intesa come trasformazione distopica della città in un enorme parco divertimenti, Dismaland rovesciata che dentro al centro tenta di riprodurre un lucciocore opaco, inquietante, e fuori scarica tutte le ‘esternalità’. La tradizione non è il contrario della modernità, ma un’altra via, un altro modo di dirsi, per la città, moderna, nella ricerca di un passato di finzione, non perché non sia avvenuto naturalmente, ma perché si è trasformato, nelle mani dei suoi interpreti. La tradizione è inventata, lo sappiamo, tutte le tradizioni lo sono. Accarezzare la tradizione in modo ossessivo significa rendersi ridicoli, vietare l’insegna elettrica… Circolava una vignetta, tempo fa: un gruppo di ‘selvaggi’ in salotto, davanti alla tv; a un certo punto dalla finestra si vede arrivare gente, sono vestiti da esploratori; allora i selvaggi cominciano a nascondere la tv, il divano, indossano l’osso tra i capelli, tutto al grido di “arrivano gli antropologi!”.
La sfida è allora non tanto scegliere tra modernità e tradizione, entrambe finte, ma costruire finalmente un’identità. Con tutte le avvertenze del caso: che le identità sono mobili, che i frutti puri impazziscono, che anche l’invenzione contribuisce a costruire l’identità, che la città non è di nessuno ed è di tutti, che la città non è un museo ma un luogo in cui vivere, che la città non è sacra e intoccabile, ma che bisogna toccarla con intelligenza e rispetto, che i turisti non sono il male solo se essi vengono coinvolti, se essi, arrivando a Firenze, capiscono di aver a che fare non con un bivacco o un parco, ma con un’entità viva e pulsante, che dialoga e che interroga, e che pone domande e sfide.

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