Vincenzo da Crosia

Ieri sera ho visto, come immagino abbiano fatto molti miei compaesani (sono originario di Crosia, paese ai confini della Piana di Sibari, anzi tra Sibari e Crotone, in Calabria) il documentario di Fabio Mollo “Vincenzo da Crosia“. Difficile riassumere tutta la vicenda delle ‘apparizioni mariane’ di Crosia: meglio rimandare, quanto meno, alla visione del documentario di Mollo. Avevo letto alcune recensioni, e da qualche parte avevo intercettato la critica a Mollo di aver costruito un documento panegiristico e agiografico. Non mi è parso, francamente, poiché Mollo ha semplicemente consegnato il microfono a Vincenzo e gli ha messo davanti una telecamera consentendogli di raccontare la propria vita. E non si tratta del ‘santino’, ma di dare per buone le parole che un uomo dice di se stesso, e di cui porta il peso e la responsabilità: lasciargliele dire, non importa che siano false o vere, poiché in esse, vere o false, sta la storia di un bambino, adolescente e poi adulto, tormentato da vicende grandi e terribili. Poiché in fondo di questo si tratta. In fondo – ma lo dico davvero con profondo rispetto per una vita difficile di cui io almeno non sapevo niente e di cui non potevo immaginare il substrato così tragico, tra una situazione familiare difficile e tremendi abusi sessuali – la storia è una storia di riconoscimento personale della propria sessualità. Io parlo per me e per me soltanto, che mai fui interessato a quelle vicende, tanto che a tutt’oggi non ne so nulla. Non esprimo giudizi morali su Vincenzo, se sia una persona eccezionale – come pure qualcuno ha detto e come credo che centinaia di persone ancora ritengano, considerandolo ‘il veggente’ di Crosia – o meno non sta a me dirlo e io francamente non voglio neanche dirlo perché non mi interessa fare su di lui questo tipo di valutazioni: non mi competono. Ciò che invece si legge nelle parole, piuttosto definitive, di quel documentario è che tutta quella vicenda fu il suo personale modo di affrontare il dramma della violenza sessuale, poi quello di un’omosessualità non accettata né in famiglia né in paese. La grande mobilitazione di energie che ne derivò fu in qualche misura una sorta di esternalità rispetto a ciò che Vincenzo andava fronteggiando in quegli anni, e che lentamente nel documentario viene fuori sempre meglio, fino all’epilogo (lui che ‘decide’ che non vedrà più la madonna, ovvero – senza voler però fare gli psicologi da marciapiede – lui che finalmente trova un po’ di pace rispetto al proprio corpo e alla propria sessualità), che ai miei occhi chiarisce molto bene ciò che fu tutta quella storia per lui. In questo, la sua storia e grande e terribile, per me – alla luce di tutto quanto detto – diventa molto più interessante che se davvero lui avesse visto la madonna. Interessante sul piano della letteratura, del racconto di una vita così complessa. La madonna diventa un ‘pretesto’ in un racconto in cui c’è tutto il travaglio di un ragazzo che – lo dico ancora una volta con rispetto, e senza presunzione – anche rispetto al me bambino dell’epoca sembra venire da un’altra Calabria, davvero arretrata e ctonia, in cui ci sta benissimo che l’omosessualità e l’abuso si trasformino in tutto ciò in cui si sono trasformati. In me che non ci ho mai creduto ma che in fondo non me ne sono mai occupato, questa storia, lo ripeto, diventa ancora più interessante, ma non nel senso della curiosità morbosa (che non c’entra davvero niente: siamo troppo navigati per stupirci di questo, troppo cosmopoliti per avere interesse pruriginoso per una storia di omosessualità, che sembra proprio acqua fresca, a dire il vero…), bensì nel senso di un racconto letterario che riguarda il tragico della vita di una persona che peraltro conosco. Mi chiedo invece se l’incrollabile ‘fede’ di chi ci ha creduto oggi vacilli, e se costoro siano in grado, tirati fuori dopo due decenni da quella Calabria ctonia e misteriosa, numinosa e terribile, di fare i conti con ciò che davvero è accaduto, lasciando stare madonne e diavoli e concentrandosi, con rispetto e pietà, su una storia umana e personale che mi ha toccato molto. Mi sento come uno a cui una maschera tragica e grottesca abbia mostrato il suo vero volto, triste, umano. Non mi sento ‘tradito’ (poiché io non ci ho creduto e non sono comunque credente, pur qualora il credente avesse bisogno – e non ne ha – della fede rozza e miracolistica dei veggenti), è come se invece oggi finalmente si capisca che cosa è stato tutto. E provo pietà, pietas, che non è commiserazione. Vincenzo che ritorna ‘umano’, che apre il suo cuore, che racconta l’orrore. Se anche fosse così, non vedo in Vincenzo più alcuna ‘colpa’. Anzi vedo ormai un’umanità più matura, una religiosità meno cupa: meno mistici e più don Gallo. Auguro a Vincenzo di trovare davvero la propria dimensione, di trovare la pace.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...