Voltarelli canta Profazio

profazio-voltarelli-200x200“Senza l’accordo minore non esisterebbe la Calabria”, dice dal palco. Poi riattacca a cantare le canzoni del ‘maestro’ Otello Profazio, calabrese di Rende, trasferitosi a vivere a Reggio Calabria da una vita, frequentatore del Folkstudio di via Garibaldi a Roma, posto da cui sono passati Rino Gaetano e Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Ivan Della Mea, Giovanna Marini e il Duo di Piadena. Peppe Voltarelli è sul palco del Teatro dei Leggieri di San Gimignano. Porta in giro, qui in anteprima, il suo spettacolo di teatro-canzone dedicato al cantastorie calabrese. Parrebbe un ritorno a casa, ed è invece una partenza: Voltarelli sembra voler dimostrare — con coraggio e autorevolezza — che la sua musica può camminare da sola, e che non deve necessariamente iscriversi auto-etnograficamente, per aver diritto di parola, al filone della musica ‘popolare’ o ‘tradizionale’ per avere cittadinanza. Avevo scritto altrove che “Il gioco di specchi dell’autoetnografia, anche quando esso si esprime attraverso l’arte e la musica, si muove sempre sul filo del rasoio, diviso tra il tentativo astuto di emancipazione e il rischio di riproduzione del cliché che si intenderebbe combattere. Il problema è che la musica meridionale (ma esiste, come genere?) è stata spesso costretta a rappresentarsi nella veste di musica dell’emigrazione, della subalternità, in una sorta di auto-orientalizzazione che riproduca lo stereotipo, quasi a significare che per questi musicisti si ha ‘cittadinanza musicale’ solo se essi si auto-ascrivono alla ‘casella’ di una certa musica ‘etno-folk-popolare’: da qui il fiorire di tutta una serie di gruppi e artisti che si richiamano alle ‘tradizioni’, alla storia del Sud, in chiave ironica o seria che sia. Come se i musicisti provenienti dal Sud potessero, per essere tali (cioè per essere musicisti), solamente suonare pizziche e tarante, e non – per dire – punk o rock o rap.”. Ecco, Voltarelli proprio mentre canta Profazio dimostra la propria maturità artistica (ma basta ascoltare l’ultimo disco Lamentarsi come ipotesi, i suoni manouche mischiati con i ritmi meridionali, per capirlo): la libertà di suonare un autore così caratterizzato sul piano culturale e regionale proprio mentre (e proprio perché) si afferma la propria autonomia. Autonomia che ovviamente non è ‘distacco’ o ‘cancellazione’: l’identità e la storia non si cancellano. In un dialogo tra Stuart Hall e James Clifford su cosa sia davvero l’identità, la discussione a un certo punto cade sulla famiglia Moe, musicisti hawaiiani che hanno girato il mondo e che dopo cinquantasei anni tornano a casa. Clifford, teorico postmoderno dell’antropologia, risponde a questa domanda di Hall sul nucleo profondo delle culture diasporiche: “Lei chiede: che cosa rimane immutato quando si viaggia? Un mucchio di cose”, ma poi a questa risposta imbarazzata aggiunge “a mio giudizio ciò che in una cultura ‘risiede’ può essere analizzato solamente in uno specifico rapporto storico con ciò che in essa ‘viaggia’, e viceversa”. Insomma, le culture e le identità sono roots e routes, come ci insegna Clifford giocando sull’omofonia. Voltarelli sembra essersi messo esattamente ‘sulla strada’.

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