Categoria: Costituzione

Il nome della madre

gipi_2sangiuseppePartiamo da un presupposto: che sono favorevole al matrimonio egualitario. Ho qualche dubbio sulla questione della stepchild adoption così come configurata, pare, dalla Cirinnà, ma per motivi giuridici – e non perché io sia contrario – che brevemente illustro: mettiamo che passi quest’ultima misura, due genitori omosessuali ricorrono alla maternità surrogata (seme di uno dei due, utero ‘in affitto’ in Canada), tornati in Italia fanno sì che il figlio secondo la Cirinnà venga adottato dall’altro membro della coppia. Siccome si discute se vietare (o addirittura trasformare in reato) l’utero in affitto, in questo modo il divieto sarebbe aggirato. Non c’è modo in realtà di aggirare questo impasse, poiché il figlio riuscirebbe in ogni caso a venire adottato dalla coppia, per esempio per riconoscimento giurisdizionale. Anzi, vietando la maternità surrogata in Italia, essa diventerebbe privilegio per i ricchi in grado di pagare una donna canadese. Insomma, l’unico modo per non fare pasticci sarebbe quello di affermare per via legislativa la maternità surrogata anche in Italia, ponendola sotto rigidi controlli per evitare lo shopping degli uteri. E fornendo servizi e assistenza al fine di evitare che il tutto si trasformi nell’ennesimo privilegio per ricchi. In questo modo, forse un tantino ‘forzato’ dalle circostanze (e dalla tecnica), si risolverebbero molti problemi e si arriverebbe a un risultato (l’adozione del ‘figliastro’) a cui si arriverà comunque. A meno che non si voglia affermare che il figlio di coppia etero o gay che lo procrei tramite maternità surrogata non rimanga esclusivamente figlio di uno dei genitori, ovvero del componente della coppia che gli abbia trasmesso il proprio patrimonio biologico.

Fin qui le considerazioni ‘giuridiche’. Tuttavia, ciò che sul piano etico e politico è importante rilevare è che in questo processo di surrogazione, la madre rischi di scomparire come soggetto. Partiamo da un disegno di Gipi di un annetto fa, in cui si vedono due San Giuseppe tenere in braccio un bimbo. Quel disegno, come le tante foto di coppie omosessuali con figli che circolano in questi giorni (oh, poi bisognerà pure smontare la retorica della famiglia ‘tradizionale’ come semenzaio di ogni corruttela morale e la famiglia ‘arcobaleno’ come luogo dell’amore puro: la famiglia è sempre oppressiva, e la sua regolazione corrisponde per lo più a ragioni che con l’amore non hanno davvero nulla a che fare), sembra rispondere alla celebre battuta dei Monty Python in Brian di Nazareth: a ‘Loretta’ (un uomo che vuole diventare donna) che vuole avere dei bambini viene obiettato “E dove vuoi tenerlo, in un barattolo?!”, configurando questa scelta non come la lotta di Loretta contro l’oppressione, ma contro la realtà. Ora, la realtà viene modificata attraverso il diritto. Nel Seicento si diceva che la legge potesse tutto, tranne trasformare l’uomo in donna e far mangiare l’erba a un tavolo. La legge sul transessualismo ha intaccato quella prima certezza, trasformando l’uomo in donna e viceversa. Perché Loretta abbia figli, oggi, non c’è più bisogno di fantasticare il barattolo: c’è la madre surrogata. Tuttavia nel disegno di Gipi sembra in effetti che quel bambino sia venuto fuori da un barattolo, poiché nella foto di quella madre comunque necessaria per portare avanti la gestazione non c’è traccia.

Il punto non è dunque essere contrari alla maternità surrogata, il punto è essere contrari alla scomparsa, anche solo iconica, dei soggetti. Tanto più se quei soggetti sono ‘deboli’, come potrebbero (ma non necessariamente sono, e la legge, come scrivevo sopra, deve intervenire affinché ciò non accada) esserlo le madri che portano in grembo i figli di altri. Allora, si dirà, la madre dovrebbe stare come ‘quarto incomodo’ nelle foto di famiglia? No, non dico questo: dico che quella scomparsa, la scomparsa della madre, forse ci dice qualcosa. Si potrebbe ancora dire: anche il donatore del seme in una coppia di donne scompare. Ma portare un bambino in grembo per nove mesi e donare il seme non sono esattamente la stessa cosa. Ci dice che forse in tutta questa faccenda rischia di (s)comparire un soggetto potenzialmente debole, e che questa cosa deve interrogarci e deve orientarci affinché ciò non accada.

Annunci

Matrimonio egualitario e gerarchia dei diritti?

matrimonio egualitarioI diritti non funzionano come un gioco a somma zero, dunque aprire a nuovi ‘riconoscimenti’ (poi su questa parola ‘costituente’ ci si dovrà intendere: i diritti il legislatore li crea, non li riconosce) non sottrae necessariamente qualcosa ai diritti di più lungo ‘corso’. Tuttavia è difficile non notare il conformismo dei diritti civili, che in fondo brandisce un claim poco ‘costoso’, laddove il massacro del lavoro, ma anche della stessa uguaglianza, non ha prodotto analoga mobilitazione sociale e politica. Ho scritto in un libro del 2009 che non esiste alcuna gerarchia dei diritti, e che essi — se li intendiamo nella classica tripartizione marshalliana tra civili politici ed economici sociali e culturali — stanno o cadono a seconda che stiano insieme o vengano presi separatamente. Ed è proprio questa loro natura embricata che fa sì che i diritti civili senza i diritti culturali — l’habeas mentem — o economici o sociali siano strumenti per chi se li può permettere. Non è un esercizio di ‘benaltrismo’. Certo, se il legislatore afferma un diritto senza occuparsi di ciò che lo rende effettivo,  ben venga! Ci rimaniamo un po’ male (ma restiamo in fiduciosa attesa), sperando che prima o poi arrivi anche quell’apparato di diritti concorrenti che permettono il godimento effettivo del diritto riconosciuto. Consentire alle persone di sposarsi richiede che esse siano in grado di avere lavori dignitosi e di avere un’abitazione in cui vivere. L’amore non c’entra niente. Così, parlare di maternità surrogata tout court senza lo sguardo rivolto ai corrispondenti diritti economici, sociali e culturali, rischia — al di là dei convincimenti personali circa l’opportunità di una tale pratica per i diritti del nascituro e del bambino — non solo di avallare comportamenti criminali e vendita del corpo per bisogno o per insufficienza di strumenti culturali, cosa contro cui tutti vogliono adoperarsi e che la politica e il legislatore sembrano voler prendere molto sul serio, ma rischia di diventare uno strumento in mano a chi se lo può permettere, e di questo nessuno parla.

ONU, guerra giusta, guerra preventiva, guerra al terrore

Nel 1999 il giurista internazionalista Michael J. Glennon aveva affermato che l’intervento in Kosovo della Nato, nonostante fosse in palese violazione della Carta Onu, poneva la pietra tombale sulle “antiquate”
(ma tuttora vigenti) regole del diritto internazionale in tema di peacekeeping e peacemaking da questa stabilite.
Aveva aggiunto che della morte di tale sistema di regole – che prevedono l’intervento del Consiglio di sicurezza solo in caso di “cross-border attack” e «sotto le quali i più sanguinosi conflitti erano stati liquidati come “questioni interne” [agli Stati]» (Glennon, The New Interventionism, in Foreign Affairs, May/June 1999) – non c’era da rammaricarsi in quanto esso collide con le “moderne idee di giustizia” e risulta “fuori sincrono” poiché si attarda a considerare la violenza fra gli stati come la maggiore minaccia alla sicurezza internazionale laddove invece i più sanguinosi scontri avvengono nell’ambito della “domestic jurisdiction”. Ma aveva anche ammonito contro la pratica di rimpiazzare la vecchia struttura formale “anti-interventista” con un nuovo impianto normativo traballante, vago e creato ad hoc.
Delle difficoltà che attanagliano il sistema internazionale e l’Onu
si è accorto anche Kofi Annan, il quale nel 2003 ha istituito – col compito di suggerire soluzioni e riforme – l’High-Level Panel on Threats, Challenges and Change.
Il Panel ha emesso, nel dicembre 2004, il suo rapporto, il cui
nocciolo è il tema dell’uso della forza. In esso si afferma che la forza può
essere esercitata legalmente solo in risposta a una minaccia imminente oppure quando il Consiglio di sicurezza ne autorizzi l’uso.
Inoltre, si sostiene che essa dovrebbe essere esercitata – dagli stati o dal Consiglio – in base a cinque criteri di legittimità: se la minaccia è sufficientemente grave; se lo scopo è appropriato; se tutte le opzioni non-militari sono state esperite; se l’azione militare è proporzionata alla minaccia; se vi sono ragionevoli possibilità di successo.
Sull’ultimo numero della Policy Review, commentando queste che
sembrano quasi risposte alle sue preoccupazioni, Glennon ha affermato che le proposte dell’High- Panel sembrano postulare che il mondo sia governato da una moralità oggettiva e ignorano la realtà, recuperano la dottrina medievale della guerra giusta e tentano di istituzionalizzare l’idea che uno stato possa agire militarmente di fronte a un attacco imminente in base a una ricostruzione erronea della dottrina internazionalistica.
Secondo Glennon, la dottrina della guerra giusta riemerge nel rapporto dell’High-Level Panel quando esso, sulla base dei criteri di legittimazione dell’uso della forza presuntamente valutabili su di un piano universale, asserisce che l’intervento militare deve essere deliberato «per le giuste ragioni, moralmente», e che la forza deve essere esercitata solo quando la «buona coscienza» lo permetta. E, ancora, quando esso afferma che occorre consolidare un «atteggiamento morale» di condanna del terrorismo.Per quanto riguarda il criterio dell’imminence dell’attacco proposto dall’High-Panel, Glennon lo definisce irrealistico:
«Nessun politico assennato, sapendo che qualche stato canaglia o qualche gruppo terroristico sta preparando un attacco nucleare, suggerirebbe di star seduti ad aspettare che l’attacco diventi imminente». E tuttavia il Panel pretende di legittimare tale criterio sulla base dell’interpretazione dell’art. 51 della Carta Onu (che in realtà prevede l’uso della forza da parte di uno Stato solo in funzione auto-difensiva fino all’attivazione del Consiglio di sicurezza), e afferma che è costante norma di diritto internazionale che uno stato possa intraprendere azioni militari di fronte a un attacco imminente. Ma, sostiene Glennon, la dottrina internazionalistica ha da tempo messo in rilievo che l’art. 51 prevede l’uso della forza esclusivamente nel caso in cui uno stato debba difendersi da un attacco armato, e non nel caso in cui l’attacco sia imminente ma non attuale.
Tuttavia, l’intenzione di Glennon non è certo di richiamare al rispetto dell’art. 51, quanto di criticare la pretesa dell’Onu – espressa mediante le proposte di riforma dell’High-Panel – di rievocare a sé il monopolio dell’uso della forza militare. Tra tali proposte, tutte tese a includere mediante un’interpretazione arbitraria della Carta Onu i comportamenti degli Stati Uniti tra le attribuzioni del Consiglio di Sicurezza, figura quella di istituzionalizzare l’intervento umanitario. In altre parole, per Glennon non è criticabile l’uso della forza preventiva o l’ingerenza umanitaria, quanto il tentativo dell’Onu di porre il cappello del Consiglio di sicurezza su tali attività qualora esse siano svolte per iniziativa dei singoli stati (gli Stati Uniti, per essere precisi) al di fuori del controllo del Consiglio.
Dunque il vizio peggiore del rapporto dell’High-Level Panel è, per Glennon, di non considerare alternative – quali potrebbero essere un’alleanza fra i paesi democratici, delle integrazioni regionali rafforzate o delle “coalizioni di volenterosi” meno ad hoc – all’ormai “vecchio” modello delle Nazioni Unite che pretende di attribuire il monopolio dell’uso della forza al Consiglio di sicurezza: «L’ipotesi che vi siano altre opzioni per gestire l’uso della forza che possano funzionare meglio del Consiglio di sicurezza è semplicemente non all’ordine del giorno » dell’High-Level Panel.In conclusione, per un realista come Glennon elaborare modelli di pacifismo istituzionale (o di gestione dell’uso della forza) che passino attraverso la riforma dell’Onu è una via velleitaria e idealistica al raggiungimento di un ordine internazionale più saldo.
Una via tanto più velleitaria in quanto fondata su un’erronea lettura
delle vicende storiche: «Nel corso del diciottesimo secolo, la pace in Europa è stata mantenuta sulla base dell’equilibrio di potenza, più che attraverso istituzioni legaliste». Per Glennon l’eccentricità della Carta dell’Onu – la sua incapacità di approntare strumenti d’interpretazione e trasformazione del contesto internazionale – è ormai un dato di fatto ampiamente condiviso dalla dottrina e dalle diplomazie di buona parte del globo. Ciò che non è condiviso, per Glennon, è l’idealismo di un progetto di riforma che tenti di recuperare centralità a delle Nazioni Unite sempre meno legittimate. E – citando Henry Cabot Lodge – «vi è un grave pericolo in un idealismo non condiviso».

Dromocrazia

Nel 1977 Paul Virilio parlava di ‘dromocrazia’ (letteralmente il governo della velocità) per indicare il regime in cui “i potenti sono coloro che regnano sulla velocità, controllano quella degli altri e squalificano socialmente coloro che restano immobili, i localizzati” (D. Bigo, E. Guild, Schengen e la politica dei visti, in G. Bonaiuti, A. Simoncini (a cura di), la catastrofe e il parassita. Scenari della transizione globale, Mimesis, Milano-Udine 2004, p. 336). Questa definizione considerava la velocità in chiave che oggi diremmo biopolitica, ovvero in relazione al potere sui corpi e sui loro spostamenti, e secondo l’etnia, la nazionalità, la classe sociale. ‘Governo della velocità’ degli altri, per l’appunto, ovvero regolazione della velocità. Stante questa prima definizione, senz’altro centrale in un mondo sempre più alle prese con recinzioni, flussi, quote, scogli da presidiare e migranti da respingere di fronte al mare, ché in mare non si può (non si potrebbe, ma l’Italia ha già subito condanna per violazione del principio di non refoulement, e anzi respingere in Europa non sembra più tabù), a essa se ne potrebbe aggiungere un’altra, legata alle trasformazioni della post-democrazia contemporanea. Questa seconda definizione ha a che fare con la natura sondocratica, neoelitista, fondamentalmente autoritaria della democrazia europea, un modello di dirigismo delle burocrazie comunitarie a trazione tedesca. In questo contesto, l’esautorazione di fatto della democrazia nazionale (e l’assenza di una democrazia europea) viene colmata da un eccesso di deliberazione e di comunicazione del tutto autoreferenziale, basato sulla velocità della decisione e della sua, per l’appunto, comunicazione urbi te orbi attraverso i social network. I governi, rappresentati da figure ‘carismatiche’, si esaltano nella pubblicizzazione delle loro imprese, segnalando di volta in volta la massa di lavoro svolto e il tempo ridotto per svolgerlo. Pubblicizzazione versus pubblicità ovvero comunicazione versus trasparenza (Bobbio parlava di una delle promesse mancate della democrazia). Le agende dei governi sono eteronomiche, e i governi nazionali dei paesi commissariati meri fantocci delle istituzioni finanziarie e burocratiche internazionali. Ma in fondo cosa conta? Basta mettere in fila i provvedimenti approvati, dire che li si è approvati in pochi mesi, vantarsi di aver piegato la resistenza parlamentare (e del resto i parlamenti ormai sono solo impicci, intralci alla velocità). Essere veloci, questo è l’obiettivo. Una valutazione critica dei provvedimenti diventa roba da gufi: ma cosa volete, abbiamo approvato più riforme in pochi mesi che in tutta la storia del parlamento repubblicano, o roba del genere. Tremonti si vantava di aver fatto approvare la legge di stabilità in cinque minuti. E pace se poi era piena di errori, di iniquità , di sfondoni. 

La velocità è il nuovo principio regolatore. La dromocrazia la nuova forma di governo. A tutta birra, lanciati a violentissima velocità. Verso dove? Boh.

Una modesta proposta (e la reazione di Roars)

Leonardo_NatureQualche giorno fa, la stampa propalava l’ennesimo segnale che decreta la totale mancanza di futuro per molti dei precari dell’università. Sul Sole24Ore usciva infatti un articolo icasticamente intitolato La cattedra universitaria miraggio per 20mila aspiranti professori, nel quale si spiegava che il numero esorbitante di abilitati nelle prime due tornate non troverà, verosimilmente, alcuna collocazione nei ruoli per i quali è stato abilitato.

Preso dallo sconforto, formulavo (tra il serio e l’amaramente faceto), sulla pagina Facebook di Roars, una ‘modesta proposta’:

penso che gli strutturati potrebbero tranquillamente saltare un turno, se è necessario, per fare spazio alla stabilizzazione dei precari.

Apriti cielo! 16 ‘mi piace’ e moltissimi commenti (più di 150, mi pare). Roars del resto è un ‘luogo’ virtuale di discussione delle problematiche accademiche molto vivo e frequentato. Naturalmente, i primi a saltare sulla sedia sono stati gli strutturati. Come se avessi proposto la loro espulsione dall’università, la sottrazione dello stipendio, l’asportazione di una libbra di carne dai lombi. Niente di tutto questo. Il mio ragionamento era semplicissimo: saltare un turno, ovvero per l’associato aspettare un turno prima di diventare ordinario, per il ricercatore a tempo indeterminato aspettare un turno prima di diventare associato, etc. Il tutto a favore della stabilizzazione, da non intendersi come ope legis ma come possibilità di concorrere con procedure aperte e libere, dei precari. Aspettare un turno, non ‘non fare più progressioni di carriera’. Aspettare un turno ovvero: le risorse per le progressioni investiamole sul precariato.

E’ normale che gli strutturati si siano risentiti, certo. Ormai vige un cinismo piuttosto diffuso, per cui chi ha vuole ancora di più, e non importa se dietro c’è gente che fa fatica, che aspetta invano gli anni che passano per poter fare anche solo un progetto di vita e poter programmare il proprio futuro. Ma, ripeto, la proposta era tra il serio e l’amaro faceto, poiché è del tutto evidente che non si saprebbe neanche come metterla in termini giuridici, per dire (e non solo in quelli). Dunque era chiaramente una ‘provocazione’, uno stimolo alla discussione circa le ingiustizie nell’università. Ma non una boutade.

Avevo già avvertito, seguendo Roars, una certa impostazione ideologica. Roars non critica Anvur perché è — semplifico — bibliometrica. Roars critica Anvur perché non è seriamente bibliometrica. Insomma, Roars è il fratello più sveglio di Anvur. Ma non basta: Roars si è ritagliata nel tempo il ruolo di Anti-Defamation League dell’università. E, segnatamente, come paladina nella battaglia volta a rintuzzare tutta quella pubblicistica, ormai copiosa, sull’università ‘truccata’. Il ragionamento di Roars è che la pubblicistica in questione è spazzatura, e che l’università italiana funziona, e funziona bene. E risponde a questa pubblicistica più o  meno con la tesi della ‘finestra rotta’. In altri termini, questa pubblicistica sarebbe artatamente finalizzata a screditare l’università al fine di indebolirla ulteriormente, di tagliare ancora i suoi fondi, etc.

Orbene, è chiaro che si tratta di una posizione grottesca (che altrettanto grottescamente potrebbe essere rovesciata: chi ha interesse a svolgere la funzione di Anti-Defamation League dell’università nonostante si sappia come stanno le cose? A chi giova?). Se c’è qualche grande vecchio che coordina una operazione del genere muovendo decine di burattini che sui grandi giornali, anche progressisti, ‘infamano’ l’università dei cooptati dicendo che i concorsi sono tutti truccati, è davvero il complotto del secolo. Mi pare invece che le cose stiano diversamente. E che esse stiano nel senso che quella pubblicistica descrive. Chiunque non abbia un padrino accademico sa, sulla propria pelle, come stanno le cose. Anche tutti gli altri naturalmente lo sanno, ma chiudono un occhio, anzi due.

Naturalmente, questo atteggiamento da ayatollah dell’accademia si è scatenato anche contro il mio post. I difensori della bontà e onestà dell’accademia italiana si sono a un certo punto palesati calando la solita (presunta) briscola dei ‘dati’, cosa che fa parte dell’apparato ideologico un po’ naif di cui sopra. Nello specifico, Giuseppe De Nicolao è intervenuto per dire che non è vero che negli anni passati il reclutamento abbia favorito le progressioni nelle posizioni apicali dell’accademia. Ho rimproverato a De Nicolao l’uso ideologico di questa retorica dei ‘dati’, da calare come assi nella discussione per ‘vincerla’ e zittire l’interlocutore. Gliel’ho fatto rilevare perché lo studio citato si fermava al 2013, dunque escludendo dalla rilevazione proprio quella massa di abilitati (20mila!) del cui destino si stava discutendo. Scrivevo a De Nicolao:

Lei non è nuovo all’uso di questa ideologia dei numeri come adamantine verità calate dal cielo, cosa che trovo epistemologicamente un pelino traballante.

Il professore si risentiva, e partiva con la sequela di dati, invero un po’ buttati lì a caso, per dimostrare le proprie tesi. Avevo già notato questo atteggiamento del nostro eroe, descritto proprio in questi giorni sarcasticamente da Corrado Zunino della Repubblica come “l’ineffabile professore, Il segugio della ricerca, l’investigatore che investiga su chi investiga” in un articolo che ne mette in luce molto bene il bizzarro modus operandi. Infatti De Nicolao, in una discussione precedente, per controbbattere alla tesi secondo cui i concorsi italiani sono pilotati, argomentava in questi termini: se i concorsi fossero pilotati, la ricerca italiana (in termini di produttività: rieccoci ai numeri, ai dati, alla ‘metrica’ un tanto al chilo) non sarebbe così buona, ovvero in linea con quella europea. Avevo già sbugiardato il nostro segugio dell’ADL accademica, poiché il dato portato da De Nicolao con una tracotanza da positivista che cala l’asso incontrovertibile dei bruti ‘fatti’ era — udite udite! — un dato aggregato. Ebbene sì: il dato che avrebbe dovuto dimostrare la buona produttività degli accademici incardinati (almeno l’intento era quello), in realtà era un dato che non forniva elementi circa la produttività degli strutturati, ma di tutti gli universitari, precari compresi. Dunque, ragionavo, se i precari sono più di 2 a 1 rispetto agli strutturati, come si fa a dire che la produttività scientifica degli strutturati è di livello europeo? Se tanto mi dà tanto — aggiungevo al solo fine di dimostrare che la tesi del segugio era francamente senza alcun fondamento — si potrebbe dire che la baracca in realtà la reggono proprio i precari.

Non pago di questa prima figuraccia, De Nicolao è tornato sul luogo del delitto. Infatti, quando gli ho fatto notare questo uso dei ‘dati’, ha cercato di tamporare scrivendo che in realtà i sempre insindacabili dati dimostrerebbero che la produttività non scema affatto al progredire della carriera, e che semmai sale per gli ordinari. E ha citato un paper e ancora altri dati in esso contenuti. Il paper è: Giovanni Abramo • Ciriaco Andrea D’Angelo • Flavia Di Costa, Research productivity: Are higher academic ranks more productive than lower ones? Scientometrics (2011) 88:915–928 DOI 10.1007/s11192-011-0426-6.

Peccato che però chiunque possa verificare anche solo leggendone l’abstract che questo paper, che prende in considerazione peraltro un lasso di tempo di pochi anni (perché, poi, solo quel lasso lì, dal 2004 al 2008? Qual è la ragione di questa selezione?), non si occupi affatto della produttività dei precari e della sua relazione con la produttività degli strutturati:

This work analyses the links between individual research performance and academic rank. A typical bibliometric methodology is used to study the performance of all Italian university researchers active in the hard sciences, for the period 2004—2008. The objective is to characterize the performance of the ranks of full (FPs), associate and assistant professors (APs), along various dimensions, in order to verify the existence of performance differences among the ranks in general and for single disciplines.

In buona sostanza, lo studio si occupa solo degli strutturati (ordinari, associati, ricercatori) e nello specifico nel settore delle cosiddette scienze dure. Secondo infortunio per De Nicolao. Seconda figuraccia.

Evidentemente il nostro non ha retto, e ha cominciato — saltando di palo in frasca — a sostenere che io non conosco la differenza tra media e mediana, prendendo spunto da un mio commento in cui in effetti parlavo erroneamente di media, per poi correggermi però autonomamente nel commento successivo usando mediana al posto dello scorretto media.

Questa discussione è andata avanti fino a notte inoltrata. Chiusa dal De Nicolao con una doppietta di commenti, l’ultimo dei quali risulta postato alla 3.02 della notte.

La mattina successiva mi sveglio, vedo i commenti di De Nicolao, cerco di rispondere e scopro di essere stato cancellato dal gruppo Roars. Non posso più controbattere. Scrivo a De Nicolao alle ore 8.36 e gli chiedo spiegazioni. Mi dice che si è trattato di una decisione collegiale della redazione. Ovvero: la redazione di Roars, collegialmente, si è riunita tra le 3.02 e le 8.36 (prima: le 8.36 è quando mi rendo conto di essere stato bannato da Roars).

Ognuno può farsi un’idea sui metodi di questo gruppo di studiosi — parlo al plurale perché se la scelta è stata, come scrive De Nicolao, collegiale… — intenti a difendere l’università dagli attacchi di chi vorrebbe — secondo loro — infangarla. Certo non un avvertimento, non una ammonizione, tanto meno una motivazione. Bannato perché?

Il comportamento gravemente scorretto di Roars, della sua redazione, di De Nicolao in questa vicenda sono il sintomo dell’intrinseca debolezza di una tesi tutta ideologica: chi critica l’università vuole infangarla per distruggerla. Non viene in mente ai nostri eroi che se già negli anni ’90 del secolo scorso prestigiose riviste pubblicavano vignette sul sistema italico di reclutamento (rappresentando uno sconsolato Leonardo da Vinci superato al concorso da un cospicuo numero di Borgia, con quello che sembrerebbe il presidente di commissione che gli dice “non ci pensare, Leonardo, andrà meglio la prossima volta”), forse qualcosa di vero in quella pubblicistica che oggi copiosamente appare c’è. E del resto che le cose stiano così, che all’università si acceda per cooptazione (violando cioè il requisito minimo di ogni concorso degno di questo nome: l’incertezza dell’esito e l’imparzialità — terzietà — del ‘giudice’), non lo dice un giornalista male informato (come spesso su Roars vengono bollati quelli che fanno la cronaca del malaffare universitario). Lo dice un autorevole giurista e accademico, Michele Ainis, il quale invita a non fare più gli ipocriti: ai ruoli dell’università si accede per cooptazione (e, aggiunge lui, è giusto che sia così, arrivando a proporre conseguentemente l’abolizione dei concorsi-farsa; un mio commento qui). Nel 1995 aveva detto la stessa cosa Gino Giugni (ricordato magari come ‘padre’ dello Statuto dei lavoratori, e ignorato quanto alla pesantissima denuncia che fece riguardo all’università), parlando di concorsi ‘sovente’ predeterminati nell’esito “secondo logiche non meritocratiche”. Gli aveva dato ragione un altro autorevole giuslavorista, Umberto Romagnoli. E il dibattito era proseguito, tanto che, scrisse Repubblica, “L’alto commissario per la prevenzione ed il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione, Gianfranco Tatozzi, ha aperto un’indagine conoscitiva in merito al regolare svolgimento dei concorsi universitari in materia di Diritto del Lavoro. “. Non conosco i risultati di quell’indagine: si è conclusa?

Ora, la risposta di Roars a questa pubblicistica è molteplice: gente frustrata; vendicativi esplulsi dal sistema; qualcuno che vuole togliersi sassolini dalle scarpe; finestre rotte; giovani esacerbati. Peccato che in realtà vi siano fior di autorevolissimi ordinari che, ottenuto tutto in termin di carriera e giunti alla frivola età della pensione, ovvero al momento della libertà ciarliera di dire male di ciò di cui ci si è serviti tutta la vita (che coraggio, in tutti i sensi!), sparano a zero sulla corruzione accademica. Tornando a Roars, l’argomento principe sembra essere: non ci sono ‘dati’ (aridaje) su quanti siano i concorsi truccati. Quindi in sostanza si deve tacere? Tocca spiegare a Roars che forse l’unico modo per ottenere dei dati è in camera caritatis, visto che la stragrande maggioranza dei giovani accademici che subisce questi casi o è impaurita e non denuncia e non ricorre (anche perché non serve assolutamente a niente: si spendono soldi — tanti — per contestare concorsi formalmente ben ‘pensati’…), oppure con complicità avalla questo sistema, sperando che un giorno la ruota della cooptazione giri…

Per sanare i mali dell’università occorrerebbe dunque levarsi le fette di salame dagli occhi, e smetterla di ergersi a difensori del buon nome della pulzella insultata; se l’università italiana è nelle condizioni in cui è, lo è anche per il perdurante, continuo manifestarsi di fenomeni di academic inbreeding che non fanno che riprodurre strutture di saperi-poteri (le quali non sono esenti da una certa riproduzione dell’ordine sociale, of course: e lì si che bisognerebbe chiedere a chi giovi difendere un’università che riproduce le strutture di potere-sapere) ordinate secondo un sistema ormai castale di intoccabili, di sacerdoti della sapienza, di ayatollah che si risentono se gli metti davanti uno specchio e gli chiedi di guardarsi e di vedere il vero volto dell’accademia.

Slegare questo ragionamento da quello dei finanziamenti alla ricerca è assurdo. Certo, l’università soffre perché è grandemente sottofinanziata. Ma non si può pensare che fare una cosa pur necessaria come finanziare adeguatamente l’accademia risolva automaticamente il problema. Né si può dire che piano piano, con più quattrini, anche gli ‘esclusi’ perché senza padrini verranno assorbiti, stante la maggiore quantità di soldi da impiegare. Come sanno gli urbanisti, se metti più cassonetti, essi si riempiranno tutti al massimo. Insomma, se metti più soldi non è affatto detto che la loro gestione produca effetti virtuosi. Anzi, visti i precedenti, rischia di produrre, se non accompagnata a misure di contrasto alla corruzione, ulteriori danni. La potenza è niente senza il controllo, diceva uno slogan pubblicitario.

Americanismo e riformismo

Agli inizi degli anni ’80 la socialdemocrazia appare sempre meno in grado di coniugare obiettivi di giustizia sociale e di efficienza e modernizzazione economica. Non è un caso che progressivamente, come del resto in altri paesi occidentali, sia ora lo schieramento di destra ad appropriarsi con più convinzione e aggressività della tematica dell’innovazione tecnologica e industriale, e a riversare sul sindacato e sul partito riformista l’accusa di volere preservare con ottica “conservatrice” gli assetti produttivi esistenti

Massimo D’Angelillo, Crisi economica e identità nazionale nella politica di governo della socialdemocrazia tedesca, in Leonardo Poggi (a cura di), Americanismo e riformismo. La socialdemocrazia europea Inell’economia mondiale aperta, Einaudi Nuovo Politecnico, Torino 1989, p. 300

IMG_0454.JPG

A cosa serve il sindacato

Camusso 1000x360Il modo con cui Renzi affronta la questione “lavoro” denuncia tre cose. La prima è la furbizia del premier, impegnato ad accusare gli altri di essere i portatori di vecchie ideologie novecentesche e ad affermare che la battaglia sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sarebbe una battaglia “ideologica”. A parte che, come molti hanno notato, se quella attorno all’art. 18 è una battaglia ideologica, perché questo premier sedicente post-ideologico ci investe tante energie? Non sarà che il suo intento è proprio di portare la minoranza del partito di cui è segretario a uno scontro ideologico sui “principi”, piuttosto che sulle “misure concrete”? Perché l’impressione che se ne ricava è proprio quella, di voler “spezzare le reni” ai “gufi”, di voler portare allo scoperto, con un pretesto, i “rottamati”, di cucirgli addosso (complici questi ultimi, caduti in pieno nel tranello) l’abito dei vecchi arnesi novecenteschi. Eppure non c’è posizione più ideologica di questa. E sia detto a scanso di equivoci: qui non si tratta di difendere i “vecchi arnesi”, oppure di parteggiare per la cosiddetta “minoranza” Pd, poiché la minoranza Pd è una carriera, e poiché le accuse che le vengono mosse non sono del tutto fuori bersaglio quanto alla capacità di cogliere la modernità politica che ci sta davanti e che ci sfida. Il dibattito interno al Pd non è poi così appassionante, non sono appassionanti i regolamenti di conti. Mi appassiona di più capire cosa il premier intende per “ideologia”, e come ciò si colloca dentro la sua visione della politica. Baudelaire diceva che il miglior trucco del diavolo è far credere di non esistere. A una posizione che si bolla come ideologica non si contrappone il vuoto virtuoso delle misure concrete, ma un’altra ideologia, solo più forte, solo vincente. A chi legge il compito di scoprire di quale ideologia si tratti. La seconda è la concezione della democrazia come immediatezza. Renzi non si rivolge al parlamento, ritenuto una sorta di porto delle nebbie in un mondo che invece richiede la velocità dei social network. Renzi parla direttamente alla nazione, e lo fa per l’appunto su Internet, versione 2.0 dei messaggi videoregistrati con la calza sull’obiettivo. La camicia bianca e le maniche arrotolate sono giochini degli spin doctors, simboli delle alacri giornate del premier che “è pieno di energia”, che si rimbocca le maniche, che non ha tempo da perdere con le istituzioni rispettabili come si rispetta un vecchio nonnino a cui si dà un buffetto sulla guancia mentre dice banalità d’antan. Naturalmente per questo, ma anche per il punto precedente e per quello che seguirà, non si tratta di una specificità dell’attuale presidente del consiglio. Quando lo Zeitgeist si incarna, fa dei begli scherzi: Renzi è il portatore di un’ideologia decisionista, fintamente pragmatista, presuntamente post-ideologica, che aveva già avuto modo di dar prova di sé in esperienze politiche che lo hanno preceduto, massime nel berlusconismo, del quale molti ritengono sia l’erede legittimo (sebbene qui il dictum marxiano sia rovesciato: la storia si ripete, ma la prima volta in farsa, la seconda in tragedia). Si pensi, ancora, alla cosiddetta commissione dei “saggi” nominata da Napolitano con finalità eversive, e che annoverava “ingenui” difensori del parlamentarismo poi dimessisi dopo aver squarciato (chissà come e perché) il velo. Certo quest’idea della democrazia come immediatezza nasce e cresce nella crisi della rappresentanza, ed è dunque una caratteristica della modernità politica. Ma non è, al contrario delle seppur sgangherate e forse irriflesse proposte del M5S (anche lì lo Zeitgeist si è divertito…), il risultato di un ripensamento profondamente critico della democrazia rappresentativa a favore della democrazia diretta. Insomma, non è la riflessione filosofica (tanto in odio al premier, che per bollare di inutilità un consesso lo definisce “filosofico”) sul rapporto tra Hamilton e Brutus. Quando i padri della Rivoluzione americana dovettero discutere quale modello di democrazia fosse più adatto a un grande paese, decisero – contro le tesi, appunto, dello pseudonimo Brutus (quanto mai indicativo nel suo essere da sempre caro alle tendenze monarcomache) – che la democrazia rappresentativa sarebbe stata la migliore scelta, e misero in soffitta la democrazia diretta degli Ateniesi. Ma adesso siamo di fronte non alle rivendicazioni del democratismo radicale, non alla reviviscenza di Brutus, quanto piuttosto al riaffacciarsi di un filone mai domo del pensiero politico, quello dell’uomo solo al comando, dotato di un consenso diretto della folla che lo acclama e che gli permette di saltare tutti i passaggi, di esautorare i corpi intermedi, che gli consente di intendersi col “suo” popolo con un cenno del capo (o con un tweet). Bando alle ciance, voi chiacchierate di filosofia, io decido, è il messaggio del premier. Che poi questo accada davvero, è tutto da vedere (finora i risultati sono assai deludenti). E posto che la decisione non mediata sia garanzia di efficienza ed efficacia delle decisioni prese (cosa tutt’altro che dimostrata: Tremonti si vantava di varare la legge di stabilità in 5 minuti…). E poi, anche se lo fosse (efficace), saremmo disposti a sacrificare la discussione democratica e la sua congenita “lentezza” sull’altare della performance? Certo, quando è troppo è troppo, e la discussione estenua: ma si può trovare un punto intermedio, che sia un punto politico e non emotivo. Terza è la concezione del rapporto coi lavoratori e con il sindacato. Questo terzo aspetto ha molto a che fare con il secondo: Renzi tratta direttamente coi lavoratori, dice. Salta l’idea di rappresentanza, ma non – come si diceva – per accedere a una più diretta forma di consultazione popolare, bensì perché interpreta direttamente, in comunanza spirituale, il volere intimo del Popolo. “La gente è con me, non con i sindacati”, è lo slogan di queste ore (ma il refrain è vecchio). Si potrebbero sollevare questioni quanto all’accertabilità empirica di questo consenso (con quali lavoratori ha parlato Renzi? Con chi ha “direttamente” trattato?), ma il problema non sarebbe neanche quello. Il problema è che il nostro è un sistema parlamentare e, più in generale, un sistema democratico fondato sulla rappresentanza. Quando Renzi propone di stornare il tfr direttamente in busta paga, egli afferma di avere i lavoratori dalla propria parte. Sono anche disposto a crederci. Ma questa è una versione irrazionalista della politica e della democrazia, una versione spiritualista, in una parola: di destra. Infatti a cosa serve la rappresentanza, anche la rappresentanza politica? A portare gli interessi di gruppo dentro una discussione razionale (per quanto possibile, ché a questo punto mi pare che la razionalità in politica sia una pia illusione) che non fondi le decisioni sugli umori immediati. La mediazione è ragionamento a bocce ferme, e – diciamolo senza paura – la rappresentanza ha anche la funzione di guidare, di suggerire soluzioni migliori. Rappresentare non significa rispondere tout court agli input che derivano dai rappresentati (in quel caso, a cosa servirebbe la rappresentanza? Meglio la democrazia diretta, che peraltro è un’idea affatto balzana; oppure il mandato imperativo, che però è altra cosa), ma anche provare a fare vedere a questi ultimi vie e soluzioni che essi stessi non avevano visto. O che non potevano vedere perché assediati da altre esigenze. In altre parole, se chiedi ai lavoratori se vogliono il tfr direttamente in busta paga, ci sta benissimo che ti dicano di sì (del resto indagini demoscopiche dimostrano che la maggioranza sarebbe a favore di una dittatura decisionista per la “soluzione dei problemi”). Forse però quel sì è dovuto al bisogno che le famiglie hanno di liquidità. E non liquidità per i lussi e gli sfizi, ma soldi da buttare in quel buco nero che è diventata la vita quotidiana in tempo di crisi. Il tfr, così come sta succedendo per i famosi 80 euro, andrebbe a finire in un pozzo senza fondo di crescente disagio economico, dilapidando un gruzzolo che il lavoratore preso dal collo potrebbe volere ora (maledetto e subito) piuttosto che in tempo futuro (“poi si vedrà”). Peraltro la spiegazione di questa proposta è duplice: una, che risulta essere quella “nobile”, è ideologica, e ha a che fare con una concezione turbo-liberista secondo cui i soldi del tfr sono già soldi dei lavoratori e non si capisce perché non gli debbano essere versati in busta paga; l’altra, più terra terra, ha a che fare con il bisogno spasmodico di rilanciare i consumi, affrontato tuttavia con ricette non strutturali, avventuriste (per tacere della fattibilità della soluzione per le casse delle aziende). Il sindacato allora serve a mediare tra la chiamata emotiva e le ragioni dei diritti e dell’economia. E non perché i lavoratori siano bambini che «non possono rappresentarsi, sono un sacco di patate» (giusto per citare il Marx del Diciotto Brumaio a proposito dei contadini), ma perché la rappresentanza è – dovrebbe essere – la possibilità di sedersi a un tavolo senza avere il cappio al collo (o l’acqua alla gola). È dunque per tutto questo che – se, di nuovo, non vogliamo ripensare forme di democrazia diretta – urgono riforme che abbiano come obiettivo la rappresentanza, sia quella politica che quella sindacale. Quest’ultima dovrebbe essere una battaglia dello stesso sindacato, in modo che non gli si rinfacci di non rappresentare nessuno, in modo che non gli si dica che è un corpo intermedio che si può bellamente saltare per costruire un legame emotivo diretto con le masse. Buone norme sulla rappresentanza sono garanzia in primis dei rappresentanti, i quali potranno opporre una vera legittimazione a chi vuole liquidarli. E la rappresentanza significa rappresentanza di tutti, anche di quell’enorme numero di precari che il sindacato è stato accusato (a ragione) di non considerare. Perché se l’attacco al sindacato è sgangherato e iper-ideologico, se ricalca la peggiore propaganda berlusconiana (la quale attinge a una certa insofferenza socialista e craxiana, peraltro), è pur vero che ragioni di critica per il sindacato ve ne sono, e molte. Altrimenti la propaganda non basterebbe. La propaganda serve a estendere e amplificare vizi e difetti che, seppure in tono minore, sono già percepiti nettamente dall’opinione pubblica. Certo conservatore, certo corporativo, il sindacato ha bisogno di scrollarsi di dosso la patina di vecchio retaggio novecentesco che un po’ ha (ma andrà pur detto che il Novecento non è stato negato e superato in una nuova fase, ma chiede ancora di essere ‘chiuso’ attraverso una più completa affermazione dei diritti, mentre la strada intrapresa è ancora una volta quella di un salto a piè pari, senza Aufhebung, diciamo). Solo così si potrà tamponare la deriva populista dell’appello alle folle.

[Questo articolo è apparso sulla rivista “Scenari” del 3 ottobre 2014 col medesimo titolo]

Civil rights-washing

Non so a voi, ma a me è chiaro che l’ossessione degli ultimi decenni per i diritti civili, l’identità, il genere, l’etnia, sono fuori sincrono ormai. Cerco di dirlo dove posso, poiché queste faccende non hanno senso se slegate da una riflessione su ciò che una volta si chiamava ‘classe’. Frantz Fanon diceva più o meno che un nero che guadagna un milione di franchi diventa bianco. Centrava il punto nella percezione (e nell’autopercezione) della diversità. Invece — credo si possa individuare la tendenza come promanante dalla riflessione statunitense — ci si è concrentrati sulle questioni suddette tralasciando la classe sociale, forse anche come risultato della convinzione di una sorta di ‘fine della storia’ e di trionfo dei diritti. Ora che queste cose le sappiamo (anche perché a quel tempo non abbiamo creduto affatto a quel trionfo) non è forse il caso di ricominciare a mettere insieme classe, etnia, genere, e tutte le differenze che ci saltano in mente, tenendo ben presente che affrontare queste differenze ha senso solo se ciò avviene tenendole come un tutto non-separabile?

 

Una Norimberga per Israele? Il perché di un esempio sbagliato

Sul sito di Historia Magistra campeggia da qualche giorno un appello di intellettuali per una “Norimberga per Israele”. Gli estensori e i firmatari dell’appello si riferiscono al rinnovato conflitto israelo-palestinese e al l’operazione Protective Edge che il governo Netanyahu sta conducendo da ormai un mese contro Gaza, con ingentissime perdite di vite (soprattutto civili, con un numero elevatissimo di bambini) da parte palestinese e alcune decine di vittime tra i militari israeliani.
L’attacco, condotto in violazione del diritto internazionale, è caratterizzato da una immane sproporzione nell’impiego dei mezzi (rudimentali razzi, neutralizzati dal sistema di protezione Iron Dome), e denuncia la volontà del governo israeliano di mettere alle corde il movimento radicale di Hamas, egemone in una Striscia che dopo decenni di laicismo riscopre l’islamismo aggressivo che per anni gli Stati Uniti avevano foraggiato nella speranza di contrastare Al Fatah.
Contro l’attacco israeliano hanno tuonato persino i maggiori protettori del governo di Tel Aviv: si narra di una telefonata in cui Obama avrebbe alzato la voce con Bibi intimandogli il cessate il fuoco,e anche l’ONU si è mossa, nonostante i due interventi siano stati piuttosto blandi e in qualche misura ipocriti.
Ora, rispetto a questa situazione gli intellettuali (tra cui Angelo D’Orsi e Domenico Losurdo) hanno schierato uno zoliano e cubitale “noi accusiamo”, invocando una Norimberga per Israele.
L’appello ha scatenato violentissime polemiche, come sempre accade quando si tocca un nervo scoperto come il conflitto in “Terra santa”.
Si potrebbe con tranquillità affermare che la stragrande maggioranza di esse è pretestuosa. Come quelle uscite che, per tacitare la critica, impropriamente sovrappongono l’antisionismo all’antisemitismo (l’ebraismo italiano su questo ha dato prove penose). Ed è dunque necessario, per dire qualcosa, cercare di attenersi asciuttamente ad alcuni dati di realtà.
Il primo di tutti riguarda a mio avviso l’inopportunità di richiamarsi a un tribunale speciale ex post, quando per esempio sul piano domestico la nostra alta cultura giuridica ha scritto parole precise in Costituzione contro i tribunali speciali. Si obietterà che nel diritto internazionale i tribunali spesso sono stati ex post (Norimberga, Giappone, Rwanda, ex Iugoslavia).
Vero, ma — al di là delle debite differenze che pure occorrerebbe tenere presenti tra queste varie esperienze — quel che è chiaro è che Norimberga fu l’esempio di quella giustizia dei vincitori che colpì la parte sconfitta tralasciando le gravissime responsabilità degli Alleati e degli Stati Uniti. Si pensi solo che in queste ore ricorre l’anniversario dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki da parte degli States. O si pensi al mattatoio di Dresda.
È questa la giustizia che vogliamo?
Direi di no. Allora che fare?
Il caso più rilevante di tribunale ‘non speciale’ e ‘non ex post’ è quello della Corte Penale Internazionale. L’insigne internazionalista Richard Falk, che del conflitto israelo-palestinese è grande esperto, ha analizzato tutte le questione giuridiche legate a questa ipotesi. Con un certo ottimismo, ha concluso che pur non potendosi invocare un intervento della ICC, l’appello a essa corroborerebbe le ragioni della Palestina di fronte a un’opinione pubblica internazionale già molto colpita dalla condotta di Israele e dalle sue ripetute violazioni del diritto internazionale.
Meno ottimisticamente, ci si può limitare a ricordare che la Corte opera su base pattizia, e che Israele non ne ha sottoscritto lo Statuto. E occorre ricordare anche che la Palestina non gode al momento dello status sufficiente a poter invocare l’intervento della Corte (davanti alla quale, peraltro, essa stessa potrebbe venire trascinata per quelle stesse fattispecie per le quali la Corte ha giurisdizione). Più in profondità, la ICC non va esente dall’accusa di essere troppo ‘legata’ alle grandi potenze (gli Stati Uniti, per l’appunto, che per esempio conducono da anni una strategia di trattati paralleli con gli Stati firmatari per evitare che la giurisdizione della Corte venga estesa ai militari statunitensi).
Certo non è peregrina l’ipotesi di Falk di invocare l’intervento della Corte al fine di stimolare ulteriormente l’opinione pubblica mondiale. Almeno a livello mediatico, la cosa susciterebbe grande clamore.
Ma si ricordi che quando si è stati tentati dalla giurisdizione universale, gli Stati hanno reclamato e ottenuto il rispetto del loro potere sovrano di non ingerenza (si ricordino i casi si Pinochet e dello stesso Sharon per i fatti di Sabra e Shatila).
Che fare, allora? Non volendo dare compiti alla politica, dalla quale certo tutti ci aspettiamo una minore ipocrisia e un maggiore coraggio nel chiedere il rispetto delle norme del diritto internazionale (e in primis ce lo aspetteremmo da un inane governo italiano, che dopo decenni di amicizia col mondo arabo ha da qualche tempo scelto con troppa nettezza di fare il cane da riporto dello zio Sam), forse si può chiedere agli intellettuali di spiegare tutto questo. Di spiegare perché Norimberga non è un modello. Di spiegare perché la Corte Penale Internazionale è un percorso accidentato. Di spiegare il legame troppo stretto tra il diritto internazionale e la politica. Insomma di spiegare il mondo. Niente contro gli intellettuali militanti.
Ma la militanza e l’impegno non si manifestano solo nella sottoscrizione degli appelli. Occorre l’intelligenza nelle cose, soprattutto in questi tempi bui di pensiero unico che tutto dissolve in un mostruoso continuum transpolitico in cui non è più dato conoscere le ragioni e i torti. Perché essere partigiani è soprattutto questo: contribuire a conoscere le ragioni e i torti.

Sospeso su un esile filo. Il Primo maggio di Francesco Boccuti

Silete theologi in munere alieno! ammoniva nel Cinquecento il giurista Alberico Gentili nei confronti dei dotti studiosi di cose di Dio, fino ad allora anche autori particolarmente ascoltati in tema di questioni politiche e giuridiche. Silete iureconsulti in munere alieno! è quanto potrebbe intimarmi qualsiasi critico letterario in vena di dotte citazioni che volesse invitarmi a lasciare il campo dell’analisi delle poesie di Francesco Boccuti agli specialisti. Eppure, se posso, vorrei rivendicare per me un ruolo da ‘esegeta’ dei suoi versi, in ragione della pienezza che emerge dalla figura di Boccuti: uomo politico e sindacalista, oltre che poeta sensibile. Pienezza, dunque, data dalla inestricabile connessione tra la vita pubblica di un uomo e il suo travaglio privato, tra la dedizione ai temi del lavoro, del Sud, della lotta contro lo sfruttamento e le riflessioni intime che (anche su quel tema) l’autore ha voluto lasciarci. E in Boccuti l’intimo si fa politico, trascende i cancelli del personale per farsi pensiero collettivo, condiviso, solidale. Ne sono testimonianza le belle liriche dedicate al Primo maggio, Festa dei lavoratori, laddove Boccuti ricorda con amarezza, ma senza indulgere al patetico, le lotte contadine per i diritti ancora di là da venire, per poi – con gioia – trascinarci verso un futuro di speranza nel quale il dolore possa scomparire “dietro nuvole leggere” (Giorno di festa: Primo maggio). Spes contra spem: Boccuti conosce bene la situazione disperata del Sud massacrato dalla rapacità incontrollata dei ‘padroni’, eppure non abbassa lo sguardo: pare quasi di vederlo, nel corteo che canta Bella ciao, Internazionale, Bandiera rossa (Primo maggio), alzare il pugno chiuso verso il cielo, la schiena dritta, i denti stretti. Ma quel pugno chiuso non è gesto esclusivo, poiché – egli scrive – “siamo in tanti racchiusi nel tuo raggio” (Giorno di lotta: Primo maggio), quei tanti che Boccuti pure sente intorno a sé nella solitudine di una notte senza luna, quando “nell’umida guazza seduto,/solo ero/ma nel tremore del vento/intorno a me sentivo/moltitudini di gente” (Libertà). In altri termini, nella riflessione in versi di Boccuti il momento collettivo è sempre centrale, anche quando – straziato dalla disillusione – egli sembra cedere alla disperazione più cupa: è in quell’istante che un sorriso raccoglie il suo sguardo e una mano gli si posa sulla spalla (Sonno).

Apprendo dal Ricordo di Francesco, scritto con delicatezza da Gennaro Oriolo, della conversione religiosa di Boccuti quasi in limine mortis. Non so se il rigore morale da egli espresso in vita, oggi sostenuto dagli scritti qui raccolti, fosse calvinista o cattolico, eppure le sue parole risuonano di furore gesuitico quando egli afferma il valore della verità e quando, attraverso le parole e le opere, egli ha dato () testimonianza di quella tensione verso la giustizia che è solo degli uomini retti.

Dunque giustizia, lavoro, solidarietà, verità sono le parole-chiave della poetica e della politica di Boccuti: concetti che presumibilmente gli derivano – oltre che da una spiccata sensibilità personale – da una formazione culturale e politica di cui il Sud non smette mai di avere bisogno. Oggi più che mai, oggi che la lotta pare essersi arenata nelle secche del dilagante clientelismo, della truffa come sistema di vita, della politica intesa come gestione privata della cosa pubblica, dell’egoismo sfrenato, il severo sguardo di Boccuti può fornire nuove tracce per pensare il Sud e i suoi drammi. Se, piuttosto che indulgere in esotiche e orientalizzanti rappresentazioni di un Sud tutto ‘pizziche’ e ‘tarantelle’, non torniamo a fare i conti col problema del lavoro e dello sfruttamento, se non ci avvediamo che non è possibile una crescita che non sia solidale, collettiva, allora davvero il Sud è un luogo disperante. Se le lotte sindacali non diventano il fulcro della vita pubblica, se non diviene forte il senso di avversione alla vista di giovani donne e uomini che – piegati dal lavoro – tornano a casa con in tasca pochi miseri euro, ‘salario’ di una giornata intensa di fatica, se le labbra rimangono serrate di fronte all’ingiustizia, allora davvero è anche colpa nostra. Nostra che, come subalterni, diventiamo vittime e complici allo stesso tempo. Ma è colpa soprattutto di una classe dirigente incapace di dirsi – non bisogna vergognarsi a usare tale termine – élite, avanguardia.

È a tutto questo che ho pensato nel leggere gli scritti di Francesco Boccuti: affinché rimanga almeno il coraggio.  

[* Si tratta della mia Prefazione al libro di Francesco Boccuti Sospeso su un esile filo, Ferrari, Rossano 2007]