Categoria: Cultura

Contro l’etica terrorista del sacrificio

Caravaggio_Ariete.jpgNel mio ultimo libro, “Eccedenza sovrana“, teorizzavo la teurgia politica. Teurgia è termine della sapienza e della Cabala ebraiche, e indica due cose: una teurgia restauratrice e una instauratrice. Teurgia indica il processo mediante il quale i fedeli, tramite la glorificazione del dio, restaurano la sua potenza o addirittura la creano.
Il tema naturalmente riguarda in filigrana l’obbligazione politica, il ‘to die for’ della sovranità. Perché obbedire, perché essere disposti a sacrificare la propria vita in nome del sovrano? La mia risposta era Barnardine, ubriacone di “Misura per misura” di Shakespeare che viene chiamato per essere ucciso e risponde “Vi prenda la peste alla gola!”. Egli non vuole morire, e non morirà. Non vuole partecipare alla pantomima teurgica, non vuole istituire né restaurare nessun semidio mortale, per usare espressioni care sia a Hobbes che a Shakespeare.
Smontare la teurgia significa mettere da parte, ‘illuministicamente’, ma direi meglio ‘ereticamente’ (poi Adriano Prosperi dice, forzando, che gli eretici furono gli antesignani dell’Illuminismo) la figura deontica del dovere. Morire per cosa, morire per chi? Mi viene in mente un passaggio del filosofo tedesco Habermas a proposito dell’obbligazione politica. Ecco quel che scrive:

“[t]here is a remarkable dissonance between the rather archaic features of the “obligation potential” shared by comrades of fate who are willing to make sacrifices, on the one hand, and the normative self-understanding of the modern constitutional state as an uncoerced association of legal consociates, on the other. The examples of military duty, compulsory taxation, and education suggest a picture of the democratic state primarily as a duty-imposing authority demanding sacrifices from its dominated subjects. This picture fits poorly with an enlightenment culture whose normative core consists in the abolition of a publicly demanded sacrificium as an element of morality. The citizens of a democratic legal state understand themselves as the authors of the law, which compels them to obedience as its addressees. Unlike morality, positive law construes duties as something secondary; they arise only from the compatibility of the rights of each with the equal rights of all” (Habermas 2001: 101)

Ecco, quando vedo la foto degli attentatori di Bruxelles, due fratelli, due figli di donna che vanno a farsi saltare in aria, budella di fuori, ossa triturate, mi chiedo: per chi stanno morendo? Se poi allargo lo sguardo intercetto l”artificiere’, che però sarebbe in fuga. Lui no, non si è fatto saltare in aria. Ecco, smontare la teurgia politica significa dire “vacci tu!”. Vuoi farlo? Fallo tu. Vuoi uccidere persone provando un dolore indicibile? Non sarò il tuo montone, il mio corno non servirà per fondare la tua città.

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Habermas, Juenger. 2001. The Postnational Constellation. Cambridge (MA), MIT Press.

[Questo articolo è apparso anche sul numero del settimanale “Scenari” del 1º aprile 2016]

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Cazzullo, Panebianco e i neoconservatori

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Pare che a proposito dell’affaire Panebianco Aldo Cazzullo abbia scritto questa cosa sul Corriere di oggi, riportata da Sofia Ventura:
“Eppure, proprio mentre il Papa mette in guardia sulla «terza guerra mondiale», il nostro Paese inscena una fiction irenica. Preferisce fingere di continuare a credere alle magnifiche sorti e progressive del pacifismo; come se Monaco 1938 non avesse insegnato nulla. Di Churchill e di De Gaulle nell’Europa di oggi non c’è traccia, mentre vediamo bene dove sono i Chamberlain e i Daladier: dappertutto. Più che una guerra in senso tradizionale, quella che stiamo affrontando è un’epoca. Non sappiamo quando finirà, né come. Ma di una cosa siamo certi: coloro che intendono entrare nella nuova epoca con le orecchie tappate per non ascoltare gli avvertimenti sgraditi, non avranno mai gli strumenti per comprendere il tempo che ci è dato in sorte; e non saranno bravi studenti, né un domani bravi professori, né soprattutto cittadini utili agli altri.”.
Posto che il Papa, qui tirato per la tonaca, quando parla di terza guerra mondiale intenda proprio che dobbiamo andare a bombardare la Libia e non piuttosto che bombardare la Libia è il preludio di quella guerra cui esplicitamente il pontefice romano fa riferimento (e se qualcuno sa che Bergoglio ha consigliato di andare a bombardare la Libia lo prego di dirmelo), spiace dire che l’argomento di Cazzullo è acqua al mulino di chi ha parlato di neocon (non entro nel merito del ‘come’ se ne sia parlato). Volendo difendere Panebianco, infatti, dall’accusa di essere un ‘guerrafondaio neoconservatore’ (secondo l’accusa di coloro che lo hanno importunato mentre faceva lezione), la firma del Corriere tira il ballo il classico argomento dell’appeasement: Monaco. Che è proprio l’argomento dei neocons per giustificare ed autorizzare le guerre di aggressione degli ultimi anni, in particolare nei confronti di Milosevic o di Saddam Hussein, dipinti come novelli Hitler: “riferimenti agli anni trenta, a Monaco e all’appeasement ricorrono frequentemente negli scritti dei neoconservatori. […]; nella letteratura degli anni settanta, quando critiche di appeasement venivano rivolte verso la politica di distensione nei confronti dell’Unione Sovietica (Norman Podhoretz, descrivendo l’atteggiamento dei democratici nel confronti della ‘minaccia’ sovietica: “Le somiglianze con l’Inghilterra nel 1937 ci sono tutte, e questo revival della cultura dell’appeasement dovrebbe turbare il nostro sonno” [The Culture of Appeasement, “Harpers”, ottobre 1972]; nel corso degli anni novanta, quando Milosevic veniva descritto come il nuovo Hitler […]. Così, per esempio, difendendo la necessità di un attacco preventivo contro Saddam Hussein, Perle ha dichiarato: “Un attacco preventivo contro Hitler ai tempi di Monaco avrebbe comportato una guerra immediata, piuttosto che la guerra che scoppiò successivamente. Dopo è stato molto peggio”” [Jim Lobe, Adele Oliveri (a cura di), I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 24-25].
L’idea neoconservatrice per eccellenza era che l’Europa venisse da Venere e gli USA da Marte: mollemente compiaciuti dell’idea di una kantiana ‘pace perpetua’ o di una kelseniana ‘pace attraverso il diritto’, gli europei avrebbero irresponsabilmente portato il mondo sull’orlo del baratro non assumendosi le proprie responsabilità, ovvero non prendendo parte alle guerre USA che il momento unipolare (la momentanea impotenza russa e la crescente debolezza ONU) imponeva per dar seguito al ‘destino manifesto’ di Globocop, lo Stato-polizia globale.
Se si vuole difendere Panebianco nel merito (ripeto, non discuto qui del metodo), occorre forse essere un po’ più cauti nel tirare fuori certi argomenti che soffiano sul fuoco. Proprio come fossero venti di guerra.
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Ps: Per sapere però chi sono (chi erano?) i neoconservatori, mi permetto di rinviare a una mia breve voce descrittiva apparsa sulla rivista di filosofia del diritto internazionale Jura Gentium e che qui riproduco (ma aggiungo che, come ho scritto in un mio saggio apparso sui Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, i neoconservatori derivavano tra le altre cose anche da una ‘filiazione’ del pensiero di Leo Strauss e Alexandre Kojève mediati da Allan Bloom: “Quando gli trillava il cellulare nella tasca dei calzoni, si appartava per scambiare qualche parola con qualcuno a Hong Kong o nelle Hawaii. […] Quello che gli piaceva era che gli uomini che avevano frequentato i suoi corsi fossero eletti a cariche importanti: la vita reale confermava i suoi giudizi. Si allontanava col telefonino e poi ritornava tra noi per dirci: «Colin Powell e Baker hanno consigliato al presidente di non mandare le truppe fino a Baghdad. Bush lo annuncerà domani[…]» […] Sapevamo quasi tutti che la sua fonte principale era Philip Gorman [alias Paul Wolfowitz]. Il padre di Gorman, professore universitario, si era opposto fieramente ai seminari di Ravelstein ai quali suo figlio si era iscritto. Rispettabili insegnanti di teorie politiche avevano detto al vecchio Gorman che Ravelstein era un pazzoide, che seduceva e corrompeva gli studenti. «Il paterfamilias è stato messo in guardia contro lo scassafamilias» diceva Ravelstein. […] Il giovane Philip era uno dei ragazzi che Ravelstein aveva educato nell’arco di trent’anni. I suoi allievi erano diventati storici, insegnanti, giornalisti, esperti, impiegati statali, pensatori. Ravelstein aveva prodotto (indottrinato) tre o quattro generazioni di laureati” [S. Bellow, Ravelstein, New York, Viking, 2000; trad. it., Ravelstein, Milano, Mondadori 2000, pp. 71-72 (corsivi miei).]”)
F. Tedesco, Neoconservatori [Jura Gentium, 2005]:
“Gruppo di intellettuali, accademici, analisti politici statunitensi, i neoconservatori (neoconservatives) o neocon sono attualmente parte integrante della burocrazia della sicurezza nazionale Usa. Si tratta di un movimento a base piuttosto ristretta, un network di persone che lavorano insieme da un trentennio; esso è animato per la gran parte da ebrei americani e si pone alla testa di una coalizione che comprende la destra repubblicana nazionalista tradizionale (Dick Cheney e Donald Rumsfeld) e la destra cristiana (Gary Bauer e Ralph Reed). Dopo alcuni prodromi negli anni ’50, il neoconservatorismo, inteso come movimento attivo nell’ambito delle questioni di politica estera, si afferma verso la fine del decennio successivo. È proprio in quegli anni che, a seguito di alcune vicende di politica interna e internazionale (l’isolamento internazionale di Israele dopo la guerra del ’67; il Vietnam e la paura che gli Usa potessero abdicare al loro ruolo nelle relazioni internazionali; il disincanto degli ebrei americani riguardante le Nazioni Unite e il Terzo Mondo), alcuni sedicenti liberal – sentendosi “rapinati dalla realtà”, come ebbe ad affermare uno dei padri del movimento, l’ex trotzkista Irving Kristol – mutano prospettiva e si allontanano dall’ala liberal del Partito democratico (il prefisso ‘neo-‘ testimonia tale trascorso). Negli anni ’70, i neoconservatori costituiscono il Committee on the Present Danger [Cpd], facendo così rivivere una lobby anticomunista degli anni ’50. L’intento è quello di contrastare la politica di distensione con l’Urss sostenuta dal presidente Carter e di affermare invece un’idea unilateralista di mantenimento del potere attraverso la forza militare. Così, con l’appoggio della destra repubblicana e dell’industria militare, i neoconservatori si fanno sostenitori di una politica internazionale Usa espressa dal motto “Peace through Strength” [pace tramite la forza]. Quando Reagan – membro del Cpd – diventa presidente, nomina 33 membri del Cpd nei gangli vitali della sicurezza nazionale. È l’era del militarismo aggressivo degli Usa (roll-back strategy) e del Tina, “There Is No Alternative” al modello capitalistico e di libero mercato. Dagli anni ’90 in poi si afferma definitivamente la linea strategica dei neoconservatori: con il Defence Planning Guidance, Paul Wolfowitz e Lewis Libby delineano la politica estera statunitense dalla Guerra del Golfo a oggi. È impressionante apprendere, alla luce dei fatti dell’undici settembre, che una delle associazioni dei neoconservatori, il Project for the New American Century [PNAC], abbia sostenuto all’inizio degli anni ’90 che per fare accettare le linee del neoconservatorismo all’establishment di politica estera sarebbe stato necessario un evento straordinario e catastrofico, una nuova Pearl Harbor. Il catalogo delle idee dei neocon è questo: unilateralismo interventista degli Stati Uniti (definito anche internazionalismo conservatore); ridimensionamento del ruolo delle Nazioni Unite; idea della missione redentrice degli Usa; assolutismo morale e idea della preminenza dei valori ‘americani’ in un’ottica di scontro delle civiltà; stretto legame tra le sorti di Israele – considerato l’avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente – e la politica estera statunitense; in relazione all’istituzione della Corte Penale Internazionale, nozione della indiscutibilità della sovranità statunitense in tutte le sue espressioni; disprezzo nei confronti dell’Europa (in sostanza, il loro discorso è: gli europei parlano di difesa dei diritti, ma quando si tratta di intervenire e di sporcarsi le mani, si muovono solo gli Usa); politica ‘ostile’ nei confronti di Paesi antagonisti (la Cina in primis). Thomas Friedman – rispondendo ad un intervistatore – ha detto di recente dei neoconservatori “potrei darle il nome di venticinque persone (che in questo momento lavorano tutte in un raggio di cinque isolati da questo ufficio) che, se un anno e mezzo fa fossero state esiliate su un’isola deserta, la guerra in Iraq non sarebbe mai avvenuta”.”

Umberto Eco e gli intelligenti

umberto_eco2Tutti noi abbiamo amato Eco. I suoi libri, la sua faccia, la sua voce e pure la sua erre. Allora perché leggere articoli su Eco ora che è morto produce un insopprimibile senso di sconforto? Che nessuno sia in grado di richiamarne e riprodurne l’originalità, la profondità, l’acume filosofico? Che nessuno sia, come è facile, alla sua altezza? Dice Maurizio Ferraris su Repubblica che “A New York, nel 2011, parlando con Putnam del carattere vincolante della realtà, [Eco] diceva che la cosa veramente inemendabile, quello che nessuna vita potrà mai correggere, è la morte.”. Ecco, queste cose, di sconvolgente banalità, rientrano solo nell’aneddotica o sono il segno della straordinarietà di un’erudizione in fondo vuota come è vuoto il gioco? Forse che Eco non era a sua volta postmoderno in questa sua vita ‘pastiche’, tra Kant e la regina Loana?
Ricordo che in una conversazione con Stuart Hall sul ruolo dell’intellettuale, Eco aveva detto che mentre negli anni ’60 gli intellettuali erano, si percepivano, come dei Berretti verdi, adesso era arrivato il tempo di stare appesi ai rami degli alberi, proprio come il Barone rampante, perché del resto la rivoluzione si può fare anche stando appesi ai rami, guardando dall’alto. Inutile menzionare il disaccordo di Hall. Ora si può solo, era l’espressione di Eco, “meditare su queste altalenanti dialettiche”.
Ecco, ciò che non ho letto finora è la simmetria tra Eco e Calvino. Entrambi dediti al rimescolamento della realtà, Eco più pop, Calvino più raffinato, ancora una generazione precedente.
Niente di male, per carità, e poi non si sta difendendo l’idea di intellettuale ‘impegnato’ o ‘ideologico’. Niente di male nemmeno nel divertimento e nel riso. Non c’è un riso ‘migliore’ perché ‘impegnato’. Però il postmoderno (che Eco cerca di affrontare a proposito di un suo romanzo nelle Postille al Nome della rosa uscite prima su Alfabeta e poi in appendice alle nuove edizioni del volume) è la passione dell’esattezza come cifra di stile, non della efficacia dello scritto, che invece si consuma nella sua fruizione. Non conosco l’Eco semiologo, ma egli ha disseminato talmente tante cose che un’idea possiamo farcela. Se il pensiero è pop, come la letteratura, in fondo ciò che rimane è consumare entrambi. Comprarli.
Mi viene in mente il libro di Vincenzo Guerrazzi Gli intelligenti. Guerrazzi aveva mandato a una serie di intellettuali un dissacrante questionario. Ecco, Guerrazzi, Iler Russo, provocavano, scherzavano, ma scherzavano pesante, sovvertivano con il riso dissacrante. Enzo Biagi rispose sul Corriere della Sera piuttosto piccato. Ma la sequela di lettere non risposte è impressionante. Rispose Norberto Bobbio, seccato. Rispose Paolo Volponi, estesamente. Rispose Giorgio Bocca (“domande becere”, le definì; e parlò di “coglionerie”); risponde con delicatezza Ferdinando Camon. Non risponde Umberto Eco. O meglio, prima risponde dicendo di voler organizzare un confronto con gli studenti, poi manda un’altra lettera firmata dalla segretaria in cui comunica di essere partito per gli Stati Uniti. E Guerrazzi gli fa un’intervista immaginaria. Ecco, il sarcasmo violento di Guerrazzi non faceva ridere.

Togliete la cittadinanza italiana ai cervelli in fuga!

Qualche tempo fa due studiosi italiani da anni residenti negli Stati Uniti, Antonio Iavarone e Anna Lasorella, hanno fatto una sensazionale scoperta: hanno “individuato il meccanismo che favorisce il mantenimento delle cellule staminali neoplastiche del glioblastoma, il più aggressivo e letale dei tumori cerebrali” (Rainews). La stampa italiana si è subito buttata sulla notizia, rivendicando all’Italia il grande risultato: “Tumore al cervello: scoperta made in sud” (Affaritaliani); “Pubblicato su «Nature» lo studio di Antonio Iavarone (beneventano) e Anna Lasorella (barese)” (Corriere del Mezzogiorno); “Italiani scoprono una causa  geneticadel tumore al cervello” (La Stampa). Potrei continuare. Quel che salta all’occhio è l”appropriazione’ orgogliosa della scoperta, fatta da ‘italiani’ (‘beneventani’, ‘baresi’, ‘meridionali’). Certo gli articoli sono conditi della solita retorica a proposito del fatto che i due ricercatori sono da anni emigrati all’estero. Ma il fenomeno ciclicamente si ripete. E’ successo ancora poche ore fa a proposito della ricerca che ha portato alla scoperta delle onde gravitazioniali, mentre (come si evince dalle parole del cofondatore di Virgo) le cose non sono andate esattamente così. Ma a chi giova l’esaltazione dell”italianità’ di queste scoperte, pur accompagnata dal disclaimer che si tratterebbe di cervelli in fuga? Risponde il ministro dell’università Giannini, la quale rivendica il terzo posto (con 30 borse concesse) nella classifica dell’ERC. Le ha risposto per le rime Roberta D’Alessandro: “Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai”. Insomma, ricercatori italiani si spostano all’estero, le loro ricerche vengono finanziate all’estero, gli studiosi in questione fanno sacrifici enormi per continuare a studiare, spesso rifiutati dal loro paese proprio in ragione di una ottusa cooptazione accademica che gli preferisce i soliti docili portatori di acqua con le orecchie. E la stampa, la politica, l’opinione pubblica che fanno? Si vantano dell’italianità delle scoperte? Oltre al danno, la beffa!

Per l’amor del cielo, togliete a quei cervelli in fuga la cittadinanza italiana! Togliete alla politica la pelosa e ipocrita occasione di vantarsi offendendo due volte queste persone, che certo spesso si sono formate in Italia, ma questo basta? No. Perché se l’Italia avesse tenuto all’italianità della ricerca, avrebbe da tempo pensato a come ‘aprire’ il reclutamento, a come trovare i soldi per finanziare questi studiosi, a come razionalizzare la spesa per consentire ai laboratori di funzionare. Come non pensare che verranno sperperati 300 milioni di euro per scorporare il referendum sulle trivelle dalle elezioni amministrative con il solo scopo di far fallire il primo, offendendo così anche la democrazia? 300 milioni di euro sono una montagna di soldi per la ricerca italiana così umiliata e vilipesa.

Toglietegli la cittadinanza! Che non si dica più ‘ricercatori italiani’ ma ‘scoperta olandese’, ‘statunitense’, ‘tedesca’, ‘britannica’, ‘francese’, e così via!

A cosa servono le onde gravitazionali

WCCOR_0H5HGDUR-0006-kOsB-U431508045752441bG-593x443@Corriere-Web-Sezioni“In the absence of alcohol, your living room doesn’t appear to shrink and grow repeatedly. But, in fact, it does.”.
 
La più convincente spiegazione delle onde gravitazionali che mi è capitato di leggere è questa (non la battuta, brillante, ma tutto l’articolo del New York Times).
Ho letto altri articoli, ho ascoltato l’autore di successo di un libretto di fisica spiegata agli ignoranti (come me), ma non ho capito niente. Ovvero, ho capito il fenomeno, ho capito di che si trattava, ho capito quale fosse l’origine della tesi verificata sperimentalmente ieri. Ma nessuno mi aveva detto con chiarezza a cosa servisse questa scoperta. Ecco: a niente. O meglio: ciò che imbarazza il mondo scientifico, scioccamente e ingiustamente, è il fatto che questa ricerca e questa scoperta (o meglio questa prova), per quanto ne capisco, è ciò che in ambiente accademico si chiamerebbe puramente ‘curiosity driven’. Una ricerca che non ha applicazioni pratiche immediate, su cui però sono stati spesi un sacco di soldi, e per giunta per verificare un’ipotesi formulata da Einstein cent’anni fa. Ecco cos’è la ricerca. Questa ricerca spiega non solo da dove, con ogni probabilità, veniamo (o meglio, come veniamo dal posto da cui veniamo); essa spiega che cos’è l’uomo, questo animale simbolico alla ricerca del proprio posto nel mondo. Anzi nel cosmo. Ed è per questo che non bisogna vergognarsi di dire che questa ricerca non serve a niente, se non a dire che l’uomo è una bestia curiosa. [*]
[*] Fisici che leggete, se le cose non stanno così, lasciatemi nell’illusione poetica…

Kafka il dio delle talpe (su R. Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi)

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Franz Kafka (R. Crumb)

“Bisogna sdraiarsi per terra fra gli animali per essere salvati”. Così Elias Canetti traduceva in un lampo di antropologia filosofica l’interpretazione di un sogno che Franz Kafka diede per Felice, nel quale le spiegava che se non si fosse sdraiata non sarebbe sopravvissuta all’‘angoscia della posizione eretta’, così la chiama Kafka. Sdraiarsi per terra in mezzo agli animali significa non solo ‘scendere’ dal livello umano a quello bestiale, ma non rappresentare più un bersaglio facilmente individuabile. La posizione eretta è la posizione del potere, ma è anche (o forse proprio per questo) la posizione della vulnerabilità. Kafka usava, nella sua relazione con il potere, questo escamotage: farsi piccolo piccolo, immedesimarsi con gli esseri più minuscoli, oppure fare della propria magrezza lo stigma della sua resistenza, o sarebbe meglio dire ostinatezza.

In una lettera a Max Brod del 1904, Kafka ventunenne descrive l’incontro tra lui e il suo cane, e una talpa. Il cane, incuriosito dalla talpa, le saltava addosso. La talpa terrorizzata emetteva un sibilo, uno ‘cs, css’. Secondo Canetti, che riporta l’episodio in un breve testo tratto dall’Altro processo e di recente ripubblicato in Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione (Adelphi, Milano 2013), a un certo punto Kafka si immedesimerebbe nella talpa, rispondendo a quel suo modo di metamorfarsi in ciò che è piccolo: “Cs, css, grida la talpa, e in virtù del suo grido lui, che sta a guardare, si trasforma in talpa, e senza dover temere il cane, che è suo schiavo, sente che cosa vuol dire essere talpa” (p. 43).

È singolare che Canetti argomenti così, dato che poco prima aveva scritto che di questa situazione Kafka era il dominus, anzi che ne era il Dio, e poi nel passo citato afferma non solo che il cane è suo schiavo, ma che egli non deve temerlo.

Ma se egli era il dio nell’incontro con la talpa, se egli non doveva temere il cane, come avrebbe fatto a immedesimarsi nella talpa?

Il librettino che contiene il testo di Canetti è in qualche modo dedicato al continente sommerso del dolore animale, e si apre con un’altra lettera: quella che Rosa Luxemburg, poco tempo prima di morire, scrisse a Sonja Liebknecht, moglie dello spartachista Karl (anch’egli assassinato con Luxemburg). Spedita da Breslavia, la lettera (datata 1917 e scritta nella cattività del carcere) narra di un soldato tedesco scorto a percuotere violentemente uno dei bufali rumeni da tiro che l’esercito aveva requisito colà e che dunque erano un ‘bottino di guerra’. Il carro stracolmo si era impigliato in un arco troppo basso, ma il soldato a forza di bastonate con il manico della frusta costrinse i bufali a passare. Tuttavia uno di loro sanguinava. Luxemburg lo guardava starsene lì, “e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta” (p. 20). Luxemburg scrive a Sonja che quel bufalo era il suo “povero, amato fratello” (p. 21), e che entrambi “ce ne stiamo qui […] così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia” (ibid.).

Questa lettera, che fu pubblicata da Karl Kraus nella Fackel e da lui fatta oggetto di letture pubbliche in varie città, è accompagnata da alcuni altri testi di argomento simile, tra cui, oltre al già citato Canetti e a un racconto di Kafka (Una vecchia pagina) in cui l’autore racconta di soldati-nomadi che dal Nord calano davanti al palazzo dell’imperatore e uccidono mangiando a morsi un bufalo vivo, un testo di Joseph Roth sul mattatoio di Vienna, in cui l’uomo è descritto come il ‘Signore macellante della Creazione’.

Qual è il senso di questi testi, se non di interrogarsi sull’estensione della nostra empatia (dal ‘fratello bufalo’ di Luxemburg alle braccia al collo del cavallo durante il soggiorno torinese di Nietzsche)? Eppure, al di là del testo di Roth, che attraverso la fredda elencazione di dati e numeri inchioda il meccanicismo cartesiano, ciò che si legge in filigrana è la sofferenza umana. Il bufalo di Kafka così come quello di Luxemburg sono significativi in quanto il loro sguardo è umano e il loro dolore è un dolore umanizzabile. De te fabula narratur, uomo. Ed è significativo che il personaggio di Kafka, per non sentire le strazianti urla di dolore del bufalo mangiato vivo dai barbari, si nasconda: “Per un’ora rimasi disteso sul pavimento di un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva” (p. 37). Il calzolaio di Kafka uscirà allo scoperto solo quando il silenzio regnerà da tempo.

Si potrebbe dire che egli si cali il berretto sulle orecchie proprio come Rousseau diceva facesse chi era aduso a preoccuparsi troppo di estendere (geograficamente; moralmente) la propria sensibilità ed empatia. Troppa per gli umani; meglio non sentire le urla delle bestie.

Del resto si narra che un Papa, nel visitare un mattatoio, avesse consigliato ai lavoratori di quel luogo di non far caso alle urla degli animali, ma di considerarle alla stregua dello stridore delle macchine.

[Questo testo è originariamente apparso sul blog de L’indice dei libri del mese]

 

Voltarelli canta Profazio

profazio-voltarelli-200x200“Senza l’accordo minore non esisterebbe la Calabria”, dice dal palco. Poi riattacca a cantare le canzoni del ‘maestro’ Otello Profazio, calabrese di Rende, trasferitosi a vivere a Reggio Calabria da una vita, frequentatore del Folkstudio di via Garibaldi a Roma, posto da cui sono passati Rino Gaetano e Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Ivan Della Mea, Giovanna Marini e il Duo di Piadena. Peppe Voltarelli è sul palco del Teatro dei Leggieri di San Gimignano. Porta in giro, qui in anteprima, il suo spettacolo di teatro-canzone dedicato al cantastorie calabrese. Parrebbe un ritorno a casa, ed è invece una partenza: Voltarelli sembra voler dimostrare — con coraggio e autorevolezza — che la sua musica può camminare da sola, e che non deve necessariamente iscriversi auto-etnograficamente, per aver diritto di parola, al filone della musica ‘popolare’ o ‘tradizionale’ per avere cittadinanza. Avevo scritto altrove che “Il gioco di specchi dell’autoetnografia, anche quando esso si esprime attraverso l’arte e la musica, si muove sempre sul filo del rasoio, diviso tra il tentativo astuto di emancipazione e il rischio di riproduzione del cliché che si intenderebbe combattere. Il problema è che la musica meridionale (ma esiste, come genere?) è stata spesso costretta a rappresentarsi nella veste di musica dell’emigrazione, della subalternità, in una sorta di auto-orientalizzazione che riproduca lo stereotipo, quasi a significare che per questi musicisti si ha ‘cittadinanza musicale’ solo se essi si auto-ascrivono alla ‘casella’ di una certa musica ‘etno-folk-popolare’: da qui il fiorire di tutta una serie di gruppi e artisti che si richiamano alle ‘tradizioni’, alla storia del Sud, in chiave ironica o seria che sia. Come se i musicisti provenienti dal Sud potessero, per essere tali (cioè per essere musicisti), solamente suonare pizziche e tarante, e non – per dire – punk o rock o rap.”. Ecco, Voltarelli proprio mentre canta Profazio dimostra la propria maturità artistica (ma basta ascoltare l’ultimo disco Lamentarsi come ipotesi, i suoni manouche mischiati con i ritmi meridionali, per capirlo): la libertà di suonare un autore così caratterizzato sul piano culturale e regionale proprio mentre (e proprio perché) si afferma la propria autonomia. Autonomia che ovviamente non è ‘distacco’ o ‘cancellazione’: l’identità e la storia non si cancellano. In un dialogo tra Stuart Hall e James Clifford su cosa sia davvero l’identità, la discussione a un certo punto cade sulla famiglia Moe, musicisti hawaiiani che hanno girato il mondo e che dopo cinquantasei anni tornano a casa. Clifford, teorico postmoderno dell’antropologia, risponde a questa domanda di Hall sul nucleo profondo delle culture diasporiche: “Lei chiede: che cosa rimane immutato quando si viaggia? Un mucchio di cose”, ma poi a questa risposta imbarazzata aggiunge “a mio giudizio ciò che in una cultura ‘risiede’ può essere analizzato solamente in uno specifico rapporto storico con ciò che in essa ‘viaggia’, e viceversa”. Insomma, le culture e le identità sono roots e routes, come ci insegna Clifford giocando sull’omofonia. Voltarelli sembra essersi messo esattamente ‘sulla strada’.

Checco e Matteo: Zalone e i due corpi (comici) del Re

Checco-Zalone.jpgE’ già partita la campagna di arruolamento di Checco Zalone come intellettuale organico del renzismo. Dopo i successi dei primi giorni di proiezione del suo film Quo vado, il comico ha incassato gli elogi del ministro Franceschini, dell’Huffington Post, dei liberisti, dell’intellighenzia più raffinata, e dio solo sa di chi altri. Non poteva mancare l’Unità, che ha schierato per l’occasione l’artiglieria pesante dei filosofi della Popsophia, questa stravagante corrente di mattacchioni che intrattiene con la filosofia un rapporto abbastanza episodico, cercando di scavare dentro le battute di qualche film o di qualche serie televisiva il segreto dell’esistenza.

Il 30 dicembre, persino prima dell’uscita ufficiale del film, dalle colonne rondoliniane è stata Lucrezia Ercoli a cercare di iscrivere il buon Checco nel Pantheon dei numi tutelari del presidente del consiglio. Echi bachtiniani nelle parole di Ercoli: “il film comico delle vacanze non è dunque un semplice passatempo, ma una vera e propria ritualità festiva in cui si invertono l’alto e il basso, lo spirituale e il materiale, la testa e il ventre.”. Zalone come Rabelais, Quo vado come il basso corporeo del grottesco di cui parla il teorico russo nel suo magistrale saggio sullOpera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale.

Inutile dire che il rapporto episodico della popsofia con il pensiero filosofico impedisce di cogliere il fatto che il popolare, nella testa e negli scritti di chi se ne è occupato, è una cosa serissima: penso proprio al monumentale lavoro di Bachtin, ma anche a Carlo Ginzburg o a Michel Foucault, per arrivare a Stephen Greenblatt e al suo New Historicism. Non qualche motto di spirito messo insieme alla bell’e meglio, ma indagini assai complesse sul rapporto osmotico e/o dialettico e finanche contestativo tra cultura ‘ufficiale’ e cultura subalterna.

Ma sull’Unità parte subito la traslatio Checchii, e il comico pugliese diventa l’altro corpo del Re: “la comicità di Checco Zalone non è satira politica, non è facilmente apparentabile a uno schieramento partitico o ideologico”; anzi “rifugge l’engagement e pratica il disimpegno”. Quella malapartiana rivincita dell’Italia barbara di cui parla Ercoli si attaglia tanto a Checco quanto a Matteo, e in fondo, liquidato il birignao di Baricco, sostituisce i barbari dello scrittore holdeniano con i barbari di Luca Medici, molto più nazional-popolari. Zalone in fondo è, continua Ercoli, “la rivincita della sottocultura paesana sulla dotta erudizione radical chic” nonché “la rivincita delle virtù veraci e genuine sulle verniciature morali”. Insomma, secondo L’Unità Checco è la maschera di Matteo, ne condivide la natura post-ideologica, la genuinità strapaesana, il provincialismo da genius loci (e come non ricordare che una delle celebrazioni del renzismo ante litteram fu la manifestazione Genio fiorentino organizzata dal Matteo presidente della provincia?). Inoltre Checco, proprio come Matteo, sbeffeggia gli intellettuali radical chic (come se fosse scontato che chi cita il sintagma abbia letto lo splendido saggetto eponimo di Tom Wolfe), incarnati — udite udite — dal quel professorone di Massimo Gramellini, sapientemente meleggiato dal nostro nel tempio dei buoni sentimenti che è Che tempo che fa?. Chissà che un giorno non se ne esca anche con una parodia di Rodotà-tà-tà-tà o di quel parruccone di Zagrebelsky: sarebbe perfetto, una cosa che neanche nei migliori sogni di Rondolino.

Kant nell’harem: Fatema Mernissi

mernissi.jpgFatema Mernissi era di una grande, esotica, ostentata bellezza orientale. Il suo naso aquilino e gli occhi sempre bistrati, i suoi abiti di foggia tradizionale e allo stesso tempo cosmopolita,  ne facevano un simbolo orgoglioso dell’inversione dello stigma orientalizzante con cui gli occidentali guardano la donna ‘esotica’. Infatti, sebbene Mernissi potesse a prima vista incarnare esteticamente lo stereotipo della donna orientale, il suo lavoro era tutto teso a sovvertire questo schema, a ribaltare il cliché della donna bella e orientale, dunque sottomessa e muta. La sua figura sembrava un’affermazione di conciliabilità, al di là di ogni stereotipo, tra impegno, intelligenza, coraggio, apertura, e tradizione. Ma una tradizione rivisitata, consapevole delle proprie ibridazioni. Si può essere orientali, belle e intelligenti, dunque. Proprio a questi temi è dedicato quello che da molti viene considerato il suo capolavoro, Scheherazade goes West, or: The European Harem, pubblicato nel 200o e meritoriamente tradotto da Giunti col titolo L’harem e l’OccidenteMernissi ha sostenuto in quel libro tesi interessanti e provocatorie, che hanno avuto eco anche nel dibattito italiano, e che hanno fatto storcere il naso a più di una femminista. La tesi di fondo è che gli occidentali dovrebbero guardare a casa loro, ovvero dovrebbero smetterla di pensare che l’oppressione (della donna) sia sempre affare di ‘altri’ e che l’Occidente sia il luogo dei diritti incarnati e dell’emancipazione. In particolare, Mernissi racconta la propria esperienza di cliente di un grande magazzino americano: voleva comprarsi una gonna di cotone, ma il commesso le disse che aveva fianchi troppo larghi per una taglia 42: “Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare come l’immagine della bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna, e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una polizia statale in regimi estremisti. […] Mi resi conto per la prima volta che la taglia 42 è forse una restrizione ancora più violenta del velo musulmano” (F. Mernissi, L’harem e l’Occidente, Giunti, Firenze 2006, pp. 163 e 166). Questa tesi è arrivata in Occidente come uno schiaffo potente, poiché Mernissi stava sostenendo, proprio negli anni in cui la società occidentale si interrogava sulla libertà delle donne musulmane (e le bombe degli anni successivi sarebbero state benedette dallo scopo di togliere il burqa alle donne afghane), che il medico deve prima curare se stesso. Se la prendeva non solo con gli stilisti, ma con la filosofia che aveva prodotto una struttura maschilista della società e della cultura: “Di fatto, il moderno occidentale dà forza alle teorie di Immanuel Kant del XIX secolo. Le donne devono apparire belle, ovvero infantili e senza cervello” (ivi, p. 167). Ingres con Kant, insomma. Lo stesso valeva per il ‘tempo’, ovvero per la vecchiaia, usato in Occidente così come gli Ayatollah usano lo spazio in Iran: per conculcare la libertà delle donne.
La decostruzione dell’immaginario occidentale sulla donna orientale era l’obiettivo di quel libro, assieme alla messa in crisi delle pretese acritiche di un etnocentrismo occidentale tutto teso ad affermare la propria superiorità morale. Mernissi ci stava dicendo che le donne occidentali non sono così libere come gli uomini occidentali tendono ad affermare, poiché esse sono vittime di un’altra forma di violenza, che – sosteneva Mernissi – non è meno oppressiva e grave del velo. E ci invitava a riconsiderare l’illibertà delle donne orientali, ricostruendo un harem del tutto diverso da come la letteratura e le arti europee ce lo hanno consegnato. Shahrazad non era più la vittima del potere maschile, ma un’astuta oppositrice che scavava il terreno sotto i piedi al dominio maschile. Mernissi proponeva dunque delle forme di essenzialismo strategico o di sly civility, ovvero un metodo non frontale di lotta che potesse, dal di dentro, minare i pilastri del maschilismo.

Quanto queste strategie fossero e siano utili, non lo sappiamo. Sappiamo che esistono e che vengono praticate (si pensi all’inversione dello stigma di cui sono stati oggetti prima la gonna per le femministe europee e poi il velo per le musulmane francesi), e sappiamo che rischiano di perpetuare il significato simbolico dell’oppressione. Ma al di là di questo, Fatema Mernissi stava mettendo con acume e coraggio l’Occidente davanti a uno specchio che lo facesse risvegliare dalla propria dissonanza cognitiva.

La sua ricerca non si è fermata. Leggo che era una donna estremamente curiosa, e che quando El Pais le chiese, di fronte al suo interesse per Internet, se non pensava che fosse però anche uno strumento di comunicazione tra terroristi, rispose con parole che sono un trattato per affrontare il presente: “¡Pero si muchos de los terroristas provienen de Europa misma! Para mí, la cuestión es averiguar cuál es la semilla y la tierra, el caldo de cultivo que lo produce. Necesita nacer y crecer como las plantas. Lo resolveremos si sabemos por qué sucede, no con tópicos como que todos los terroristas son musulmanes”.

[Questo articolo è apparso anche sul numero del 4 dicembre di Scenari]