Categoria: Genere

Il nome della madre

gipi_2sangiuseppePartiamo da un presupposto: che sono favorevole al matrimonio egualitario. Ho qualche dubbio sulla questione della stepchild adoption così come configurata, pare, dalla Cirinnà, ma per motivi giuridici – e non perché io sia contrario – che brevemente illustro: mettiamo che passi quest’ultima misura, due genitori omosessuali ricorrono alla maternità surrogata (seme di uno dei due, utero ‘in affitto’ in Canada), tornati in Italia fanno sì che il figlio secondo la Cirinnà venga adottato dall’altro membro della coppia. Siccome si discute se vietare (o addirittura trasformare in reato) l’utero in affitto, in questo modo il divieto sarebbe aggirato. Non c’è modo in realtà di aggirare questo impasse, poiché il figlio riuscirebbe in ogni caso a venire adottato dalla coppia, per esempio per riconoscimento giurisdizionale. Anzi, vietando la maternità surrogata in Italia, essa diventerebbe privilegio per i ricchi in grado di pagare una donna canadese. Insomma, l’unico modo per non fare pasticci sarebbe quello di affermare per via legislativa la maternità surrogata anche in Italia, ponendola sotto rigidi controlli per evitare lo shopping degli uteri. E fornendo servizi e assistenza al fine di evitare che il tutto si trasformi nell’ennesimo privilegio per ricchi. In questo modo, forse un tantino ‘forzato’ dalle circostanze (e dalla tecnica), si risolverebbero molti problemi e si arriverebbe a un risultato (l’adozione del ‘figliastro’) a cui si arriverà comunque. A meno che non si voglia affermare che il figlio di coppia etero o gay che lo procrei tramite maternità surrogata non rimanga esclusivamente figlio di uno dei genitori, ovvero del componente della coppia che gli abbia trasmesso il proprio patrimonio biologico.

Fin qui le considerazioni ‘giuridiche’. Tuttavia, ciò che sul piano etico e politico è importante rilevare è che in questo processo di surrogazione, la madre rischi di scomparire come soggetto. Partiamo da un disegno di Gipi di un annetto fa, in cui si vedono due San Giuseppe tenere in braccio un bimbo. Quel disegno, come le tante foto di coppie omosessuali con figli che circolano in questi giorni (oh, poi bisognerà pure smontare la retorica della famiglia ‘tradizionale’ come semenzaio di ogni corruttela morale e la famiglia ‘arcobaleno’ come luogo dell’amore puro: la famiglia è sempre oppressiva, e la sua regolazione corrisponde per lo più a ragioni che con l’amore non hanno davvero nulla a che fare), sembra rispondere alla celebre battuta dei Monty Python in Brian di Nazareth: a ‘Loretta’ (un uomo che vuole diventare donna) che vuole avere dei bambini viene obiettato “E dove vuoi tenerlo, in un barattolo?!”, configurando questa scelta non come la lotta di Loretta contro l’oppressione, ma contro la realtà. Ora, la realtà viene modificata attraverso il diritto. Nel Seicento si diceva che la legge potesse tutto, tranne trasformare l’uomo in donna e far mangiare l’erba a un tavolo. La legge sul transessualismo ha intaccato quella prima certezza, trasformando l’uomo in donna e viceversa. Perché Loretta abbia figli, oggi, non c’è più bisogno di fantasticare il barattolo: c’è la madre surrogata. Tuttavia nel disegno di Gipi sembra in effetti che quel bambino sia venuto fuori da un barattolo, poiché nella foto di quella madre comunque necessaria per portare avanti la gestazione non c’è traccia.

Il punto non è dunque essere contrari alla maternità surrogata, il punto è essere contrari alla scomparsa, anche solo iconica, dei soggetti. Tanto più se quei soggetti sono ‘deboli’, come potrebbero (ma non necessariamente sono, e la legge, come scrivevo sopra, deve intervenire affinché ciò non accada) esserlo le madri che portano in grembo i figli di altri. Allora, si dirà, la madre dovrebbe stare come ‘quarto incomodo’ nelle foto di famiglia? No, non dico questo: dico che quella scomparsa, la scomparsa della madre, forse ci dice qualcosa. Si potrebbe ancora dire: anche il donatore del seme in una coppia di donne scompare. Ma portare un bambino in grembo per nove mesi e donare il seme non sono esattamente la stessa cosa. Ci dice che forse in tutta questa faccenda rischia di (s)comparire un soggetto potenzialmente debole, e che questa cosa deve interrogarci e deve orientarci affinché ciò non accada.

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Matrimonio egualitario e gerarchia dei diritti?

matrimonio egualitarioI diritti non funzionano come un gioco a somma zero, dunque aprire a nuovi ‘riconoscimenti’ (poi su questa parola ‘costituente’ ci si dovrà intendere: i diritti il legislatore li crea, non li riconosce) non sottrae necessariamente qualcosa ai diritti di più lungo ‘corso’. Tuttavia è difficile non notare il conformismo dei diritti civili, che in fondo brandisce un claim poco ‘costoso’, laddove il massacro del lavoro, ma anche della stessa uguaglianza, non ha prodotto analoga mobilitazione sociale e politica. Ho scritto in un libro del 2009 che non esiste alcuna gerarchia dei diritti, e che essi — se li intendiamo nella classica tripartizione marshalliana tra civili politici ed economici sociali e culturali — stanno o cadono a seconda che stiano insieme o vengano presi separatamente. Ed è proprio questa loro natura embricata che fa sì che i diritti civili senza i diritti culturali — l’habeas mentem — o economici o sociali siano strumenti per chi se li può permettere. Non è un esercizio di ‘benaltrismo’. Certo, se il legislatore afferma un diritto senza occuparsi di ciò che lo rende effettivo,  ben venga! Ci rimaniamo un po’ male (ma restiamo in fiduciosa attesa), sperando che prima o poi arrivi anche quell’apparato di diritti concorrenti che permettono il godimento effettivo del diritto riconosciuto. Consentire alle persone di sposarsi richiede che esse siano in grado di avere lavori dignitosi e di avere un’abitazione in cui vivere. L’amore non c’entra niente. Così, parlare di maternità surrogata tout court senza lo sguardo rivolto ai corrispondenti diritti economici, sociali e culturali, rischia — al di là dei convincimenti personali circa l’opportunità di una tale pratica per i diritti del nascituro e del bambino — non solo di avallare comportamenti criminali e vendita del corpo per bisogno o per insufficienza di strumenti culturali, cosa contro cui tutti vogliono adoperarsi e che la politica e il legislatore sembrano voler prendere molto sul serio, ma rischia di diventare uno strumento in mano a chi se lo può permettere, e di questo nessuno parla.

Kant nell’harem: Fatema Mernissi

mernissi.jpgFatema Mernissi era di una grande, esotica, ostentata bellezza orientale. Il suo naso aquilino e gli occhi sempre bistrati, i suoi abiti di foggia tradizionale e allo stesso tempo cosmopolita,  ne facevano un simbolo orgoglioso dell’inversione dello stigma orientalizzante con cui gli occidentali guardano la donna ‘esotica’. Infatti, sebbene Mernissi potesse a prima vista incarnare esteticamente lo stereotipo della donna orientale, il suo lavoro era tutto teso a sovvertire questo schema, a ribaltare il cliché della donna bella e orientale, dunque sottomessa e muta. La sua figura sembrava un’affermazione di conciliabilità, al di là di ogni stereotipo, tra impegno, intelligenza, coraggio, apertura, e tradizione. Ma una tradizione rivisitata, consapevole delle proprie ibridazioni. Si può essere orientali, belle e intelligenti, dunque. Proprio a questi temi è dedicato quello che da molti viene considerato il suo capolavoro, Scheherazade goes West, or: The European Harem, pubblicato nel 200o e meritoriamente tradotto da Giunti col titolo L’harem e l’OccidenteMernissi ha sostenuto in quel libro tesi interessanti e provocatorie, che hanno avuto eco anche nel dibattito italiano, e che hanno fatto storcere il naso a più di una femminista. La tesi di fondo è che gli occidentali dovrebbero guardare a casa loro, ovvero dovrebbero smetterla di pensare che l’oppressione (della donna) sia sempre affare di ‘altri’ e che l’Occidente sia il luogo dei diritti incarnati e dell’emancipazione. In particolare, Mernissi racconta la propria esperienza di cliente di un grande magazzino americano: voleva comprarsi una gonna di cotone, ma il commesso le disse che aveva fianchi troppo larghi per una taglia 42: “Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare come l’immagine della bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna, e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una polizia statale in regimi estremisti. […] Mi resi conto per la prima volta che la taglia 42 è forse una restrizione ancora più violenta del velo musulmano” (F. Mernissi, L’harem e l’Occidente, Giunti, Firenze 2006, pp. 163 e 166). Questa tesi è arrivata in Occidente come uno schiaffo potente, poiché Mernissi stava sostenendo, proprio negli anni in cui la società occidentale si interrogava sulla libertà delle donne musulmane (e le bombe degli anni successivi sarebbero state benedette dallo scopo di togliere il burqa alle donne afghane), che il medico deve prima curare se stesso. Se la prendeva non solo con gli stilisti, ma con la filosofia che aveva prodotto una struttura maschilista della società e della cultura: “Di fatto, il moderno occidentale dà forza alle teorie di Immanuel Kant del XIX secolo. Le donne devono apparire belle, ovvero infantili e senza cervello” (ivi, p. 167). Ingres con Kant, insomma. Lo stesso valeva per il ‘tempo’, ovvero per la vecchiaia, usato in Occidente così come gli Ayatollah usano lo spazio in Iran: per conculcare la libertà delle donne.
La decostruzione dell’immaginario occidentale sulla donna orientale era l’obiettivo di quel libro, assieme alla messa in crisi delle pretese acritiche di un etnocentrismo occidentale tutto teso ad affermare la propria superiorità morale. Mernissi ci stava dicendo che le donne occidentali non sono così libere come gli uomini occidentali tendono ad affermare, poiché esse sono vittime di un’altra forma di violenza, che – sosteneva Mernissi – non è meno oppressiva e grave del velo. E ci invitava a riconsiderare l’illibertà delle donne orientali, ricostruendo un harem del tutto diverso da come la letteratura e le arti europee ce lo hanno consegnato. Shahrazad non era più la vittima del potere maschile, ma un’astuta oppositrice che scavava il terreno sotto i piedi al dominio maschile. Mernissi proponeva dunque delle forme di essenzialismo strategico o di sly civility, ovvero un metodo non frontale di lotta che potesse, dal di dentro, minare i pilastri del maschilismo.

Quanto queste strategie fossero e siano utili, non lo sappiamo. Sappiamo che esistono e che vengono praticate (si pensi all’inversione dello stigma di cui sono stati oggetti prima la gonna per le femministe europee e poi il velo per le musulmane francesi), e sappiamo che rischiano di perpetuare il significato simbolico dell’oppressione. Ma al di là di questo, Fatema Mernissi stava mettendo con acume e coraggio l’Occidente davanti a uno specchio che lo facesse risvegliare dalla propria dissonanza cognitiva.

La sua ricerca non si è fermata. Leggo che era una donna estremamente curiosa, e che quando El Pais le chiese, di fronte al suo interesse per Internet, se non pensava che fosse però anche uno strumento di comunicazione tra terroristi, rispose con parole che sono un trattato per affrontare il presente: “¡Pero si muchos de los terroristas provienen de Europa misma! Para mí, la cuestión es averiguar cuál es la semilla y la tierra, el caldo de cultivo que lo produce. Necesita nacer y crecer como las plantas. Lo resolveremos si sabemos por qué sucede, no con tópicos como que todos los terroristas son musulmanes”.

[Questo articolo è apparso anche sul numero del 4 dicembre di Scenari]

De senectute

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Questo fatto che Virna Lisi avrebbe portato con dignità la propria vecchiaia e le proprie rughe sta diventando la solita, insopportabile, melensa festa del luogo comune. “Virna Lisi era bella perché non aveva paura di mostrarsi vecchia”. Sottotesto: non come quell’altra, la Scicolone, la Sofia nazionale, tutta scollature e sospetto turgore senile.
A parte che sarebbe bello che qualcuno si ricordasse, oltre a quant’era bella, anche qualche titolo di film. Ma tant’è. In questo, comunque, la povera Lisi non c’entra niente. Quel che mi interessa è ciò che implicitamente emerge dalle considerazioni sul ‘portare la vecchiaia’.
Infatti Virna Lisi era ammirata non perché portava con dignità i segni del tempo che scorre, bensì perché era una vecchia che non sembrava affatto tale. Non si elogia dunque la serena accettazione del decadimento fisico (ciò che la vecchiaia è), ma il suo esatto contrario: il fisico che spontaneamente resiste al progressivo disordine, al collasso, al prolasso. Virna Lisi era bella, e la sua bellezza viene celebrata in queste ore, non perché sul suo viso pur essendosi abbattute rughe e sdentature ella è riuscita a farsene una ragione, ma perché il suo corpo ha naturalmente sconfitto il tempo, senza l’aiuto del chirurgo (qualche aiutino l’avrà avuto anche lei, a partire da una vita senz’altro priva di quelle fatiche che piegano qualsiasi beltà).
La figura paradigmatica di tutto questo non è forse, del resto, il ruolo di Adriana Balestra in Sapore di mare? Una matura signora che fa perdere la testa a un giovanottino. Una donna ancora desiderabile, perfino preferibile alle bellezze sode della spiaggia versiliese.
Portare con dignità la vecchiaia è un’altra cosa. È invecchiare – ovvero diventare brutti, cadenti, imbolsiti, claudicanti, in alcuni casi rincoglioniti, ripetitivi – ed essere sobriamente consapevoli di avvicinarsi alla fine. L’elogio di queste ore della bellezza di Virna Lisi invece è l’elogio della sconfitta della vecchiaia, la celebrazione non di una stagione della vita, ma la sua negazione.
Invecchiare fa schifo. “Come porti bene gli anni” è un altro modo, esorcizzante, di dire “non stai invecchiando come dovresti”.

Civil rights-washing

Non so a voi, ma a me è chiaro che l’ossessione degli ultimi decenni per i diritti civili, l’identità, il genere, l’etnia, sono fuori sincrono ormai. Cerco di dirlo dove posso, poiché queste faccende non hanno senso se slegate da una riflessione su ciò che una volta si chiamava ‘classe’. Frantz Fanon diceva più o meno che un nero che guadagna un milione di franchi diventa bianco. Centrava il punto nella percezione (e nell’autopercezione) della diversità. Invece — credo si possa individuare la tendenza come promanante dalla riflessione statunitense — ci si è concrentrati sulle questioni suddette tralasciando la classe sociale, forse anche come risultato della convinzione di una sorta di ‘fine della storia’ e di trionfo dei diritti. Ora che queste cose le sappiamo (anche perché a quel tempo non abbiamo creduto affatto a quel trionfo) non è forse il caso di ricominciare a mettere insieme classe, etnia, genere, e tutte le differenze che ci saltano in mente, tenendo ben presente che affrontare queste differenze ha senso solo se ciò avviene tenendole come un tutto non-separabile?

 

Sto coi firmatari dell’appello che non firmo

Alberto Arbasino, in un’intervista al Fatto quotidiano, spiega ustorio perché non ha mai firmato un appello o un manifesto in vita sua: «Ho sempre firmato i miei giudizi e pareri sotto forma di articoli. E che cosa sono i manifesti, se non articoli? Se inoltre sono scritti male, tanto peggio per loro”. Ogni appello, aggiunge caustico, dovrebbe concludersi con un ‘signora mia’ o un ‘tiè’!
Pur non essendo Arbasino, e pur non scrivendo da nessuna parte se non qui e in pochi altri scalcinati e mal frequentati luoghi, ho sempre idealmente condiviso queste sue parole. Da sole, racchiudono un mondo: quello dell’engagement in servizio permanente effettivo, fatto di compagnie di giro, sempre gli stessi che firmano e stilano, stilano e firmano, presentano rimostranze per qualsiasi cosa, chiedono, invocano, denunciano.
Capita poi che qualcuno chieda anche a me di firmare un appello: si tratta di una lettera al Ministro Bray e a Giuliano Amato che denuncia una serie di voci della Treccani («Transgender», «omosessualità», «lesbismo», «intersessualità», «gender›) in cui, secondo gli estensori dell’appello (studiosi e studiose) “il piano della valutazione morale e il piano dell`informazione scientifica risultano sovrapposti, con una netta ed evidente preponderanza del primo sul secondo”. Inoltre “le voci sopra citate appaiono prive dì un`adeguata bibliografia di riferimento e gli autori/le Autrici sembrano ignorare l`enorme mole di studi prodotti nell’ultimo trentennio nei diversi ambiti delle scienze mediche, sociali e giuridiche, che smentiscono molto di quanto asserito in esse. Indignazione, perché il lessico impreciso e i contenuti stigmatizzanti di quelle voci, diffusi da un soggetto storicamente autorevole nella divulgazione come l`Enciclopedia Treccani, rischiano non solo di annullare il lavoro di quanti attiviste/i e studiose/i – ogni giorno combattono contro pregiudizi e violenze sessiste e omo-transfobiche ma, soprattutto, di dare legittimità a quei pregiudizi e a quelle violenze”.

Questo il succo, e a seguire una serie, a dire il vero piuttosto icastica, di esempi. Al di là di qualche ‘ingenuità’ (del tipo “esiste una letteratura autorevole che dice…”), emerge con chiarezza che quelle voci urtano la sensibilità degli studiosi e delle studiose che hanno stilato l’appello, e dei firmatari (e non continuerò a specificare “e delle firmatarie”, perché su questo mi guida l’immortale esempio di Brian di Nazareth).
Dunque mi chiedono di firmare. Di aderire a un testo scritto da altri (e ben scritto), con ragioni da vendere; ma che contiene, a mio avviso, qualcosa che mi spinge a non firmarlo: la pretesa che la Treccani modifichi quelle voci.

Da libertario, sono d’accordissimo nel denunciare le voci della Treccani, di sollevare su di esse un dibattito, di chiamare in causa l’opinione pubblica per discuterne (soprattutto perché gli attacchi del Secolo d’Italia mi confermano nella bontà della denuncia). I firmatari dell’appello hanno fatto benissimo a mettere l’accento su una cosa che forse era sfuggita ai più (me compreso, ovviamente), e che merita di essere discussa, tanto che già qualche partito, che in Aula fa tutt’altro, sicuramente ci si tufferà a pesce.

Tuttavia, non mi sognerei mai di chiedere a qualcuno di riscrivere ciò che ha scritto. Si tratta di un pericolosissimo slippery slope, che parte da assunti sacrosanti e da rivendicazioni correttissime, e può finire però dovunque, perfino nella riscrittura (sic) del Mercante di Venezia purgato delle parti antisemite.

Insomma, denunciare va bene, chiedere di riscrivere no. Se poi alla Treccani vorranno riscrivere quelle voci, dovrà dipendere da un loro convincimento, dalla presa d’atto della bontà delle critiche. Ma potrebbero anche argomentare “a noi vanno bene così”, e sfidare i firmatari sul terreno — aperto, apertissimo, a dispetto di ogni presunta ‘trump card’ ex auctoritate del tipo “la migliore letteratura dice…” — della discussione scientifica, culturale, politica.

Per quanto mi riguarda, io sto coi firmatari dell’appello che non firmo.

Donne, potere e imperialismo

Con una certa periodica precisione, sui media si ripropone il dibattito sul ‘potere delle donne’, che si trasforma inevitabilmente nella richiesta di ‘potere alle donne’. Certo il tema è di drammatica attualità, visti i dati (che oggi anche Repubblica riporta) che certificano il ritardo con il quale le donne accedono alla cosiddetta mobilità sociale in ascesa. Non che per i giovani maschi italiani le cose vadano molto meglio, in un paese bloccato in cui il precariato frustra le legittime (e parecchio tarate al ribasso) ambizioni di avere delle vite ‘normali’. Ma se il precario è perduto in questa nebbia, la precaria brancola in una nebbia ancora più fitta.

Tuttavia — ed ecco il punto — l’argomento che fonda le richieste di più potere (e/o più spazio) alle donne, ovvero l’eguaglianza, spesso si accompagna a una stucchevole retorica su quanto il mondo sarebbe migliore se le donne avessero più potere. Fondato spesso su uno sciocco ragionamento maschilista che proietta sulle donne lo stereotipo della madre amorevole, o talvolta su un’antropologia piuttosto di fantasia che fa una caricatura dell’etica della cura, questo argomento non sembra convincere la studiosa e performer Coco Fusco, del cui A Field Guide for Female Interrogators ripropongo qui la mia recensione:

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In un’intervista rilasciata al sito Feministing.com Coco Fusco, Associate Professor presso la Columbia University, artista e performer, alla domanda se le donne avessero votato per Hillary Clinton in nome della tesi di Virginia Woolf secondo cui esse sarebbero portatrici di pace, ha risposto: “Scusi?! Clinton ha votato a favore dell’invasione dell’Iraq!!”. La performance di Fusco intitolata A Room of One’s Own: Women and Power in the New America, presentata da ultimo all’appena conclusa Biennale del Whitney Museum di New York, prende provocatoriamente nome dal saggio di Woolf Una stanza tutta per sé, ed è un tentativo di mettere in questione proprio l’assunto – teorizzato da Woolf in un altro saggio, Tre ghinee – che le donne possano, nella gestione del potere, dare il loro contributo pacifista di contro all’aggressività maschile. Di questo, e dello scottante problema della tortura, Fusco parla anche nel suo libro A Field Guide for Female Interrogators (Seven Stories Press, New York 2008), un saggio in forma di lettera indirizzata proprio a Virginia Woolf.

 

Come interpretare il comportamento di Lynndie England, che costringeva i prigionieri di Abu Ghraib a denudarsi e formare piramidi umane? O il pollice alzato di Sabrina Harman mentre posa per una foto sul cadavere di un prigioniero iracheno ucciso? Come mai l’amministrazione statunitense usa così tante donne per interrogare i prigionieri di Guantanamo, autorizzandole a usare la tortura, spesso a sfondo sessuale? Il fatto è, sostiene Fusco, che le donne non sono affatto distanti dal progetto neo-imperiale degli Stati Uniti. Usare le donne per ottenere informazioni dai presunti terroristi mediante interrogatori in cui esse usano il sesso come strumento di tortura non è affatto un’anomalia, una degenerazione dovuta a donne cresciute in contesti di forte degrado, come i media hanno sostenuto. England e Harman non sono affatto delle ‘poverette’ che sfogavano le loro frustrazioni di donne costrette in uno scenario di guerra. Al contrario, scrive Fusco, “la fuga in fantasie erotiche sadomaso erode la capacità di preoccupazione etica per gli effetti della tortura sessuale”. In altri termini, l’utilizzo di donne soldato addette agli interrogatori ha la funzione di ‘addolcire’ la percezione della brutalità della tortura da parte dell’opinione pubblica, incanalandola nello schema di una sorta di ‘fantasia sessuale’ innocua e giocosa: “quanto può essere grave la tortura praticata da un membro del ‘sesso debole’? Per essere tale la tortura non richiede qualcosa di più aggressivo che degli insulti e degli atti umilianti? […] CF_COVER_v2Se la tortura coinvolge donne che fanno agli uomini cose di natura sessuale, può essere chiamata comunque tortura?”. Indurre tali perplessità è lo scopo, secondo Fusco, dell’amministrazione statunitense, che in ciò fa leva sul ruolo che il sesso ha assunto nella cultura degli Stati Uniti: “Ia proliferazione dell’esibizionismo erotico sia come pratica sub-culturale che come intrattenimento popolare nell’America tardo-capitalista genera un framework interpretativo dominante per la partecipazione alle e la testimonianza delle torture a sfondo sessuale che favorisce una lettura di esse come qualcosa d’altro: giochi erotici e piaceri proibiti, sia per chi guarda che per chi viene guardato”. Il libro di Fusco, inoltre, sottolinea altri due fattori: da un lato, esso denuncia la mancanza di un linguaggio non retorico che ci aiuti a comprendere la violenza sessuale da parte delle donne, soprattutto in un contesto, come quello della guerra, in cui tale violenza cessa di essere l’espressione di una scelta individuale e diventa una strategia bellica. Dall’altro lato, illustrando le tecniche di tortura messe a punto dall’esercito statunitense, getta una luce sulla persistente tensione orientalizzante di una parte della cultura occidentale, la quale ritiene che l’‘uomo arabo’ sia più vulnerabile se esso viene oltraggiato mediante atti a sfondo sessuale.

[*] Originariamente apparso in Il blog dell’Indice dei libri del mese

Uomini che parlano delle donne

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Sul pettinatissimo ‘blog’ del Corriere della Sera “La 27esima ora” (ma i blog non dovrebbero essere degli spazi virtuali per nulla istituzionali, creati per dare voce a chi non può o non vuole averne nei luoghi tipici dell’establishment?) Beppe Severgnini apostrofa gli uomini perché non parlano della violenza di genere e del femminicidio:

Noi maschi dovremmo occuparci di più del femmicidio: parlarne, scriverne, domandare, provare a capire. Anche a costo di dire e scrivere leggerezze. È invece un dramma confinato in un universo femminile: ne parlano le donne, ne scrivono le donne, le fotografie sono quasi sempre delle vittime e non dei carnefici. È come se noi uomini volessimo prendere le distanze da qualcosa che non capiamo e di cui abbiamo paura.

La questione sollevata da Severgnini richiede due riflessioni. La prima riguarda il cosiddetto ‘esclusivismo possessivo’, ovvero la pretesa di rappresentare un fenomeno da parte di soggetti che si sentono autorizzati per via di un dato di esperienza (l’essere donne, per esempio). E su questa ha ragione Severgnini: i ‘maschi’ (sic) dovrebbero parlare di più della violenza sulle donne, e in generale delle questioni di genere. Già, ma perché non lo fanno? (Diamo per buona l’affermazione di Severgnini che non lo facciano). In primis, perché quei soggetti che ritengono di dover rappresentare i fenomeni in nome di un dato di esperienza ritengono che gli uomini non siano ‘titolati’ a farlo, che tentino così di scippare alle donne un diritto alla rappresentanza: le questioni che riguardano le donne le discutiamo noi donne. Perché voi maschi non potete (non ne siete capaci), e soprattutto non dovete. Se lo facessero, la risposta sarebbe: come vi permettete, voi (che siete pure i carnefici), di parlare di un tema che non vi riguarda, che non vi vede vittime (anzi), che non avete ‘incorporato’?

Ciò però si collega a un secondo punto: se pure lo facessero (sempre dando per buono l’assunto di Severgnini: “non lo fanno”), che spazio troverebbero? La stampa italiana di agosto dà ampio spazio al tema del femminicidio con commenti di autorevoli giornaliste, parlamentari e intellettuali, ma poco o niente si legge da parte degli uomini. Gli uomini che parlano delle donne non fanno ‘cassetta’. L’esclusivismo possessivo colpisce anche i giornali; se non fosse così, a un direttore non parrebbe strano — come deve apparire, visto che di articoli scritti da uomini sul tema non se ne leggono — affidare a un uomo un articolo sul femminicidio. Un articolo che non sia un mea culpa a nome del genere, ma che sia un tentativo di analisi.

Ciò che qui posso dire è che il tentativo di scrivere di certi temi su questo blog (e non solo) è stato praticato. Lo si è fatto anche per discutere le tesi di quella Francesca (Immacolata) Chaouqui, lobbista e pr poi diventata membro della commissione referente per tutte le attività economiche del Vaticano, che proprio dalla pagina web della “27esima Ora” accusava tutte le donne calabresi di andare in pellegrinaggio per chiedere di avere figli maschi. E che lo faceva per una forma, per l’appunto, di esclusivismo possessivo: l’essere nata in Calabria.

Femminismo mancego

Quixo-panzaIn un suo libro apparso in italiano nel 2000, la sociologa marocchina Fatema Mernissi lanciava una provocazione rispondendo all’accusa di misoginia classicamente rivolta al mondo islamico. La sua tesi suonava pressapoco così: ci accusate di portare il velo, di essere dunque vittime (che non si ribellano) di un sistema sociale e politico patriarcale che vuole la donna relegata nella dimensione privata, laddove comunque essa rimane succube dell’uomo e delle sue scelte; tuttavia, se guardiamo alle vostre televisioni, al vostro sistema dell’informazione, alle vostre pubblicità, troviamo modelli femminili che segnalano un altrettale livello di illibertà, poiché propugnano modelli fisici, psicologici, sociali, politici di donne sottomesse che fungono da belle statuine e che non aprono bocca.

La provocazione di Mernissi sembra dunque perfetta per le lotte di una parte del femminismo italico (da SNOQ Se non ora quando? a Lorella Zanardo, alla presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, che oggi gioisce perché il servizio pubblico non trasmetterà Miss Italia), che può vedere corroborate le proprie accuse: in Italia le donne piacciono scosciate e mute.

In effetti, così è: hanno ragione, quelle femministe, a condurre una battaglia contro la mercificazione del corpo femminile, contro la donna-velina muta e sorridente, che sarebbe la versione 2.0 del fascistissimo angelo del focolare, ma trasformata, più inquietante, non più madre e massaia, ma provocante oggetto del desiderio perennemente in vetrina. Sacrosanta è la lotta contro questo tipo di cultura maschilista, nobilissimi gli intenti di chi combatte affinché si possano finalmente vedere in tv donne che non mostrano le terga ma il cervello, che non si facciano notare per il loro corpo ma per quello che hanno da dire.

Tuttavia, sorge qualche perplessità. Ne analizzerò solo una, forse la più rilevante.

La perplessità riguarda la questione della rappresentanza. Chi combatte a nome delle donne, quale forma di rappresentanza sta esercitando? Pur ammettendo, per esempio, che la stragrande maggioranza delle donne-oggetto che volenterosamente si sottopone all’umiliazione della mercificazione sia obnubilata da forme di violenza simbolica e che perciò non sia in grado di riconoscere la violenza di cui è fatta oggetto, il punto di vista di chi ‘rappresenta’ queste persone non rischia di ventriloquarne la voce, ovvero di rappresentarle senza in realtà chiedere a esse cosa realmente vogliono? Il presupposto pare essere un moralistico giudizio di incapacità di auto-rappresentazione. Come il Marx del 18 Brumaio a proposito dei contadini francesi, si ritiene che esse siano ‘un sacco di patate’ (Althusser — sì, un uxoricida — ne scrive magistralmente nella propria terribile e magnifica autobiografia, L’avvenire dura a lungo), che non possano dunque rappresentarsi ma che vadano rappresentate. In realtà, se fanno quel che fanno, è perché non sanno quel che fanno. Se vuoi fare la velina, è del tutto evidente che la risposta che cerchi a cosa fare della tua vita è dentro di te, e però è sbagliata. Espressione icastica di questo moralismo perbenista tendente al giudizio sul grado di illibertà degli altri (delle altre) è la dichiarazione di Pier Luigi Bersani all’indomani del celebre episodio della farfalla esibita da Belen a Sanremo: «Tra Fornero e Belen mia figlia sceglierebbe Fornero, è incredibile che cambiamento abbiamo avuto in pochi mesi in Italia: prima c’era un governo con stereotipi micidiali sulle donne e ora Fornero eccepisce se si dice la Fornero». Cosa porta a una considerazione del genere — di certo condivisa da un certo senonoraquandismo moralista — se non un atteggiamento moralistico che presuppone l’illibertà di Belen? Qual è il criterio che porta a prediligere il modello-Fornero al modello-Belen? Francamente, per mia figlia non desidererei l’insensibilità e anche l’insipienza di un ministro così pernicioso; e se volesse essere Belen, forse mi chiederei cosa vuole davvero, che cosa pensa, e non sovrapporrei i miei modelli moralistici alla sua volontà. Dunque l’insegnamento di Mernissi non riguarda, se non in modo più immediato, la critica alla mercificazione occidentale del corpo. Più che altro, il suo è un monito: attenzione a giudicare i livelli di illibertà degli altri, poiché ciò, oltre a essere illiberale e anti-libertario, rischia di produrre un ventriloquio che si trasforma nell’interventismo per il bene altrui, per raddrizzare i torti. Merita forse ricordare che ‘raddrizzare i torti’ era il compito del cavaliere mancego Don Chisciotte, il quale si era messo in testa di riparare alle offese subite da coloro che la sua percezione distorta della realtà gli faceva intendere fossero poveri derelitti. E così, quando si vide una processione incedere verso di lui e il suo fido scudiero, caricò lancia in resta e sbaragliò la masnada di manigoldi che in realtà era un’indifesa combriccola. Ne lasciò uno malconcio a terra, e avvicinatosi gli disse: “Voglio che sappia vostra reverenza che sono un cavaliere della Mancia, chiamato don Chisciotte, ed è mia professione e mio compito andare per il mondo raddrizzando torti e riparando offese. – Non so in che cosa consista il raddrizzare torti – disse il baccelliere –, perché a me da diritto mi ha fatto diventare storto, lasciandomi una gamba spezzata che non si vedrà più diritta per tutti i giorni della sua vita; e l’offesa che in me avete riparato è stata quella di lasciarmi offeso in modo che resterò offeso per sempre; è stata una non piccola sventura quella di imbattersi in voi che andate cercando avventure” (M. de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, volume I, p. 179). Stesso destino del baccelliere avrebbe avuto il giovanissimo contadino Andrea, in cui Don Chisciotte si imbatté mentre il padrone di quello lo stava frustando a dovere. Il ‘Cavaliere dalla Trista Figura’ crede di sottrarre Andrea alla furia del suo padrone che, legatolo a un albero, lo frustava a sangue e non intendeva pagarlo. Il Mancego intervenne intimando al padrone di smettere di picchiare quel giovane legato all’albero, ma appena ottenuto lo scopo, senza preoccuparsi di ciò che era accaduto prima e di ciò che sarebbe accaduto dopo (diremmo il ‘contesto’), si dileguò. Una volta andato via Don Chischiotte, racconta il ragazzo, il contadino “tornò a legarmi alla quercia e mi diede tante altre frustate che restai come un san Bartolomeo scorticato” (Ivi, p. 341).

#Corigliano

“Sono nata in Calabria 30 anni fa” è l’incipit della lettera che Francesca Chaouqui, Direttore delle relazioni esterne di una multinazionale, ha indirizzato al blog del Corriere della Sera La 27esimaOra per commentare l’uccisione di Fabiana Luzzi, giovane cittadina di Corigliano Calabro (in provincia di Cosenza, Calabria) ammazzata barbaramente dal suo ‘fidanzato’, pare a seguito di un rifiuto della giovane di sottostare a un rapporto sessuale.

La lettera prosegue: “Dalle nostre parti si fa voto a San Francesco di Paola per avere un maschio, in Calabria tutte le donne vogliono un figlio maschio, ancora oggi” (corsivi miei).

Non mi soffermerò oltre sul contenuto della lettera, che comunque prosegue col tono accusatorio di chi conosce bene la realtà che narra, e ne vuole prendere le distanze, stigmatizzarla.

Ma la domanda è (dando per assodata la buona fede): è sufficiente vivere in un posto, o esservi vissuti (o addirittura soltanto nati), per conoscerlo (e narrarlo)?

In antropologia ed etnografia si parlerebbe di ‘informante nativo’ come colui che, provenendo da un contesto, è testimone, narratore affidabile, ‘autorizzato’, di quel contesto. Tuttavia, un importante studioso come Edward Said, nel discutere il suo magistrale saggio sull’orientalismo, ha coniato l’espressione ‘esclusivismo possessivo’ per descrivere quel “sense of being an exclusive insider by virtue of experience”. E per criticarne i presupposti. Certo l’esperienza è un dato centrale della conoscenza e della descrizione della realtà. Ma non basta.

Non so quanti anni abbia passato in Calabria, e dove, Chaouqui. Non so in che famiglia, in che contesto culturale, con quali esperienze private e pubbliche alle spalle. So che l’affermazione che apre la lettera è un tentativo palese di accreditarsi come legittima interprete di quel contesto. Tentativo rafforzato, negli intenti della scrivente, dal fatto che l’informante nativa avrebbe preso le distanze, e sarebbe dunque una insider diventata outsider e perciò ancor più titolata a parlare, perché ora vedrebbe le cose con ‘distacco’.

Non voglio rispondere sostenendo che Chaouqui ha torto o ragione. Le cose sono molto complesse, e la vicenda di cui si parla è così dolorosa che aggiungere ulteriori analisi alla messe impressionante di prese di posizione (Corigliano è perfino diventato un hashtag su Twitter) già prodotta è inutile. A ‘difendere’ la Calabria ci hanno pensato coloro che — condividendo lo stesso errore dell’autrice della lettera — si sentono ‘più titolati’ a parlare di quella regione. E lo hanno fatto attraverso altrettali generalizzazioni, oppure negando alcuni dati di realtà che fanno a tutt’oggi della Calabria una terra desolata.

Sentirsi offesi non serve a niente. Lo stereotipo, laddove di questo si tratti, va decostruito attraverso il discorso scientifico e culturale, non con le repliche umorali per partito preso.

Ciò che qui vorrei dire dunque è che il discorso di Chaouqui è sbagliato da un punto di vista epistemologico, perché è sbagliata quella pretesa di parlare ‘a nome di’ un determinato contesto, o in rappresentanza di un ambito culturale, per il solo fatto di genericamente ‘provenire’ da quello stesso contesto. Affermare che tutte le calabresi fanno una cosa piuttosto che un’altra sulla base di quel presupposto (l’esclusivismo possessivo) è una sciocchezza prima di tutto su un piano culturale.

Ed è altrettanto sciocco sostenere di avere poi lo ‘sguardo di Dio’, il piglio freddo del ricercatore puro che dall’alto della collina guarda in basso e scorge, meglio degli altri (che vi sono troppo immersi), ciò che vede.