Categoria: Intellettuali

Cazzullo, Panebianco e i neoconservatori

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Pare che a proposito dell’affaire Panebianco Aldo Cazzullo abbia scritto questa cosa sul Corriere di oggi, riportata da Sofia Ventura:
“Eppure, proprio mentre il Papa mette in guardia sulla «terza guerra mondiale», il nostro Paese inscena una fiction irenica. Preferisce fingere di continuare a credere alle magnifiche sorti e progressive del pacifismo; come se Monaco 1938 non avesse insegnato nulla. Di Churchill e di De Gaulle nell’Europa di oggi non c’è traccia, mentre vediamo bene dove sono i Chamberlain e i Daladier: dappertutto. Più che una guerra in senso tradizionale, quella che stiamo affrontando è un’epoca. Non sappiamo quando finirà, né come. Ma di una cosa siamo certi: coloro che intendono entrare nella nuova epoca con le orecchie tappate per non ascoltare gli avvertimenti sgraditi, non avranno mai gli strumenti per comprendere il tempo che ci è dato in sorte; e non saranno bravi studenti, né un domani bravi professori, né soprattutto cittadini utili agli altri.”.
Posto che il Papa, qui tirato per la tonaca, quando parla di terza guerra mondiale intenda proprio che dobbiamo andare a bombardare la Libia e non piuttosto che bombardare la Libia è il preludio di quella guerra cui esplicitamente il pontefice romano fa riferimento (e se qualcuno sa che Bergoglio ha consigliato di andare a bombardare la Libia lo prego di dirmelo), spiace dire che l’argomento di Cazzullo è acqua al mulino di chi ha parlato di neocon (non entro nel merito del ‘come’ se ne sia parlato). Volendo difendere Panebianco, infatti, dall’accusa di essere un ‘guerrafondaio neoconservatore’ (secondo l’accusa di coloro che lo hanno importunato mentre faceva lezione), la firma del Corriere tira il ballo il classico argomento dell’appeasement: Monaco. Che è proprio l’argomento dei neocons per giustificare ed autorizzare le guerre di aggressione degli ultimi anni, in particolare nei confronti di Milosevic o di Saddam Hussein, dipinti come novelli Hitler: “riferimenti agli anni trenta, a Monaco e all’appeasement ricorrono frequentemente negli scritti dei neoconservatori. […]; nella letteratura degli anni settanta, quando critiche di appeasement venivano rivolte verso la politica di distensione nei confronti dell’Unione Sovietica (Norman Podhoretz, descrivendo l’atteggiamento dei democratici nel confronti della ‘minaccia’ sovietica: “Le somiglianze con l’Inghilterra nel 1937 ci sono tutte, e questo revival della cultura dell’appeasement dovrebbe turbare il nostro sonno” [The Culture of Appeasement, “Harpers”, ottobre 1972]; nel corso degli anni novanta, quando Milosevic veniva descritto come il nuovo Hitler […]. Così, per esempio, difendendo la necessità di un attacco preventivo contro Saddam Hussein, Perle ha dichiarato: “Un attacco preventivo contro Hitler ai tempi di Monaco avrebbe comportato una guerra immediata, piuttosto che la guerra che scoppiò successivamente. Dopo è stato molto peggio”” [Jim Lobe, Adele Oliveri (a cura di), I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 24-25].
L’idea neoconservatrice per eccellenza era che l’Europa venisse da Venere e gli USA da Marte: mollemente compiaciuti dell’idea di una kantiana ‘pace perpetua’ o di una kelseniana ‘pace attraverso il diritto’, gli europei avrebbero irresponsabilmente portato il mondo sull’orlo del baratro non assumendosi le proprie responsabilità, ovvero non prendendo parte alle guerre USA che il momento unipolare (la momentanea impotenza russa e la crescente debolezza ONU) imponeva per dar seguito al ‘destino manifesto’ di Globocop, lo Stato-polizia globale.
Se si vuole difendere Panebianco nel merito (ripeto, non discuto qui del metodo), occorre forse essere un po’ più cauti nel tirare fuori certi argomenti che soffiano sul fuoco. Proprio come fossero venti di guerra.
***
Ps: Per sapere però chi sono (chi erano?) i neoconservatori, mi permetto di rinviare a una mia breve voce descrittiva apparsa sulla rivista di filosofia del diritto internazionale Jura Gentium e che qui riproduco (ma aggiungo che, come ho scritto in un mio saggio apparso sui Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, i neoconservatori derivavano tra le altre cose anche da una ‘filiazione’ del pensiero di Leo Strauss e Alexandre Kojève mediati da Allan Bloom: “Quando gli trillava il cellulare nella tasca dei calzoni, si appartava per scambiare qualche parola con qualcuno a Hong Kong o nelle Hawaii. […] Quello che gli piaceva era che gli uomini che avevano frequentato i suoi corsi fossero eletti a cariche importanti: la vita reale confermava i suoi giudizi. Si allontanava col telefonino e poi ritornava tra noi per dirci: «Colin Powell e Baker hanno consigliato al presidente di non mandare le truppe fino a Baghdad. Bush lo annuncerà domani[…]» […] Sapevamo quasi tutti che la sua fonte principale era Philip Gorman [alias Paul Wolfowitz]. Il padre di Gorman, professore universitario, si era opposto fieramente ai seminari di Ravelstein ai quali suo figlio si era iscritto. Rispettabili insegnanti di teorie politiche avevano detto al vecchio Gorman che Ravelstein era un pazzoide, che seduceva e corrompeva gli studenti. «Il paterfamilias è stato messo in guardia contro lo scassafamilias» diceva Ravelstein. […] Il giovane Philip era uno dei ragazzi che Ravelstein aveva educato nell’arco di trent’anni. I suoi allievi erano diventati storici, insegnanti, giornalisti, esperti, impiegati statali, pensatori. Ravelstein aveva prodotto (indottrinato) tre o quattro generazioni di laureati” [S. Bellow, Ravelstein, New York, Viking, 2000; trad. it., Ravelstein, Milano, Mondadori 2000, pp. 71-72 (corsivi miei).]”)
F. Tedesco, Neoconservatori [Jura Gentium, 2005]:
“Gruppo di intellettuali, accademici, analisti politici statunitensi, i neoconservatori (neoconservatives) o neocon sono attualmente parte integrante della burocrazia della sicurezza nazionale Usa. Si tratta di un movimento a base piuttosto ristretta, un network di persone che lavorano insieme da un trentennio; esso è animato per la gran parte da ebrei americani e si pone alla testa di una coalizione che comprende la destra repubblicana nazionalista tradizionale (Dick Cheney e Donald Rumsfeld) e la destra cristiana (Gary Bauer e Ralph Reed). Dopo alcuni prodromi negli anni ’50, il neoconservatorismo, inteso come movimento attivo nell’ambito delle questioni di politica estera, si afferma verso la fine del decennio successivo. È proprio in quegli anni che, a seguito di alcune vicende di politica interna e internazionale (l’isolamento internazionale di Israele dopo la guerra del ’67; il Vietnam e la paura che gli Usa potessero abdicare al loro ruolo nelle relazioni internazionali; il disincanto degli ebrei americani riguardante le Nazioni Unite e il Terzo Mondo), alcuni sedicenti liberal – sentendosi “rapinati dalla realtà”, come ebbe ad affermare uno dei padri del movimento, l’ex trotzkista Irving Kristol – mutano prospettiva e si allontanano dall’ala liberal del Partito democratico (il prefisso ‘neo-‘ testimonia tale trascorso). Negli anni ’70, i neoconservatori costituiscono il Committee on the Present Danger [Cpd], facendo così rivivere una lobby anticomunista degli anni ’50. L’intento è quello di contrastare la politica di distensione con l’Urss sostenuta dal presidente Carter e di affermare invece un’idea unilateralista di mantenimento del potere attraverso la forza militare. Così, con l’appoggio della destra repubblicana e dell’industria militare, i neoconservatori si fanno sostenitori di una politica internazionale Usa espressa dal motto “Peace through Strength” [pace tramite la forza]. Quando Reagan – membro del Cpd – diventa presidente, nomina 33 membri del Cpd nei gangli vitali della sicurezza nazionale. È l’era del militarismo aggressivo degli Usa (roll-back strategy) e del Tina, “There Is No Alternative” al modello capitalistico e di libero mercato. Dagli anni ’90 in poi si afferma definitivamente la linea strategica dei neoconservatori: con il Defence Planning Guidance, Paul Wolfowitz e Lewis Libby delineano la politica estera statunitense dalla Guerra del Golfo a oggi. È impressionante apprendere, alla luce dei fatti dell’undici settembre, che una delle associazioni dei neoconservatori, il Project for the New American Century [PNAC], abbia sostenuto all’inizio degli anni ’90 che per fare accettare le linee del neoconservatorismo all’establishment di politica estera sarebbe stato necessario un evento straordinario e catastrofico, una nuova Pearl Harbor. Il catalogo delle idee dei neocon è questo: unilateralismo interventista degli Stati Uniti (definito anche internazionalismo conservatore); ridimensionamento del ruolo delle Nazioni Unite; idea della missione redentrice degli Usa; assolutismo morale e idea della preminenza dei valori ‘americani’ in un’ottica di scontro delle civiltà; stretto legame tra le sorti di Israele – considerato l’avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente – e la politica estera statunitense; in relazione all’istituzione della Corte Penale Internazionale, nozione della indiscutibilità della sovranità statunitense in tutte le sue espressioni; disprezzo nei confronti dell’Europa (in sostanza, il loro discorso è: gli europei parlano di difesa dei diritti, ma quando si tratta di intervenire e di sporcarsi le mani, si muovono solo gli Usa); politica ‘ostile’ nei confronti di Paesi antagonisti (la Cina in primis). Thomas Friedman – rispondendo ad un intervistatore – ha detto di recente dei neoconservatori “potrei darle il nome di venticinque persone (che in questo momento lavorano tutte in un raggio di cinque isolati da questo ufficio) che, se un anno e mezzo fa fossero state esiliate su un’isola deserta, la guerra in Iraq non sarebbe mai avvenuta”.”
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Umberto Eco e gli intelligenti

umberto_eco2Tutti noi abbiamo amato Eco. I suoi libri, la sua faccia, la sua voce e pure la sua erre. Allora perché leggere articoli su Eco ora che è morto produce un insopprimibile senso di sconforto? Che nessuno sia in grado di richiamarne e riprodurne l’originalità, la profondità, l’acume filosofico? Che nessuno sia, come è facile, alla sua altezza? Dice Maurizio Ferraris su Repubblica che “A New York, nel 2011, parlando con Putnam del carattere vincolante della realtà, [Eco] diceva che la cosa veramente inemendabile, quello che nessuna vita potrà mai correggere, è la morte.”. Ecco, queste cose, di sconvolgente banalità, rientrano solo nell’aneddotica o sono il segno della straordinarietà di un’erudizione in fondo vuota come è vuoto il gioco? Forse che Eco non era a sua volta postmoderno in questa sua vita ‘pastiche’, tra Kant e la regina Loana?
Ricordo che in una conversazione con Stuart Hall sul ruolo dell’intellettuale, Eco aveva detto che mentre negli anni ’60 gli intellettuali erano, si percepivano, come dei Berretti verdi, adesso era arrivato il tempo di stare appesi ai rami degli alberi, proprio come il Barone rampante, perché del resto la rivoluzione si può fare anche stando appesi ai rami, guardando dall’alto. Inutile menzionare il disaccordo di Hall. Ora si può solo, era l’espressione di Eco, “meditare su queste altalenanti dialettiche”.
Ecco, ciò che non ho letto finora è la simmetria tra Eco e Calvino. Entrambi dediti al rimescolamento della realtà, Eco più pop, Calvino più raffinato, ancora una generazione precedente.
Niente di male, per carità, e poi non si sta difendendo l’idea di intellettuale ‘impegnato’ o ‘ideologico’. Niente di male nemmeno nel divertimento e nel riso. Non c’è un riso ‘migliore’ perché ‘impegnato’. Però il postmoderno (che Eco cerca di affrontare a proposito di un suo romanzo nelle Postille al Nome della rosa uscite prima su Alfabeta e poi in appendice alle nuove edizioni del volume) è la passione dell’esattezza come cifra di stile, non della efficacia dello scritto, che invece si consuma nella sua fruizione. Non conosco l’Eco semiologo, ma egli ha disseminato talmente tante cose che un’idea possiamo farcela. Se il pensiero è pop, come la letteratura, in fondo ciò che rimane è consumare entrambi. Comprarli.
Mi viene in mente il libro di Vincenzo Guerrazzi Gli intelligenti. Guerrazzi aveva mandato a una serie di intellettuali un dissacrante questionario. Ecco, Guerrazzi, Iler Russo, provocavano, scherzavano, ma scherzavano pesante, sovvertivano con il riso dissacrante. Enzo Biagi rispose sul Corriere della Sera piuttosto piccato. Ma la sequela di lettere non risposte è impressionante. Rispose Norberto Bobbio, seccato. Rispose Paolo Volponi, estesamente. Rispose Giorgio Bocca (“domande becere”, le definì; e parlò di “coglionerie”); risponde con delicatezza Ferdinando Camon. Non risponde Umberto Eco. O meglio, prima risponde dicendo di voler organizzare un confronto con gli studenti, poi manda un’altra lettera firmata dalla segretaria in cui comunica di essere partito per gli Stati Uniti. E Guerrazzi gli fa un’intervista immaginaria. Ecco, il sarcasmo violento di Guerrazzi non faceva ridere.

Togliete la cittadinanza italiana ai cervelli in fuga!

Qualche tempo fa due studiosi italiani da anni residenti negli Stati Uniti, Antonio Iavarone e Anna Lasorella, hanno fatto una sensazionale scoperta: hanno “individuato il meccanismo che favorisce il mantenimento delle cellule staminali neoplastiche del glioblastoma, il più aggressivo e letale dei tumori cerebrali” (Rainews). La stampa italiana si è subito buttata sulla notizia, rivendicando all’Italia il grande risultato: “Tumore al cervello: scoperta made in sud” (Affaritaliani); “Pubblicato su «Nature» lo studio di Antonio Iavarone (beneventano) e Anna Lasorella (barese)” (Corriere del Mezzogiorno); “Italiani scoprono una causa  geneticadel tumore al cervello” (La Stampa). Potrei continuare. Quel che salta all’occhio è l”appropriazione’ orgogliosa della scoperta, fatta da ‘italiani’ (‘beneventani’, ‘baresi’, ‘meridionali’). Certo gli articoli sono conditi della solita retorica a proposito del fatto che i due ricercatori sono da anni emigrati all’estero. Ma il fenomeno ciclicamente si ripete. E’ successo ancora poche ore fa a proposito della ricerca che ha portato alla scoperta delle onde gravitazioniali, mentre (come si evince dalle parole del cofondatore di Virgo) le cose non sono andate esattamente così. Ma a chi giova l’esaltazione dell”italianità’ di queste scoperte, pur accompagnata dal disclaimer che si tratterebbe di cervelli in fuga? Risponde il ministro dell’università Giannini, la quale rivendica il terzo posto (con 30 borse concesse) nella classifica dell’ERC. Le ha risposto per le rime Roberta D’Alessandro: “Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai”. Insomma, ricercatori italiani si spostano all’estero, le loro ricerche vengono finanziate all’estero, gli studiosi in questione fanno sacrifici enormi per continuare a studiare, spesso rifiutati dal loro paese proprio in ragione di una ottusa cooptazione accademica che gli preferisce i soliti docili portatori di acqua con le orecchie. E la stampa, la politica, l’opinione pubblica che fanno? Si vantano dell’italianità delle scoperte? Oltre al danno, la beffa!

Per l’amor del cielo, togliete a quei cervelli in fuga la cittadinanza italiana! Togliete alla politica la pelosa e ipocrita occasione di vantarsi offendendo due volte queste persone, che certo spesso si sono formate in Italia, ma questo basta? No. Perché se l’Italia avesse tenuto all’italianità della ricerca, avrebbe da tempo pensato a come ‘aprire’ il reclutamento, a come trovare i soldi per finanziare questi studiosi, a come razionalizzare la spesa per consentire ai laboratori di funzionare. Come non pensare che verranno sperperati 300 milioni di euro per scorporare il referendum sulle trivelle dalle elezioni amministrative con il solo scopo di far fallire il primo, offendendo così anche la democrazia? 300 milioni di euro sono una montagna di soldi per la ricerca italiana così umiliata e vilipesa.

Toglietegli la cittadinanza! Che non si dica più ‘ricercatori italiani’ ma ‘scoperta olandese’, ‘statunitense’, ‘tedesca’, ‘britannica’, ‘francese’, e così via!

A cosa servono le onde gravitazionali

WCCOR_0H5HGDUR-0006-kOsB-U431508045752441bG-593x443@Corriere-Web-Sezioni“In the absence of alcohol, your living room doesn’t appear to shrink and grow repeatedly. But, in fact, it does.”.
 
La più convincente spiegazione delle onde gravitazionali che mi è capitato di leggere è questa (non la battuta, brillante, ma tutto l’articolo del New York Times).
Ho letto altri articoli, ho ascoltato l’autore di successo di un libretto di fisica spiegata agli ignoranti (come me), ma non ho capito niente. Ovvero, ho capito il fenomeno, ho capito di che si trattava, ho capito quale fosse l’origine della tesi verificata sperimentalmente ieri. Ma nessuno mi aveva detto con chiarezza a cosa servisse questa scoperta. Ecco: a niente. O meglio: ciò che imbarazza il mondo scientifico, scioccamente e ingiustamente, è il fatto che questa ricerca e questa scoperta (o meglio questa prova), per quanto ne capisco, è ciò che in ambiente accademico si chiamerebbe puramente ‘curiosity driven’. Una ricerca che non ha applicazioni pratiche immediate, su cui però sono stati spesi un sacco di soldi, e per giunta per verificare un’ipotesi formulata da Einstein cent’anni fa. Ecco cos’è la ricerca. Questa ricerca spiega non solo da dove, con ogni probabilità, veniamo (o meglio, come veniamo dal posto da cui veniamo); essa spiega che cos’è l’uomo, questo animale simbolico alla ricerca del proprio posto nel mondo. Anzi nel cosmo. Ed è per questo che non bisogna vergognarsi di dire che questa ricerca non serve a niente, se non a dire che l’uomo è una bestia curiosa. [*]
[*] Fisici che leggete, se le cose non stanno così, lasciatemi nell’illusione poetica…

Kafka il dio delle talpe (su R. Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi)

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Franz Kafka (R. Crumb)

“Bisogna sdraiarsi per terra fra gli animali per essere salvati”. Così Elias Canetti traduceva in un lampo di antropologia filosofica l’interpretazione di un sogno che Franz Kafka diede per Felice, nel quale le spiegava che se non si fosse sdraiata non sarebbe sopravvissuta all’‘angoscia della posizione eretta’, così la chiama Kafka. Sdraiarsi per terra in mezzo agli animali significa non solo ‘scendere’ dal livello umano a quello bestiale, ma non rappresentare più un bersaglio facilmente individuabile. La posizione eretta è la posizione del potere, ma è anche (o forse proprio per questo) la posizione della vulnerabilità. Kafka usava, nella sua relazione con il potere, questo escamotage: farsi piccolo piccolo, immedesimarsi con gli esseri più minuscoli, oppure fare della propria magrezza lo stigma della sua resistenza, o sarebbe meglio dire ostinatezza.

In una lettera a Max Brod del 1904, Kafka ventunenne descrive l’incontro tra lui e il suo cane, e una talpa. Il cane, incuriosito dalla talpa, le saltava addosso. La talpa terrorizzata emetteva un sibilo, uno ‘cs, css’. Secondo Canetti, che riporta l’episodio in un breve testo tratto dall’Altro processo e di recente ripubblicato in Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione (Adelphi, Milano 2013), a un certo punto Kafka si immedesimerebbe nella talpa, rispondendo a quel suo modo di metamorfarsi in ciò che è piccolo: “Cs, css, grida la talpa, e in virtù del suo grido lui, che sta a guardare, si trasforma in talpa, e senza dover temere il cane, che è suo schiavo, sente che cosa vuol dire essere talpa” (p. 43).

È singolare che Canetti argomenti così, dato che poco prima aveva scritto che di questa situazione Kafka era il dominus, anzi che ne era il Dio, e poi nel passo citato afferma non solo che il cane è suo schiavo, ma che egli non deve temerlo.

Ma se egli era il dio nell’incontro con la talpa, se egli non doveva temere il cane, come avrebbe fatto a immedesimarsi nella talpa?

Il librettino che contiene il testo di Canetti è in qualche modo dedicato al continente sommerso del dolore animale, e si apre con un’altra lettera: quella che Rosa Luxemburg, poco tempo prima di morire, scrisse a Sonja Liebknecht, moglie dello spartachista Karl (anch’egli assassinato con Luxemburg). Spedita da Breslavia, la lettera (datata 1917 e scritta nella cattività del carcere) narra di un soldato tedesco scorto a percuotere violentemente uno dei bufali rumeni da tiro che l’esercito aveva requisito colà e che dunque erano un ‘bottino di guerra’. Il carro stracolmo si era impigliato in un arco troppo basso, ma il soldato a forza di bastonate con il manico della frusta costrinse i bufali a passare. Tuttavia uno di loro sanguinava. Luxemburg lo guardava starsene lì, “e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta” (p. 20). Luxemburg scrive a Sonja che quel bufalo era il suo “povero, amato fratello” (p. 21), e che entrambi “ce ne stiamo qui […] così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia” (ibid.).

Questa lettera, che fu pubblicata da Karl Kraus nella Fackel e da lui fatta oggetto di letture pubbliche in varie città, è accompagnata da alcuni altri testi di argomento simile, tra cui, oltre al già citato Canetti e a un racconto di Kafka (Una vecchia pagina) in cui l’autore racconta di soldati-nomadi che dal Nord calano davanti al palazzo dell’imperatore e uccidono mangiando a morsi un bufalo vivo, un testo di Joseph Roth sul mattatoio di Vienna, in cui l’uomo è descritto come il ‘Signore macellante della Creazione’.

Qual è il senso di questi testi, se non di interrogarsi sull’estensione della nostra empatia (dal ‘fratello bufalo’ di Luxemburg alle braccia al collo del cavallo durante il soggiorno torinese di Nietzsche)? Eppure, al di là del testo di Roth, che attraverso la fredda elencazione di dati e numeri inchioda il meccanicismo cartesiano, ciò che si legge in filigrana è la sofferenza umana. Il bufalo di Kafka così come quello di Luxemburg sono significativi in quanto il loro sguardo è umano e il loro dolore è un dolore umanizzabile. De te fabula narratur, uomo. Ed è significativo che il personaggio di Kafka, per non sentire le strazianti urla di dolore del bufalo mangiato vivo dai barbari, si nasconda: “Per un’ora rimasi disteso sul pavimento di un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva” (p. 37). Il calzolaio di Kafka uscirà allo scoperto solo quando il silenzio regnerà da tempo.

Si potrebbe dire che egli si cali il berretto sulle orecchie proprio come Rousseau diceva facesse chi era aduso a preoccuparsi troppo di estendere (geograficamente; moralmente) la propria sensibilità ed empatia. Troppa per gli umani; meglio non sentire le urla delle bestie.

Del resto si narra che un Papa, nel visitare un mattatoio, avesse consigliato ai lavoratori di quel luogo di non far caso alle urla degli animali, ma di considerarle alla stregua dello stridore delle macchine.

[Questo testo è originariamente apparso sul blog de L’indice dei libri del mese]

 

Checco e Matteo: Zalone e i due corpi (comici) del Re

Checco-Zalone.jpgE’ già partita la campagna di arruolamento di Checco Zalone come intellettuale organico del renzismo. Dopo i successi dei primi giorni di proiezione del suo film Quo vado, il comico ha incassato gli elogi del ministro Franceschini, dell’Huffington Post, dei liberisti, dell’intellighenzia più raffinata, e dio solo sa di chi altri. Non poteva mancare l’Unità, che ha schierato per l’occasione l’artiglieria pesante dei filosofi della Popsophia, questa stravagante corrente di mattacchioni che intrattiene con la filosofia un rapporto abbastanza episodico, cercando di scavare dentro le battute di qualche film o di qualche serie televisiva il segreto dell’esistenza.

Il 30 dicembre, persino prima dell’uscita ufficiale del film, dalle colonne rondoliniane è stata Lucrezia Ercoli a cercare di iscrivere il buon Checco nel Pantheon dei numi tutelari del presidente del consiglio. Echi bachtiniani nelle parole di Ercoli: “il film comico delle vacanze non è dunque un semplice passatempo, ma una vera e propria ritualità festiva in cui si invertono l’alto e il basso, lo spirituale e il materiale, la testa e il ventre.”. Zalone come Rabelais, Quo vado come il basso corporeo del grottesco di cui parla il teorico russo nel suo magistrale saggio sullOpera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale.

Inutile dire che il rapporto episodico della popsofia con il pensiero filosofico impedisce di cogliere il fatto che il popolare, nella testa e negli scritti di chi se ne è occupato, è una cosa serissima: penso proprio al monumentale lavoro di Bachtin, ma anche a Carlo Ginzburg o a Michel Foucault, per arrivare a Stephen Greenblatt e al suo New Historicism. Non qualche motto di spirito messo insieme alla bell’e meglio, ma indagini assai complesse sul rapporto osmotico e/o dialettico e finanche contestativo tra cultura ‘ufficiale’ e cultura subalterna.

Ma sull’Unità parte subito la traslatio Checchii, e il comico pugliese diventa l’altro corpo del Re: “la comicità di Checco Zalone non è satira politica, non è facilmente apparentabile a uno schieramento partitico o ideologico”; anzi “rifugge l’engagement e pratica il disimpegno”. Quella malapartiana rivincita dell’Italia barbara di cui parla Ercoli si attaglia tanto a Checco quanto a Matteo, e in fondo, liquidato il birignao di Baricco, sostituisce i barbari dello scrittore holdeniano con i barbari di Luca Medici, molto più nazional-popolari. Zalone in fondo è, continua Ercoli, “la rivincita della sottocultura paesana sulla dotta erudizione radical chic” nonché “la rivincita delle virtù veraci e genuine sulle verniciature morali”. Insomma, secondo L’Unità Checco è la maschera di Matteo, ne condivide la natura post-ideologica, la genuinità strapaesana, il provincialismo da genius loci (e come non ricordare che una delle celebrazioni del renzismo ante litteram fu la manifestazione Genio fiorentino organizzata dal Matteo presidente della provincia?). Inoltre Checco, proprio come Matteo, sbeffeggia gli intellettuali radical chic (come se fosse scontato che chi cita il sintagma abbia letto lo splendido saggetto eponimo di Tom Wolfe), incarnati — udite udite — dal quel professorone di Massimo Gramellini, sapientemente meleggiato dal nostro nel tempio dei buoni sentimenti che è Che tempo che fa?. Chissà che un giorno non se ne esca anche con una parodia di Rodotà-tà-tà-tà o di quel parruccone di Zagrebelsky: sarebbe perfetto, una cosa che neanche nei migliori sogni di Rondolino.

Sugli intellettuali Renzi ha ragione? Sì e no

Dopo Roberto Saviano, che sul giornale online Il Post ha attaccato il ministro Maria Elena Boschi denunciandone il conflitto di interessi e ancor di più scagliandosi contro il silenzio degli intellettuali nell’era del cinghiale bianco renziano, anche Marco Damilano in un articolo del suo Espresso torna sulla questione del silenzio. Damilano riporta l’intervista di Renzi a Repubblica del 4 agosto 2014 in cui l’ex sindaco di Firenze, allora da pochi mesi a palazzo Chigi, diceva «Un giorno si parlerà finalmente delle responsabilità delle élite culturali nella crisi italiana: professori, editorialisti, opinionisti non sono senza colpe». Concentriamoci su questo passaggio, tralasciando ciò che Renzi ha trasformato nel mantra del proprio culto e che si va ripetendo in lungo e in largo dai tempi ormai lontanissimi della ‘rottamazione’ in poi, ovvero la polemica contro i ‘rosiconi’ e i ‘gufi’ («Siamo gli unici che vogliono bene all’Italia, contro il disfattismo e il nichilismo, contro chi sfoga la sua frustrazione nelle polemiche»). In quell’intervista Renzi dice una cosa vera, sacrosanta. Ogni retorica, anche la più becera, deve fondarsi su un dato di realtà percepito come tale dall’opinione pubblica. Quello è il grimaldello per far passare una nuova narrazione: prendere un fatto, pantografarlo e farlo diventare un “sono tutti così”. Accadde già con Brunetta e con i ‘fannulloni’: chi non si era imbattuto in un impiegato pubblico un po’ lavativo? Al contempo, quel fatto viene ‘pettinato’ e ‘agghindato’ per andare in scena: per farlo diventare ‘fatto’, occorre un po’ taroccarlo. Insomma, si sarà capito: prendi un fatto, lo modifichi, lo dai in pasto all’opinione pubblica e poi lo assumi come nuovo paradigma. Ma qualcosa in mano devi avere (escludiamo qui l’ipotesi, pure concreta, dell’invenzione di una ‘narrazione’ di sana pianta).

Ecco, Renzi ha preso la pavidità, la corruzione, l’insipienza degli intellettuali, e siccome non ha paura — che possa permetterselo o meno, questo è un altro discorso: adesso è in sella, e ha buona stampa, e allora può permetterselo — di usare l’argomento ad hominem, non ha paura di rispondere a chi osi criticare quell’affermazione con un atterrente tu quoque.

Dunque se è vero che gli intellettuali italiani, molti di essi, non sono esenti da colpe perché con una mano prendevano e con l’altra lanciavano i loro strali, allora occorre cercare una risposta, poiché ciò non può ridurre tutti al silenzio. Spiace che i Damilano, i Saviano o i Dario Fo non vedano che accanto ai vecchi soloni che hanno contribuito ad affossare questo paese e accanto ai giovani servi che hanno fatto l’anticamera leopoldina e oggi si spartiscono i posticini sulla stampetta controllata dal premier e dai suoi, ci sono i giovani che quei soloni li hanno subiti, i giovani che quei coetanei li hanno sbertucciati e ridicolizzati. Certo non si ha molto spazio se si critica il premier in carica. Saviano stesso ha preferito Il Post al più appiattito Repubblica (strano lo stesso, dato che Il Post è più renziano di Renzi: ma si sa, in termini di clickbait Saviano paga, e questo è l’importante), e non è molto facile oggi essere intellettuali ‘contro’. Non lo è mai stato, men che meno all’epoca della sinistra che vince pur non piacendo.

Perché questo è un altro dei motivi del silenzio: i ‘vecchi’ per anni hanno inseguito l’utopia egualitaria, il comunismo, il socialismo, una blanda socialdemocrazia. Poi si sono rotti le palle, e senza alcuna autocritica, senza dire “quei modelli sono falliti perché noi siamo stati degli ipocriti e degli opportunisti” hanno mollato gli ormeggi, desiderosi di essere ‘come tutti’. “Basta utopia, basta assalti al cielo: abbiamo avuto, abbiamo succhiato la linfa vitale di questo paese e pensavamo di potere al contempo, ma mollemente, senza vera convinzione, immettere qualche idea di sinistra nel corpo morto del paese”. Ora questo vecchio coleottero svuotato che è l’Italia giace senza polpa, e gli intellettuali che hanno contribuito a svuotarlo o fanno i ‘gufi’ (rischiando di beccarsi il tu quoque) oppure cercano alla disperata la scialuppa che li traghetti verso un approdo tranquillo, che sia il renzismo o il ritorno a occupazioni ‘non esposte’.

E i giovani? “Arrangiatevi”, è il messaggio. “Abbiamo contribuito a rovinare il paese, ma non aspettatevi ora alcun mea culpa, e tantomeno una solidarietà intergenerazionale che consenta a chi ha avuto tutto di assolvere al dovere morale di aiutare chi è rimasto indietro”. Insomma, “attaccatevi al cazzo”, è un po’ il messaggio dell’intellighenzia italica in là negli anni. Che c’entra, c’è anche chi ha fatto di più, esibendo più faccia tosta: quelli che se la prendono con “gli sdraiati”, con i giovani che sono choosy e altre amenità offensive di questo genere. Ma non stupiamoci: è difficile vivere per coloro che tutti i giorni si trovano davanti, come di fronte a uno specchio, qualcuno che gli ricordi la loro mediocrità.

E in effetti molti si arrangiano: ma chi gliela fa fare di criticare il potente di turno? Perché guastarsi la digestione e inimicarsi il caporedattore? Se quei vecchi che oggi ci fanno il gesto dell’ombrello hanno potuto prosperare, è in fondo perché una pletora di ex giovani ormai stagionati gli ha dato ragione senza sbattergli in faccia la loro ipocrisia. Questa è l’unica cosa intergenerazionale infatti: il servilismo.