Categoria: Pace

Contro l’etica terrorista del sacrificio

Caravaggio_Ariete.jpgNel mio ultimo libro, “Eccedenza sovrana“, teorizzavo la teurgia politica. Teurgia è termine della sapienza e della Cabala ebraiche, e indica due cose: una teurgia restauratrice e una instauratrice. Teurgia indica il processo mediante il quale i fedeli, tramite la glorificazione del dio, restaurano la sua potenza o addirittura la creano.
Il tema naturalmente riguarda in filigrana l’obbligazione politica, il ‘to die for’ della sovranità. Perché obbedire, perché essere disposti a sacrificare la propria vita in nome del sovrano? La mia risposta era Barnardine, ubriacone di “Misura per misura” di Shakespeare che viene chiamato per essere ucciso e risponde “Vi prenda la peste alla gola!”. Egli non vuole morire, e non morirà. Non vuole partecipare alla pantomima teurgica, non vuole istituire né restaurare nessun semidio mortale, per usare espressioni care sia a Hobbes che a Shakespeare.
Smontare la teurgia significa mettere da parte, ‘illuministicamente’, ma direi meglio ‘ereticamente’ (poi Adriano Prosperi dice, forzando, che gli eretici furono gli antesignani dell’Illuminismo) la figura deontica del dovere. Morire per cosa, morire per chi? Mi viene in mente un passaggio del filosofo tedesco Habermas a proposito dell’obbligazione politica. Ecco quel che scrive:

“[t]here is a remarkable dissonance between the rather archaic features of the “obligation potential” shared by comrades of fate who are willing to make sacrifices, on the one hand, and the normative self-understanding of the modern constitutional state as an uncoerced association of legal consociates, on the other. The examples of military duty, compulsory taxation, and education suggest a picture of the democratic state primarily as a duty-imposing authority demanding sacrifices from its dominated subjects. This picture fits poorly with an enlightenment culture whose normative core consists in the abolition of a publicly demanded sacrificium as an element of morality. The citizens of a democratic legal state understand themselves as the authors of the law, which compels them to obedience as its addressees. Unlike morality, positive law construes duties as something secondary; they arise only from the compatibility of the rights of each with the equal rights of all” (Habermas 2001: 101)

Ecco, quando vedo la foto degli attentatori di Bruxelles, due fratelli, due figli di donna che vanno a farsi saltare in aria, budella di fuori, ossa triturate, mi chiedo: per chi stanno morendo? Se poi allargo lo sguardo intercetto l”artificiere’, che però sarebbe in fuga. Lui no, non si è fatto saltare in aria. Ecco, smontare la teurgia politica significa dire “vacci tu!”. Vuoi farlo? Fallo tu. Vuoi uccidere persone provando un dolore indicibile? Non sarò il tuo montone, il mio corno non servirà per fondare la tua città.

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Habermas, Juenger. 2001. The Postnational Constellation. Cambridge (MA), MIT Press.

[Questo articolo è apparso anche sul numero del settimanale “Scenari” del 1º aprile 2016]

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Cazzullo, Panebianco e i neoconservatori

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Pare che a proposito dell’affaire Panebianco Aldo Cazzullo abbia scritto questa cosa sul Corriere di oggi, riportata da Sofia Ventura:
“Eppure, proprio mentre il Papa mette in guardia sulla «terza guerra mondiale», il nostro Paese inscena una fiction irenica. Preferisce fingere di continuare a credere alle magnifiche sorti e progressive del pacifismo; come se Monaco 1938 non avesse insegnato nulla. Di Churchill e di De Gaulle nell’Europa di oggi non c’è traccia, mentre vediamo bene dove sono i Chamberlain e i Daladier: dappertutto. Più che una guerra in senso tradizionale, quella che stiamo affrontando è un’epoca. Non sappiamo quando finirà, né come. Ma di una cosa siamo certi: coloro che intendono entrare nella nuova epoca con le orecchie tappate per non ascoltare gli avvertimenti sgraditi, non avranno mai gli strumenti per comprendere il tempo che ci è dato in sorte; e non saranno bravi studenti, né un domani bravi professori, né soprattutto cittadini utili agli altri.”.
Posto che il Papa, qui tirato per la tonaca, quando parla di terza guerra mondiale intenda proprio che dobbiamo andare a bombardare la Libia e non piuttosto che bombardare la Libia è il preludio di quella guerra cui esplicitamente il pontefice romano fa riferimento (e se qualcuno sa che Bergoglio ha consigliato di andare a bombardare la Libia lo prego di dirmelo), spiace dire che l’argomento di Cazzullo è acqua al mulino di chi ha parlato di neocon (non entro nel merito del ‘come’ se ne sia parlato). Volendo difendere Panebianco, infatti, dall’accusa di essere un ‘guerrafondaio neoconservatore’ (secondo l’accusa di coloro che lo hanno importunato mentre faceva lezione), la firma del Corriere tira il ballo il classico argomento dell’appeasement: Monaco. Che è proprio l’argomento dei neocons per giustificare ed autorizzare le guerre di aggressione degli ultimi anni, in particolare nei confronti di Milosevic o di Saddam Hussein, dipinti come novelli Hitler: “riferimenti agli anni trenta, a Monaco e all’appeasement ricorrono frequentemente negli scritti dei neoconservatori. […]; nella letteratura degli anni settanta, quando critiche di appeasement venivano rivolte verso la politica di distensione nei confronti dell’Unione Sovietica (Norman Podhoretz, descrivendo l’atteggiamento dei democratici nel confronti della ‘minaccia’ sovietica: “Le somiglianze con l’Inghilterra nel 1937 ci sono tutte, e questo revival della cultura dell’appeasement dovrebbe turbare il nostro sonno” [The Culture of Appeasement, “Harpers”, ottobre 1972]; nel corso degli anni novanta, quando Milosevic veniva descritto come il nuovo Hitler […]. Così, per esempio, difendendo la necessità di un attacco preventivo contro Saddam Hussein, Perle ha dichiarato: “Un attacco preventivo contro Hitler ai tempi di Monaco avrebbe comportato una guerra immediata, piuttosto che la guerra che scoppiò successivamente. Dopo è stato molto peggio”” [Jim Lobe, Adele Oliveri (a cura di), I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 24-25].
L’idea neoconservatrice per eccellenza era che l’Europa venisse da Venere e gli USA da Marte: mollemente compiaciuti dell’idea di una kantiana ‘pace perpetua’ o di una kelseniana ‘pace attraverso il diritto’, gli europei avrebbero irresponsabilmente portato il mondo sull’orlo del baratro non assumendosi le proprie responsabilità, ovvero non prendendo parte alle guerre USA che il momento unipolare (la momentanea impotenza russa e la crescente debolezza ONU) imponeva per dar seguito al ‘destino manifesto’ di Globocop, lo Stato-polizia globale.
Se si vuole difendere Panebianco nel merito (ripeto, non discuto qui del metodo), occorre forse essere un po’ più cauti nel tirare fuori certi argomenti che soffiano sul fuoco. Proprio come fossero venti di guerra.
***
Ps: Per sapere però chi sono (chi erano?) i neoconservatori, mi permetto di rinviare a una mia breve voce descrittiva apparsa sulla rivista di filosofia del diritto internazionale Jura Gentium e che qui riproduco (ma aggiungo che, come ho scritto in un mio saggio apparso sui Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, i neoconservatori derivavano tra le altre cose anche da una ‘filiazione’ del pensiero di Leo Strauss e Alexandre Kojève mediati da Allan Bloom: “Quando gli trillava il cellulare nella tasca dei calzoni, si appartava per scambiare qualche parola con qualcuno a Hong Kong o nelle Hawaii. […] Quello che gli piaceva era che gli uomini che avevano frequentato i suoi corsi fossero eletti a cariche importanti: la vita reale confermava i suoi giudizi. Si allontanava col telefonino e poi ritornava tra noi per dirci: «Colin Powell e Baker hanno consigliato al presidente di non mandare le truppe fino a Baghdad. Bush lo annuncerà domani[…]» […] Sapevamo quasi tutti che la sua fonte principale era Philip Gorman [alias Paul Wolfowitz]. Il padre di Gorman, professore universitario, si era opposto fieramente ai seminari di Ravelstein ai quali suo figlio si era iscritto. Rispettabili insegnanti di teorie politiche avevano detto al vecchio Gorman che Ravelstein era un pazzoide, che seduceva e corrompeva gli studenti. «Il paterfamilias è stato messo in guardia contro lo scassafamilias» diceva Ravelstein. […] Il giovane Philip era uno dei ragazzi che Ravelstein aveva educato nell’arco di trent’anni. I suoi allievi erano diventati storici, insegnanti, giornalisti, esperti, impiegati statali, pensatori. Ravelstein aveva prodotto (indottrinato) tre o quattro generazioni di laureati” [S. Bellow, Ravelstein, New York, Viking, 2000; trad. it., Ravelstein, Milano, Mondadori 2000, pp. 71-72 (corsivi miei).]”)
F. Tedesco, Neoconservatori [Jura Gentium, 2005]:
“Gruppo di intellettuali, accademici, analisti politici statunitensi, i neoconservatori (neoconservatives) o neocon sono attualmente parte integrante della burocrazia della sicurezza nazionale Usa. Si tratta di un movimento a base piuttosto ristretta, un network di persone che lavorano insieme da un trentennio; esso è animato per la gran parte da ebrei americani e si pone alla testa di una coalizione che comprende la destra repubblicana nazionalista tradizionale (Dick Cheney e Donald Rumsfeld) e la destra cristiana (Gary Bauer e Ralph Reed). Dopo alcuni prodromi negli anni ’50, il neoconservatorismo, inteso come movimento attivo nell’ambito delle questioni di politica estera, si afferma verso la fine del decennio successivo. È proprio in quegli anni che, a seguito di alcune vicende di politica interna e internazionale (l’isolamento internazionale di Israele dopo la guerra del ’67; il Vietnam e la paura che gli Usa potessero abdicare al loro ruolo nelle relazioni internazionali; il disincanto degli ebrei americani riguardante le Nazioni Unite e il Terzo Mondo), alcuni sedicenti liberal – sentendosi “rapinati dalla realtà”, come ebbe ad affermare uno dei padri del movimento, l’ex trotzkista Irving Kristol – mutano prospettiva e si allontanano dall’ala liberal del Partito democratico (il prefisso ‘neo-‘ testimonia tale trascorso). Negli anni ’70, i neoconservatori costituiscono il Committee on the Present Danger [Cpd], facendo così rivivere una lobby anticomunista degli anni ’50. L’intento è quello di contrastare la politica di distensione con l’Urss sostenuta dal presidente Carter e di affermare invece un’idea unilateralista di mantenimento del potere attraverso la forza militare. Così, con l’appoggio della destra repubblicana e dell’industria militare, i neoconservatori si fanno sostenitori di una politica internazionale Usa espressa dal motto “Peace through Strength” [pace tramite la forza]. Quando Reagan – membro del Cpd – diventa presidente, nomina 33 membri del Cpd nei gangli vitali della sicurezza nazionale. È l’era del militarismo aggressivo degli Usa (roll-back strategy) e del Tina, “There Is No Alternative” al modello capitalistico e di libero mercato. Dagli anni ’90 in poi si afferma definitivamente la linea strategica dei neoconservatori: con il Defence Planning Guidance, Paul Wolfowitz e Lewis Libby delineano la politica estera statunitense dalla Guerra del Golfo a oggi. È impressionante apprendere, alla luce dei fatti dell’undici settembre, che una delle associazioni dei neoconservatori, il Project for the New American Century [PNAC], abbia sostenuto all’inizio degli anni ’90 che per fare accettare le linee del neoconservatorismo all’establishment di politica estera sarebbe stato necessario un evento straordinario e catastrofico, una nuova Pearl Harbor. Il catalogo delle idee dei neocon è questo: unilateralismo interventista degli Stati Uniti (definito anche internazionalismo conservatore); ridimensionamento del ruolo delle Nazioni Unite; idea della missione redentrice degli Usa; assolutismo morale e idea della preminenza dei valori ‘americani’ in un’ottica di scontro delle civiltà; stretto legame tra le sorti di Israele – considerato l’avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente – e la politica estera statunitense; in relazione all’istituzione della Corte Penale Internazionale, nozione della indiscutibilità della sovranità statunitense in tutte le sue espressioni; disprezzo nei confronti dell’Europa (in sostanza, il loro discorso è: gli europei parlano di difesa dei diritti, ma quando si tratta di intervenire e di sporcarsi le mani, si muovono solo gli Usa); politica ‘ostile’ nei confronti di Paesi antagonisti (la Cina in primis). Thomas Friedman – rispondendo ad un intervistatore – ha detto di recente dei neoconservatori “potrei darle il nome di venticinque persone (che in questo momento lavorano tutte in un raggio di cinque isolati da questo ufficio) che, se un anno e mezzo fa fossero state esiliate su un’isola deserta, la guerra in Iraq non sarebbe mai avvenuta”.”

ONU, guerra giusta, guerra preventiva, guerra al terrore

Nel 1999 il giurista internazionalista Michael J. Glennon aveva affermato che l’intervento in Kosovo della Nato, nonostante fosse in palese violazione della Carta Onu, poneva la pietra tombale sulle “antiquate”
(ma tuttora vigenti) regole del diritto internazionale in tema di peacekeeping e peacemaking da questa stabilite.
Aveva aggiunto che della morte di tale sistema di regole – che prevedono l’intervento del Consiglio di sicurezza solo in caso di “cross-border attack” e «sotto le quali i più sanguinosi conflitti erano stati liquidati come “questioni interne” [agli Stati]» (Glennon, The New Interventionism, in Foreign Affairs, May/June 1999) – non c’era da rammaricarsi in quanto esso collide con le “moderne idee di giustizia” e risulta “fuori sincrono” poiché si attarda a considerare la violenza fra gli stati come la maggiore minaccia alla sicurezza internazionale laddove invece i più sanguinosi scontri avvengono nell’ambito della “domestic jurisdiction”. Ma aveva anche ammonito contro la pratica di rimpiazzare la vecchia struttura formale “anti-interventista” con un nuovo impianto normativo traballante, vago e creato ad hoc.
Delle difficoltà che attanagliano il sistema internazionale e l’Onu
si è accorto anche Kofi Annan, il quale nel 2003 ha istituito – col compito di suggerire soluzioni e riforme – l’High-Level Panel on Threats, Challenges and Change.
Il Panel ha emesso, nel dicembre 2004, il suo rapporto, il cui
nocciolo è il tema dell’uso della forza. In esso si afferma che la forza può
essere esercitata legalmente solo in risposta a una minaccia imminente oppure quando il Consiglio di sicurezza ne autorizzi l’uso.
Inoltre, si sostiene che essa dovrebbe essere esercitata – dagli stati o dal Consiglio – in base a cinque criteri di legittimità: se la minaccia è sufficientemente grave; se lo scopo è appropriato; se tutte le opzioni non-militari sono state esperite; se l’azione militare è proporzionata alla minaccia; se vi sono ragionevoli possibilità di successo.
Sull’ultimo numero della Policy Review, commentando queste che
sembrano quasi risposte alle sue preoccupazioni, Glennon ha affermato che le proposte dell’High- Panel sembrano postulare che il mondo sia governato da una moralità oggettiva e ignorano la realtà, recuperano la dottrina medievale della guerra giusta e tentano di istituzionalizzare l’idea che uno stato possa agire militarmente di fronte a un attacco imminente in base a una ricostruzione erronea della dottrina internazionalistica.
Secondo Glennon, la dottrina della guerra giusta riemerge nel rapporto dell’High-Level Panel quando esso, sulla base dei criteri di legittimazione dell’uso della forza presuntamente valutabili su di un piano universale, asserisce che l’intervento militare deve essere deliberato «per le giuste ragioni, moralmente», e che la forza deve essere esercitata solo quando la «buona coscienza» lo permetta. E, ancora, quando esso afferma che occorre consolidare un «atteggiamento morale» di condanna del terrorismo.Per quanto riguarda il criterio dell’imminence dell’attacco proposto dall’High-Panel, Glennon lo definisce irrealistico:
«Nessun politico assennato, sapendo che qualche stato canaglia o qualche gruppo terroristico sta preparando un attacco nucleare, suggerirebbe di star seduti ad aspettare che l’attacco diventi imminente». E tuttavia il Panel pretende di legittimare tale criterio sulla base dell’interpretazione dell’art. 51 della Carta Onu (che in realtà prevede l’uso della forza da parte di uno Stato solo in funzione auto-difensiva fino all’attivazione del Consiglio di sicurezza), e afferma che è costante norma di diritto internazionale che uno stato possa intraprendere azioni militari di fronte a un attacco imminente. Ma, sostiene Glennon, la dottrina internazionalistica ha da tempo messo in rilievo che l’art. 51 prevede l’uso della forza esclusivamente nel caso in cui uno stato debba difendersi da un attacco armato, e non nel caso in cui l’attacco sia imminente ma non attuale.
Tuttavia, l’intenzione di Glennon non è certo di richiamare al rispetto dell’art. 51, quanto di criticare la pretesa dell’Onu – espressa mediante le proposte di riforma dell’High-Panel – di rievocare a sé il monopolio dell’uso della forza militare. Tra tali proposte, tutte tese a includere mediante un’interpretazione arbitraria della Carta Onu i comportamenti degli Stati Uniti tra le attribuzioni del Consiglio di Sicurezza, figura quella di istituzionalizzare l’intervento umanitario. In altre parole, per Glennon non è criticabile l’uso della forza preventiva o l’ingerenza umanitaria, quanto il tentativo dell’Onu di porre il cappello del Consiglio di sicurezza su tali attività qualora esse siano svolte per iniziativa dei singoli stati (gli Stati Uniti, per essere precisi) al di fuori del controllo del Consiglio.
Dunque il vizio peggiore del rapporto dell’High-Level Panel è, per Glennon, di non considerare alternative – quali potrebbero essere un’alleanza fra i paesi democratici, delle integrazioni regionali rafforzate o delle “coalizioni di volenterosi” meno ad hoc – all’ormai “vecchio” modello delle Nazioni Unite che pretende di attribuire il monopolio dell’uso della forza al Consiglio di sicurezza: «L’ipotesi che vi siano altre opzioni per gestire l’uso della forza che possano funzionare meglio del Consiglio di sicurezza è semplicemente non all’ordine del giorno » dell’High-Level Panel.In conclusione, per un realista come Glennon elaborare modelli di pacifismo istituzionale (o di gestione dell’uso della forza) che passino attraverso la riforma dell’Onu è una via velleitaria e idealistica al raggiungimento di un ordine internazionale più saldo.
Una via tanto più velleitaria in quanto fondata su un’erronea lettura
delle vicende storiche: «Nel corso del diciottesimo secolo, la pace in Europa è stata mantenuta sulla base dell’equilibrio di potenza, più che attraverso istituzioni legaliste». Per Glennon l’eccentricità della Carta dell’Onu – la sua incapacità di approntare strumenti d’interpretazione e trasformazione del contesto internazionale – è ormai un dato di fatto ampiamente condiviso dalla dottrina e dalle diplomazie di buona parte del globo. Ciò che non è condiviso, per Glennon, è l’idealismo di un progetto di riforma che tenti di recuperare centralità a delle Nazioni Unite sempre meno legittimate. E – citando Henry Cabot Lodge – «vi è un grave pericolo in un idealismo non condiviso».

Ti conosco Palestina!

Evidentemente il presidente del consiglio ha impartito ai suoi ministri dei cespugli del centro-destra l’ordine di scuderia di sparire dalla circolazione. Lupi, Lorenzin, Alfano, per dire: spariti. Niente dichiarazioni in tv, niente comparsate. Solo Renzi, tutt’al più Boschi, Madia. Poletti ogni tanto. Eppure, nell’attività parlamentare e di governo l’ambiguità patente di un governo di centro-sinistra-destra si consuma tutti i giorni. Ogni tanto uno sgambetto, poi la minaccia (“piantatela, sennò mi dimetto e andiamo a elezioni, e voi col cazzo che sarete rieletti”) e il ritorno alla ‘normalità’. Ma più degli sgambetti colpiscono le consonanze, le affinità. Quelle, ben più tremende delle discrasie, emergono in questioni vitali per il nostro paese.

Una delle ultime bizzarre espressioni di questa strana (ma neanche tanto strana) affinità riguarda il voto del parlamento sul ‘riconoscimento’ della Palestina come Stato. Naturalmente, la pavidità cerchiobottista della politica italiana (che niente ha a che vedere con la strategia realista della politica estera italiana della Prima repubblica: equidistanza o equivicinanza — e anche disponibilità ad aprire corridoi per il passaggio di armi — in cambio della garanzia di essere risparmiati dagli attentati) ci ha messo del suo. E però il voto della maggioranza, che ha prima approvato la mozione del Pd e poi quella proposta da Ncd, è proprio il segno dei tempi. Non mi interessa qui capire quanto le due mozioni fossero differenti: nella vulgata è passata l’idea che quella del Pd fosse più coraggiosa, quella di Ncd invece condizionasse il riconoscimento al dialogo e alla pacificazione di Hamas con Israele.

Mi interessa invece interrogarmi su due aspetti. Il primo relativo alla mozione Pd. In essa si legge infatti che si impegna il governo “a promuovere il riconoscimento della Palestina quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967”. Nessuno, sulla stampa, ha parlato di questo passaggio. Che vuol dire “i confini del 1967”? Come tutti sanno, il 1967 ha un ‘prima’ e un ‘dopo’ abbastanza importanti, ed è al centro delle rivendicazioni e degli attriti nel conflitto israelo-palestinese. La risoluzione delle Nazioni Unite (242, 22 novembre 1967) impone infatti il ritiro dai Territori occupati da Israele con la Guerra dei Sei Giorni. Dunque la viscida ambiguità della mozione gioca malamente con questo dato, richiamando genericamente un data che però è uno spartiacque la cui considerazione ha a che fare con il buon esito dei negoziati. E non si tratta di uno scivolone, di un errore. No, si tratta di un’ambiguità deliberatamente perseguita, come hanno peraltro confermato voci interne allo stesso Pd.

Altra questione riguarda la mozione Ncd. In essa, infatti, non si chiede affatto al governo di impegnarsi a riconoscere la Palestina, ma si chiede l’impegno del governo “a promuovere il raggiungimento di un’intesa politica tra Al-Fatah e Hamas”. Ma Hamas non era considerata in mezzo mondo un’organizzazione terroristica? E come fa Ncd a impegnare il governo a promuovere l’intesa che abbia come protagonista un’organizzazione che certamente quelli dell’Ncd ritengono, in linea con la Casa Bianca e l’Unione europea, terroristica? Dunque Ncd, pur non riconoscendo la Palestina, riconosce Hamas. Una buona notizia…

I soliti pasticci all’italiana, si dirà. Certo, tutto vero. Ma il grado di scaltra cialtroneria di certa classe politica raggiunge, con questa faccenda, vette inarrivabili.

Terrorismo e orientalismo

Orestiade_africana_1970c15Intendo guardami bene dal sostenere che le ‘ferite’ della storia siano di marca esclusivamente occidentale (benché il ‘contributo’ dell’Occidente sia piuttosto significativo), la qual cosa talvolta accade con talune versioni del relativismo, nelle quali alcuni intellettuali occidentali sedicenti radicali riversano sulla propria parte il fardello di tutte le nefandezze possibili, e con ciò automaticamente consegnando agli ‘altri’ (ben strano esempio di ‘alterizzazione’!) il ruolo di ‘buoni’. Vorrei dire qualcosa in più su quest’ultimo tema. In alcuni ambienti intellettuali, e in modo piuttosto esteso, è diventata quasi un luogo comune l’idea che – lo dico in modo piuttosto semplicistico – essere ‘a favore’ per esempio dei diritti umani significhi essere a favore dell’imperialismo statunitense. Tuttavia questo habitus intellettuale, che spesso attecchisce sul terreno del pensiero che si vorrebbe ‘critico’, a mio avviso non si avvede che essere a favore dei diritti umani oggi non può non voler dire anche essere ‘contro’ l’atteggiamento che gli Stati Uniti tengono, in materia di diritti umani, sul proprio territorio e sull’altrui. In altri termini, e per mitigare quella che potrebbe sembrare una triviale affermazione di ‘anti-americanismo’, difendere il linguaggio dei diritti umani come strumenti di resistenza all’oppressione oggi significa difenderli anche ‘contro’ l’atteggiamento egemonico e unipolare degli Stati Uniti. Certo non escludo affatto che i diritti umani possano essere, se usati in modo strumentale, un mezzo di ‘colonizzazione’ da parte delle grandi potenze.E anzi abbiamo visto ampiamente all’opera questa retorica.

Insomma, i cattivi da una parte (la ‘nostra’ — e si sappia che uso queste categorie in modo semplificatorio, per capirci, ché stento a pensare ci sia un ‘noi’ così strutturato), i buoni dall’altra: e i buoni vittime dei cattivi. Altra versione: i cattivi dell’altra parte sono marionette dei cattivi che stanno da questa parte. Essi non hanno alcuna autonomia, sono nostri ‘prodotti’, prodotti dell’Occidente.

Questi ragionamenti si appoggiano spesso alla cosiddetta genetic fallacy. La fallacia genetica è quell’errore che per esempio con riguardo ai diritti umani ritiene che, essendo essi — si presume, in realtà è tutto da vedere, almeno in questi termini così radicali — il frutto della cultura, delle religioni, del pensiero occidentali, allora siano utili e applicabili solo all’Occidente stesso, e tutto il resto sia imperialismo culturale (o, peggio, economico e militare tout court).

Questa fallacia opera anche in altri ambiti, nei quali si presume che l’origine di un fenomeno ne determini poi la sviluppo e gli esiti, per sempre. Essa opera anche riguardo al terrore: siccome ISIS, al Qaeda e altre robe di questo genere, così come fu per lo sceicco Yassin, finanziato dagli States in funzione contrastiva dei laici di al Fatah, o per i mujaheddin afgani, sono il frutto teratologico della politica occidentale, ‘allora’ non contano nulla. Un ragionamento del genere, peraltro, sembra il frutto di un colonialismo in reverse, che assegna all’Occidente sempre e comunque la decisione dei destini del mondo: “L’Occidente fa, l’Occidente disfa”. Ho sentito in televisione — prima degli sviluppi libici — illustri professori di Relazioni internazionali dire che l’Isis non conta nulla, non comanda niente, e che dunque basta che l’Occidente smetta di prestargli attenzione per farlo svanire. “L’Occidente fa, l’Occidente disfa”.

Paradossamente questi ragionamenti sono pericolosamente affini, almeno nelle premesse, a quelli degli interventisti che propugnano, anche in queste ore, la soluzione militare: entrambe le parti pensano che sia sempre e solo l’Occidente a governare la storia del mondo. Solo che che i ‘radicali’ non lo sanno, e pensano di essere attenti alle ragioni degli altri; mentre gli interventisti sono tronfiamente consapevoli. In entrambi i casi un errore fatale e tragico, che si nutre delle grottesche proiezioni che una sola parte del conflitto fa dell’altra.

Quando il Saladino era più tollerante del Papa

Melchisedec giudeoNella novella III della Prima giornata del Decameron di Boccaccio, Melchisedech giudeo con una novella di tre anella cessa un gran pericolo dal Saladino apparecchiatogli si si narra del Saladino che, versando in ristrettezze economiche e avendo bisogno di un prestito, si ricordò del ricco ebreo Melchisedech, il quale prestava a usura in Alessandria d’Egitto. Convinto che questi non gli avrebbe prestato volentieri i suoi denari, e non volendo usare la forza per ottenerne, il Saladino lo convocò a corte per chiedergli una sorta di responso sapienziale la cui risposta avrebbe potuto mettere nei guai l’ebreo e costringerlo, per tirarsene fuori, a sborsare il denaro necessario al Saladino. Così gli chiese: “Valente uomo, io ho da più persone inteso che tu se’ savissimo e nelle cose di Dio senti molto avanti; e per ciò io saprei volentieri da te quale delle tre leggi tu reputi la verace, o la giudaica o la saracina o la cristiana”. Per non cadere nel tranello che il Saladino “davanti a’ piedi teso gli aveva”, Melchisedech fece ricorso alla leggenda medievale dei tre anelli. Lascio al piacere della lettura di Boccaccio la scoperta di come argomentò l’ebreo: la sostanza è che nessuna delle tre religioni primeggia sulle altre, in ognuna è possibile la salvezza e ciascuno crede di vivere nella vera fede. Tuttavia nel racconto di Melchisedech si scorge la convinzione che almeno una delle tre fedi è quella vera, solo non è possibile sapere quale sia, così come nella leggenda solo uno dei tre anelli donati dal padre morente ai tre figli è quello vero, e gli altri sono delle copie perfette. Dunque si tratterebbe di un relativismo della tolleranza, più che dell’equivalenza delle religioni. Non così nell’interpretazione panteistica e anti-dogmatica che il mugnaio friulano del ‘500 Domenico Scandella detto ‘Menocchio’ diede della leggenda, sostenendo invece che le tre religioni si equivalgono e convergono su un unico fondamentale precetto, di amare il prossimo. Icasticamente, a Melchisedech la leggenda valse la salvezza; l’interpretazione più radicale datane da Menocchio invece ne accelerò la condanna come eresiarca[1].

[1] Cfr. C. Ginzburg, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500, Einaudi, Torino 1999, pp. 58-60.

[* Estratto dal mio libro Diritti umani e relativismo, Laterza, Roma-Bari 2009, pp. 21-22]

Una Norimberga per Israele? Il perché di un esempio sbagliato

Sul sito di Historia Magistra campeggia da qualche giorno un appello di intellettuali per una “Norimberga per Israele”. Gli estensori e i firmatari dell’appello si riferiscono al rinnovato conflitto israelo-palestinese e al l’operazione Protective Edge che il governo Netanyahu sta conducendo da ormai un mese contro Gaza, con ingentissime perdite di vite (soprattutto civili, con un numero elevatissimo di bambini) da parte palestinese e alcune decine di vittime tra i militari israeliani.
L’attacco, condotto in violazione del diritto internazionale, è caratterizzato da una immane sproporzione nell’impiego dei mezzi (rudimentali razzi, neutralizzati dal sistema di protezione Iron Dome), e denuncia la volontà del governo israeliano di mettere alle corde il movimento radicale di Hamas, egemone in una Striscia che dopo decenni di laicismo riscopre l’islamismo aggressivo che per anni gli Stati Uniti avevano foraggiato nella speranza di contrastare Al Fatah.
Contro l’attacco israeliano hanno tuonato persino i maggiori protettori del governo di Tel Aviv: si narra di una telefonata in cui Obama avrebbe alzato la voce con Bibi intimandogli il cessate il fuoco,e anche l’ONU si è mossa, nonostante i due interventi siano stati piuttosto blandi e in qualche misura ipocriti.
Ora, rispetto a questa situazione gli intellettuali (tra cui Angelo D’Orsi e Domenico Losurdo) hanno schierato uno zoliano e cubitale “noi accusiamo”, invocando una Norimberga per Israele.
L’appello ha scatenato violentissime polemiche, come sempre accade quando si tocca un nervo scoperto come il conflitto in “Terra santa”.
Si potrebbe con tranquillità affermare che la stragrande maggioranza di esse è pretestuosa. Come quelle uscite che, per tacitare la critica, impropriamente sovrappongono l’antisionismo all’antisemitismo (l’ebraismo italiano su questo ha dato prove penose). Ed è dunque necessario, per dire qualcosa, cercare di attenersi asciuttamente ad alcuni dati di realtà.
Il primo di tutti riguarda a mio avviso l’inopportunità di richiamarsi a un tribunale speciale ex post, quando per esempio sul piano domestico la nostra alta cultura giuridica ha scritto parole precise in Costituzione contro i tribunali speciali. Si obietterà che nel diritto internazionale i tribunali spesso sono stati ex post (Norimberga, Giappone, Rwanda, ex Iugoslavia).
Vero, ma — al di là delle debite differenze che pure occorrerebbe tenere presenti tra queste varie esperienze — quel che è chiaro è che Norimberga fu l’esempio di quella giustizia dei vincitori che colpì la parte sconfitta tralasciando le gravissime responsabilità degli Alleati e degli Stati Uniti. Si pensi solo che in queste ore ricorre l’anniversario dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki da parte degli States. O si pensi al mattatoio di Dresda.
È questa la giustizia che vogliamo?
Direi di no. Allora che fare?
Il caso più rilevante di tribunale ‘non speciale’ e ‘non ex post’ è quello della Corte Penale Internazionale. L’insigne internazionalista Richard Falk, che del conflitto israelo-palestinese è grande esperto, ha analizzato tutte le questione giuridiche legate a questa ipotesi. Con un certo ottimismo, ha concluso che pur non potendosi invocare un intervento della ICC, l’appello a essa corroborerebbe le ragioni della Palestina di fronte a un’opinione pubblica internazionale già molto colpita dalla condotta di Israele e dalle sue ripetute violazioni del diritto internazionale.
Meno ottimisticamente, ci si può limitare a ricordare che la Corte opera su base pattizia, e che Israele non ne ha sottoscritto lo Statuto. E occorre ricordare anche che la Palestina non gode al momento dello status sufficiente a poter invocare l’intervento della Corte (davanti alla quale, peraltro, essa stessa potrebbe venire trascinata per quelle stesse fattispecie per le quali la Corte ha giurisdizione). Più in profondità, la ICC non va esente dall’accusa di essere troppo ‘legata’ alle grandi potenze (gli Stati Uniti, per l’appunto, che per esempio conducono da anni una strategia di trattati paralleli con gli Stati firmatari per evitare che la giurisdizione della Corte venga estesa ai militari statunitensi).
Certo non è peregrina l’ipotesi di Falk di invocare l’intervento della Corte al fine di stimolare ulteriormente l’opinione pubblica mondiale. Almeno a livello mediatico, la cosa susciterebbe grande clamore.
Ma si ricordi che quando si è stati tentati dalla giurisdizione universale, gli Stati hanno reclamato e ottenuto il rispetto del loro potere sovrano di non ingerenza (si ricordino i casi si Pinochet e dello stesso Sharon per i fatti di Sabra e Shatila).
Che fare, allora? Non volendo dare compiti alla politica, dalla quale certo tutti ci aspettiamo una minore ipocrisia e un maggiore coraggio nel chiedere il rispetto delle norme del diritto internazionale (e in primis ce lo aspetteremmo da un inane governo italiano, che dopo decenni di amicizia col mondo arabo ha da qualche tempo scelto con troppa nettezza di fare il cane da riporto dello zio Sam), forse si può chiedere agli intellettuali di spiegare tutto questo. Di spiegare perché Norimberga non è un modello. Di spiegare perché la Corte Penale Internazionale è un percorso accidentato. Di spiegare il legame troppo stretto tra il diritto internazionale e la politica. Insomma di spiegare il mondo. Niente contro gli intellettuali militanti.
Ma la militanza e l’impegno non si manifestano solo nella sottoscrizione degli appelli. Occorre l’intelligenza nelle cose, soprattutto in questi tempi bui di pensiero unico che tutto dissolve in un mostruoso continuum transpolitico in cui non è più dato conoscere le ragioni e i torti. Perché essere partigiani è soprattutto questo: contribuire a conoscere le ragioni e i torti.

The Empty Throne. The West and Human Rights in China

Etimasia

Etimasia is, in the Eastern Church, the empty throne surrounded by elements of Christological symbolism. Although the image of an empty throne can be traced to the Upanishads, an empty throne was also found at Knossos, as well as the empty throne prepared for Alexander by Eumenes, commander of the Macedonian troops in Asia, and the sella curulis which was exhibited, empty, during the yearly games in Ancient Rome.

Hetoimasia, as Giorgio Agamben tells us (as well as the verb hetoimazō, and the adjective hetoimos), “is in the Septuagint’s Greek a technical term, in the Psalms, which refers to the throne of YHWH” (Agamben 2009, p. 268). Therefore an empty throne refers to the terrible Jewish tetragrammaton. In rabbinical tradition, the empty throne is one of the seven things that He Himself created before the world, while in Christian theology the empty throne is eternal as much as God Himself, but in any case, it is the symbol of his glory. Objective glory, the glory of God Himself, but also subjective glory or glorification. Elements that according to Agamben are in a circular relationship: subjective glory performs objective glory, nourishes it, substantiates it, and creates it.

There is another ‘empty throne’ that interests us. This is the chair reserved for the 2010 Nobel Peace Prize honoree Liu Xiaobo on the day of the presentation ceremony in Oslo. Liu, who was sentenced to 11 years in prison for having promoted the political manifesto Charter 08 (the formal charge is ‘subversion’) was not able to be present at the ceremony, was unable to collect the check for $ 1.5 million, and was not present to make a speech.

This was a widely expected outcome, nevertheless it was decided to leave the chair empty. On this emptychair was laid the award.

Of course, the empty chair is not an oversight, but responds to a practice that draws on ancient symbolism of which we have said is found in many cultures: the ‘empty throne’. It is a ‘throne,’ a place not so much to the glory of Liu as a person, as much as it is a glorification of what he represents: Human Rights.

But, as in the thesis of Agamben regarding God, this glorification circularly feeds Human Rights, it creates them and keeps them alive (in Agamben, however, the circularity is not necessarily a positive connotation, as it denounces the conceit of the creator).

That empty chair wants to have the political power of an absence that is at the same time presence. If not, Chinese censorship would not have grotesquely intervened to prohibit not only the use of the word ‘Oslo’ (home of the Nobel Peace Prize), but above all the expression ‘empty chair’, thus creating the vacuum of a vacuum.

Not only is there a void that terrifies, but even the image of the void terrifies, because it performatively ‘produces’ the discourse on Human Rights in China.

However, the glorification is ambivalent since (we’re still following Agamben here) it denounces the emptiness of the throne and the glory. Metaphors aside, the vacant chair was a risk that the discourse on Human Rights, behind the glorification for the glorification, remains empty talk, unrealized, with no content. A tribute to a vainglorious rhetoric fueled only by hymns of praise but not rising from any facts.

This risk is not just about China, a country whose history, according to Charter 08, is characterized among other things by a long series of Human Rights violations: “The Campaign against the Right (1957), The Great Leap Forward (1958-1960), The Cultural Revolution (1966-1969), the June 4 Massacre (or Tiananmen Square, 1989), the current repression of all unauthorized religions and the suppression of the Weiquan movement for the defense of Human Rights”(Charter 08).

It is in fact a risk which leads some theorists to believe that the concept of Human Rights is an ‘ideology in decline,’ undermined by the use made of said rights by some Western powers.

While not agreeing with this analysis (the ‘performative’ value of Human Rights is of great political power), it must be recognized that Liu had exposed the hypocrisy and contradictions of the Human Rights ‘ideology’. Think of the neo-conservative doctrine (and the arduous difficulty of identifying discontinuity between the George W. Bush administration and the Obama administration on this issue), and of the attempt of exporting of democracy and Human Rights via the War on Terrorism (Obama has changed its name: from ‘War on Terror to ‘Overseas Contingency Operations’), at times ominously dubbed ‘Humanitarian War.’ In fact, this oxymoron poorly disguises the enormous disproportion between the stated purpose (peace) and the death penalty imposed collectively and without trial for the thousands (in the case of Iraq tens of thousands) of innocent civilians. The patch is worse than the hole, if the expression used to describe the killing of civilians by NATO forces is that, dating back to the medieval doctrines of ‘just war’ and, before them, among others, the Stoa and Philo of Alexandria – of ‘collateral damages.’

In other words, we are faced with a manifest contradiction between the hyped defense of Human Rights on the part of the “West’’, with all the rhetorical and ideological apparatus that accompanies them, and the violation of them by the “West’’ (the use of quotation marks around words such as ‘West’ or ‘Asia’ proves their heuristic inadequacy; we use the marks to cast a light on this point, aware that they are likely to essentialize today’s highly complex and not at all monolithic reality: see Tedesco 2009).Recent evidence of this hypocrisy is the media campaign (widely shared by highly civilized Europe) to save Sakineh Mohammadi Ashtiani from condemnation to death by stoning. The implicit content being that the death penalty is unlawful only if it is imposed in a manner ‘bloody ‘and’ barbaric’ (as if it was not per se cruel and barbaric when imposed by lethal injection of sodium pentothal—of Italian production). Europe has certainly not been mobilized with the same fervor against the death penalty in the United States or China, and the same can be said of the dozens of Hollywood stars or politicians (including Ed Miliband and Bernand Kouchner—the latter was the first ‘theorist’ of the ‘humanitarian war’ after the fall of Berlin Wall) that have never signed a petition against the death penalty in the United States. Let’s try to think what would happen to the mobilization of these champions if the Iranian authorities were to replace being stoned to death to lethal injection. Perhaps then critics would find nothing to complain about.

Yet criticisms similar to those of which we have just given cognizance are charged against the “West’’ by non-Western countries, primarily the Asian states and China. There is therefore a unique closeness between the critics of the ‘Western’ ideology of Human Rights and its ‘Oriental’ critics. But how are things really? And who is right?

First, with reference to the problem of war, it is necessary, at the minimum, to account for the reflection of Mencius, who supported the idea of a war that would today be called ‘humanitarian’ (made for peace and humanity).With that in retrospect it seems a sinister irony, he called such an event a ‘punitive expedition’. Mencius suggested that one of the requirements, absent in the Christian theological reflection on bellum justum, was the ‘consensus of the world’ (Tedesco, 2009, p. 55).

But this is certainly not enough for making current the idea that China wields a soft power similar to the power of attraction which Europe exerts on the Eastern European countries of the former Soviet Bloc in the orbit of rights. Albeit a target of criticism, the Statute of the International Criminal Court has not been ratified by China (nor by the United States, nor Russia) which therefore believes it is avoiding international criminal jurisdiction on the cases of war crimes, crimes against humanity, genocide and aggression. It comes not only from this, of course (especially because, we repeat, the ICC is not free from-founded critical comments that we can not mention here: see Tedesco 2009, p. 4, 99). Neither is it to justify China’s position on the theme of Human Rights, the thesis that they are used, in the manner that was employed with the Socialist States at the time of the Cold War, as the tools of ‘accusers’. On the part of the supporters of ‘Asian values’, Human Rights (in particular Civil and Political rights) are being turned by the West into an insult against Asia. Used to detect their failure of these countries to respect Human Rights, while the West forgets the violations of those same rights in the States to which it is politically aligned.

Yet in China, Liu is in prison, sentenced to 11 years, because he wrote a political document in which the content contains nothing seditious or subversive in the eyes of a ‘Western.’ Charter 08 recalls the values of the rule of law as well as Europe has seen birth and development, of the rule of law in spite of its contradictions (not thelast, colonialism). Is this enough to justify a punishment so severe? It is enough for us to say, even after a massive andhealing relativistic effort to criticize Western missionary pretentions to civilize other nationsthat the censorship against Liu is not horrifying, that it is acceptable?

It seems not. On the contrary, it appears that the empty throne of Liu can be a warning not only for China but also for all the countries of the “West” that have given rise to a progressive abdication of the values of a glorious (though, again, full of contradictions which are liable to vitiate it from the foundations) legal tradition. The empty throne is also a critique of the West to the extent that it, abdicating the rule of law and habeas corpus, is denying itself (or pursues it ultimate fulfillment).

 

 

Agamben, Giorgio (2009), Il Regno e la Gloria, Bollati Boringhieri, Torino.

Charter 08 (2008), http://www.charter08.com/

Tedesco, Francescomaria (2009), Diritti umani e relativismo (Human Rights and Relativism), Laterza, Roma-Bari.

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[*] This essay has been published in: Anna Loretoni, Jérôme Pauchard, Alberto Pirni (eds), Questioning Universalism. Western and New Confucian Conceptions, ETS, Pisa 2013