Categoria: Politica

Livor Massimo

dalema-640“La «rottura sentimentale» che in un’altra intervista (sempre all’ottimo Aldo Cazzullo) rimproveravi a Renzi è davvero la chiave per comprendere ciò che sta accadendo a sinistra: salvo che si è già consumata da tempo, e precisamente da quando tu, con lucidità politica e coraggio personale, hai tentato invano di modernizzare la sinistra italiana (post)comunista”. Queste parole di Fabrizio Rondolino, ovvero di uno degli ex Lothar di D’Alema, sono — assieme a tutte le altre del suo editoriale sull’Unità  — il ritratto nitido del Lider Massimo. Il più nitido. Nelle sue parole, Rondolino malignamente quanto realisticamente dice una cosa, in fondo, che noi qui traduciamo così: che D’Alema avrebbe voluto essere il Craxi che Craxi non era mai riuscito a essere, ovvero il modernizzatore che sposta l’asse della sinistra al centro per conseguire politiche ‘riformiste’ improntate all’esaltazione dell’impresa, dell’individualismo, del liberalismo. Tutto quello che, pur maldestramente, Craxi avrebbe voluto fare se non fosse annegato nella cloaca della corruzione e della febbre arraffona che caratterizzava lui, il suo clan, il suo partito. E del resto il ritratto di Tony Blair è su questo quanto mai icastico. (Naturalmente Rondolino ammanta di valore assiologicamente positivo quella svolta dalemiana).

Ma il punto è proprio questo, e spiega anche in termini psicanalitici l’amore e l’odio tra Matteo e il padre D’Alema. Perché Matteo è quello che Massimo avrebbe voluto essere e non è diventato, e D’Alema questo non può perdonarglielo. Certo anche D’Alema era figlio del suo tempo, ovvero il progetto non era ‘suo’ ma di un’intera classe dirigente che voleva fare i conti col comunismo (per usare il titolo di un bel libro di Aldo Schiavone che però mi pare andasse davvero in un altro senso, suggerendo piuttosto un ritorno a Rousseau). Ma i conti fatti male poi non tornano.

In fondo in D’Alema (e in Veltroni) si nascondeva (ma neanche tanto) il seme del renzismo. Ed è imperdonabile che Matteo sia diventato più dalemiano di D’Alema. Che chiude così la propria parabola: da Lider Massimo a Livor Massimo.

 

Togliete la cittadinanza italiana ai cervelli in fuga!

Qualche tempo fa due studiosi italiani da anni residenti negli Stati Uniti, Antonio Iavarone e Anna Lasorella, hanno fatto una sensazionale scoperta: hanno “individuato il meccanismo che favorisce il mantenimento delle cellule staminali neoplastiche del glioblastoma, il più aggressivo e letale dei tumori cerebrali” (Rainews). La stampa italiana si è subito buttata sulla notizia, rivendicando all’Italia il grande risultato: “Tumore al cervello: scoperta made in sud” (Affaritaliani); “Pubblicato su «Nature» lo studio di Antonio Iavarone (beneventano) e Anna Lasorella (barese)” (Corriere del Mezzogiorno); “Italiani scoprono una causa  geneticadel tumore al cervello” (La Stampa). Potrei continuare. Quel che salta all’occhio è l”appropriazione’ orgogliosa della scoperta, fatta da ‘italiani’ (‘beneventani’, ‘baresi’, ‘meridionali’). Certo gli articoli sono conditi della solita retorica a proposito del fatto che i due ricercatori sono da anni emigrati all’estero. Ma il fenomeno ciclicamente si ripete. E’ successo ancora poche ore fa a proposito della ricerca che ha portato alla scoperta delle onde gravitazioniali, mentre (come si evince dalle parole del cofondatore di Virgo) le cose non sono andate esattamente così. Ma a chi giova l’esaltazione dell”italianità’ di queste scoperte, pur accompagnata dal disclaimer che si tratterebbe di cervelli in fuga? Risponde il ministro dell’università Giannini, la quale rivendica il terzo posto (con 30 borse concesse) nella classifica dell’ERC. Le ha risposto per le rime Roberta D’Alessandro: “Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai”. Insomma, ricercatori italiani si spostano all’estero, le loro ricerche vengono finanziate all’estero, gli studiosi in questione fanno sacrifici enormi per continuare a studiare, spesso rifiutati dal loro paese proprio in ragione di una ottusa cooptazione accademica che gli preferisce i soliti docili portatori di acqua con le orecchie. E la stampa, la politica, l’opinione pubblica che fanno? Si vantano dell’italianità delle scoperte? Oltre al danno, la beffa!

Per l’amor del cielo, togliete a quei cervelli in fuga la cittadinanza italiana! Togliete alla politica la pelosa e ipocrita occasione di vantarsi offendendo due volte queste persone, che certo spesso si sono formate in Italia, ma questo basta? No. Perché se l’Italia avesse tenuto all’italianità della ricerca, avrebbe da tempo pensato a come ‘aprire’ il reclutamento, a come trovare i soldi per finanziare questi studiosi, a come razionalizzare la spesa per consentire ai laboratori di funzionare. Come non pensare che verranno sperperati 300 milioni di euro per scorporare il referendum sulle trivelle dalle elezioni amministrative con il solo scopo di far fallire il primo, offendendo così anche la democrazia? 300 milioni di euro sono una montagna di soldi per la ricerca italiana così umiliata e vilipesa.

Toglietegli la cittadinanza! Che non si dica più ‘ricercatori italiani’ ma ‘scoperta olandese’, ‘statunitense’, ‘tedesca’, ‘britannica’, ‘francese’, e così via!

Il nome della madre

gipi_2sangiuseppePartiamo da un presupposto: che sono favorevole al matrimonio egualitario. Ho qualche dubbio sulla questione della stepchild adoption così come configurata, pare, dalla Cirinnà, ma per motivi giuridici – e non perché io sia contrario – che brevemente illustro: mettiamo che passi quest’ultima misura, due genitori omosessuali ricorrono alla maternità surrogata (seme di uno dei due, utero ‘in affitto’ in Canada), tornati in Italia fanno sì che il figlio secondo la Cirinnà venga adottato dall’altro membro della coppia. Siccome si discute se vietare (o addirittura trasformare in reato) l’utero in affitto, in questo modo il divieto sarebbe aggirato. Non c’è modo in realtà di aggirare questo impasse, poiché il figlio riuscirebbe in ogni caso a venire adottato dalla coppia, per esempio per riconoscimento giurisdizionale. Anzi, vietando la maternità surrogata in Italia, essa diventerebbe privilegio per i ricchi in grado di pagare una donna canadese. Insomma, l’unico modo per non fare pasticci sarebbe quello di affermare per via legislativa la maternità surrogata anche in Italia, ponendola sotto rigidi controlli per evitare lo shopping degli uteri. E fornendo servizi e assistenza al fine di evitare che il tutto si trasformi nell’ennesimo privilegio per ricchi. In questo modo, forse un tantino ‘forzato’ dalle circostanze (e dalla tecnica), si risolverebbero molti problemi e si arriverebbe a un risultato (l’adozione del ‘figliastro’) a cui si arriverà comunque. A meno che non si voglia affermare che il figlio di coppia etero o gay che lo procrei tramite maternità surrogata non rimanga esclusivamente figlio di uno dei genitori, ovvero del componente della coppia che gli abbia trasmesso il proprio patrimonio biologico.

Fin qui le considerazioni ‘giuridiche’. Tuttavia, ciò che sul piano etico e politico è importante rilevare è che in questo processo di surrogazione, la madre rischi di scomparire come soggetto. Partiamo da un disegno di Gipi di un annetto fa, in cui si vedono due San Giuseppe tenere in braccio un bimbo. Quel disegno, come le tante foto di coppie omosessuali con figli che circolano in questi giorni (oh, poi bisognerà pure smontare la retorica della famiglia ‘tradizionale’ come semenzaio di ogni corruttela morale e la famiglia ‘arcobaleno’ come luogo dell’amore puro: la famiglia è sempre oppressiva, e la sua regolazione corrisponde per lo più a ragioni che con l’amore non hanno davvero nulla a che fare), sembra rispondere alla celebre battuta dei Monty Python in Brian di Nazareth: a ‘Loretta’ (un uomo che vuole diventare donna) che vuole avere dei bambini viene obiettato “E dove vuoi tenerlo, in un barattolo?!”, configurando questa scelta non come la lotta di Loretta contro l’oppressione, ma contro la realtà. Ora, la realtà viene modificata attraverso il diritto. Nel Seicento si diceva che la legge potesse tutto, tranne trasformare l’uomo in donna e far mangiare l’erba a un tavolo. La legge sul transessualismo ha intaccato quella prima certezza, trasformando l’uomo in donna e viceversa. Perché Loretta abbia figli, oggi, non c’è più bisogno di fantasticare il barattolo: c’è la madre surrogata. Tuttavia nel disegno di Gipi sembra in effetti che quel bambino sia venuto fuori da un barattolo, poiché nella foto di quella madre comunque necessaria per portare avanti la gestazione non c’è traccia.

Il punto non è dunque essere contrari alla maternità surrogata, il punto è essere contrari alla scomparsa, anche solo iconica, dei soggetti. Tanto più se quei soggetti sono ‘deboli’, come potrebbero (ma non necessariamente sono, e la legge, come scrivevo sopra, deve intervenire affinché ciò non accada) esserlo le madri che portano in grembo i figli di altri. Allora, si dirà, la madre dovrebbe stare come ‘quarto incomodo’ nelle foto di famiglia? No, non dico questo: dico che quella scomparsa, la scomparsa della madre, forse ci dice qualcosa. Si potrebbe ancora dire: anche il donatore del seme in una coppia di donne scompare. Ma portare un bambino in grembo per nove mesi e donare il seme non sono esattamente la stessa cosa. Ci dice che forse in tutta questa faccenda rischia di (s)comparire un soggetto potenzialmente debole, e che questa cosa deve interrogarci e deve orientarci affinché ciò non accada.

Matrimonio egualitario e gerarchia dei diritti?

matrimonio egualitarioI diritti non funzionano come un gioco a somma zero, dunque aprire a nuovi ‘riconoscimenti’ (poi su questa parola ‘costituente’ ci si dovrà intendere: i diritti il legislatore li crea, non li riconosce) non sottrae necessariamente qualcosa ai diritti di più lungo ‘corso’. Tuttavia è difficile non notare il conformismo dei diritti civili, che in fondo brandisce un claim poco ‘costoso’, laddove il massacro del lavoro, ma anche della stessa uguaglianza, non ha prodotto analoga mobilitazione sociale e politica. Ho scritto in un libro del 2009 che non esiste alcuna gerarchia dei diritti, e che essi — se li intendiamo nella classica tripartizione marshalliana tra civili politici ed economici sociali e culturali — stanno o cadono a seconda che stiano insieme o vengano presi separatamente. Ed è proprio questa loro natura embricata che fa sì che i diritti civili senza i diritti culturali — l’habeas mentem — o economici o sociali siano strumenti per chi se li può permettere. Non è un esercizio di ‘benaltrismo’. Certo, se il legislatore afferma un diritto senza occuparsi di ciò che lo rende effettivo,  ben venga! Ci rimaniamo un po’ male (ma restiamo in fiduciosa attesa), sperando che prima o poi arrivi anche quell’apparato di diritti concorrenti che permettono il godimento effettivo del diritto riconosciuto. Consentire alle persone di sposarsi richiede che esse siano in grado di avere lavori dignitosi e di avere un’abitazione in cui vivere. L’amore non c’entra niente. Così, parlare di maternità surrogata tout court senza lo sguardo rivolto ai corrispondenti diritti economici, sociali e culturali, rischia — al di là dei convincimenti personali circa l’opportunità di una tale pratica per i diritti del nascituro e del bambino — non solo di avallare comportamenti criminali e vendita del corpo per bisogno o per insufficienza di strumenti culturali, cosa contro cui tutti vogliono adoperarsi e che la politica e il legislatore sembrano voler prendere molto sul serio, ma rischia di diventare uno strumento in mano a chi se lo può permettere, e di questo nessuno parla.

Kafka il dio delle talpe (su R. Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi)

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Franz Kafka (R. Crumb)

“Bisogna sdraiarsi per terra fra gli animali per essere salvati”. Così Elias Canetti traduceva in un lampo di antropologia filosofica l’interpretazione di un sogno che Franz Kafka diede per Felice, nel quale le spiegava che se non si fosse sdraiata non sarebbe sopravvissuta all’‘angoscia della posizione eretta’, così la chiama Kafka. Sdraiarsi per terra in mezzo agli animali significa non solo ‘scendere’ dal livello umano a quello bestiale, ma non rappresentare più un bersaglio facilmente individuabile. La posizione eretta è la posizione del potere, ma è anche (o forse proprio per questo) la posizione della vulnerabilità. Kafka usava, nella sua relazione con il potere, questo escamotage: farsi piccolo piccolo, immedesimarsi con gli esseri più minuscoli, oppure fare della propria magrezza lo stigma della sua resistenza, o sarebbe meglio dire ostinatezza.

In una lettera a Max Brod del 1904, Kafka ventunenne descrive l’incontro tra lui e il suo cane, e una talpa. Il cane, incuriosito dalla talpa, le saltava addosso. La talpa terrorizzata emetteva un sibilo, uno ‘cs, css’. Secondo Canetti, che riporta l’episodio in un breve testo tratto dall’Altro processo e di recente ripubblicato in Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione (Adelphi, Milano 2013), a un certo punto Kafka si immedesimerebbe nella talpa, rispondendo a quel suo modo di metamorfarsi in ciò che è piccolo: “Cs, css, grida la talpa, e in virtù del suo grido lui, che sta a guardare, si trasforma in talpa, e senza dover temere il cane, che è suo schiavo, sente che cosa vuol dire essere talpa” (p. 43).

È singolare che Canetti argomenti così, dato che poco prima aveva scritto che di questa situazione Kafka era il dominus, anzi che ne era il Dio, e poi nel passo citato afferma non solo che il cane è suo schiavo, ma che egli non deve temerlo.

Ma se egli era il dio nell’incontro con la talpa, se egli non doveva temere il cane, come avrebbe fatto a immedesimarsi nella talpa?

Il librettino che contiene il testo di Canetti è in qualche modo dedicato al continente sommerso del dolore animale, e si apre con un’altra lettera: quella che Rosa Luxemburg, poco tempo prima di morire, scrisse a Sonja Liebknecht, moglie dello spartachista Karl (anch’egli assassinato con Luxemburg). Spedita da Breslavia, la lettera (datata 1917 e scritta nella cattività del carcere) narra di un soldato tedesco scorto a percuotere violentemente uno dei bufali rumeni da tiro che l’esercito aveva requisito colà e che dunque erano un ‘bottino di guerra’. Il carro stracolmo si era impigliato in un arco troppo basso, ma il soldato a forza di bastonate con il manico della frusta costrinse i bufali a passare. Tuttavia uno di loro sanguinava. Luxemburg lo guardava starsene lì, “e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta” (p. 20). Luxemburg scrive a Sonja che quel bufalo era il suo “povero, amato fratello” (p. 21), e che entrambi “ce ne stiamo qui […] così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia” (ibid.).

Questa lettera, che fu pubblicata da Karl Kraus nella Fackel e da lui fatta oggetto di letture pubbliche in varie città, è accompagnata da alcuni altri testi di argomento simile, tra cui, oltre al già citato Canetti e a un racconto di Kafka (Una vecchia pagina) in cui l’autore racconta di soldati-nomadi che dal Nord calano davanti al palazzo dell’imperatore e uccidono mangiando a morsi un bufalo vivo, un testo di Joseph Roth sul mattatoio di Vienna, in cui l’uomo è descritto come il ‘Signore macellante della Creazione’.

Qual è il senso di questi testi, se non di interrogarsi sull’estensione della nostra empatia (dal ‘fratello bufalo’ di Luxemburg alle braccia al collo del cavallo durante il soggiorno torinese di Nietzsche)? Eppure, al di là del testo di Roth, che attraverso la fredda elencazione di dati e numeri inchioda il meccanicismo cartesiano, ciò che si legge in filigrana è la sofferenza umana. Il bufalo di Kafka così come quello di Luxemburg sono significativi in quanto il loro sguardo è umano e il loro dolore è un dolore umanizzabile. De te fabula narratur, uomo. Ed è significativo che il personaggio di Kafka, per non sentire le strazianti urla di dolore del bufalo mangiato vivo dai barbari, si nasconda: “Per un’ora rimasi disteso sul pavimento di un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva” (p. 37). Il calzolaio di Kafka uscirà allo scoperto solo quando il silenzio regnerà da tempo.

Si potrebbe dire che egli si cali il berretto sulle orecchie proprio come Rousseau diceva facesse chi era aduso a preoccuparsi troppo di estendere (geograficamente; moralmente) la propria sensibilità ed empatia. Troppa per gli umani; meglio non sentire le urla delle bestie.

Del resto si narra che un Papa, nel visitare un mattatoio, avesse consigliato ai lavoratori di quel luogo di non far caso alle urla degli animali, ma di considerarle alla stregua dello stridore delle macchine.

[Questo testo è originariamente apparso sul blog de L’indice dei libri del mese]

 

Checco e Matteo: Zalone e i due corpi (comici) del Re

Checco-Zalone.jpgE’ già partita la campagna di arruolamento di Checco Zalone come intellettuale organico del renzismo. Dopo i successi dei primi giorni di proiezione del suo film Quo vado, il comico ha incassato gli elogi del ministro Franceschini, dell’Huffington Post, dei liberisti, dell’intellighenzia più raffinata, e dio solo sa di chi altri. Non poteva mancare l’Unità, che ha schierato per l’occasione l’artiglieria pesante dei filosofi della Popsophia, questa stravagante corrente di mattacchioni che intrattiene con la filosofia un rapporto abbastanza episodico, cercando di scavare dentro le battute di qualche film o di qualche serie televisiva il segreto dell’esistenza.

Il 30 dicembre, persino prima dell’uscita ufficiale del film, dalle colonne rondoliniane è stata Lucrezia Ercoli a cercare di iscrivere il buon Checco nel Pantheon dei numi tutelari del presidente del consiglio. Echi bachtiniani nelle parole di Ercoli: “il film comico delle vacanze non è dunque un semplice passatempo, ma una vera e propria ritualità festiva in cui si invertono l’alto e il basso, lo spirituale e il materiale, la testa e il ventre.”. Zalone come Rabelais, Quo vado come il basso corporeo del grottesco di cui parla il teorico russo nel suo magistrale saggio sullOpera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale.

Inutile dire che il rapporto episodico della popsofia con il pensiero filosofico impedisce di cogliere il fatto che il popolare, nella testa e negli scritti di chi se ne è occupato, è una cosa serissima: penso proprio al monumentale lavoro di Bachtin, ma anche a Carlo Ginzburg o a Michel Foucault, per arrivare a Stephen Greenblatt e al suo New Historicism. Non qualche motto di spirito messo insieme alla bell’e meglio, ma indagini assai complesse sul rapporto osmotico e/o dialettico e finanche contestativo tra cultura ‘ufficiale’ e cultura subalterna.

Ma sull’Unità parte subito la traslatio Checchii, e il comico pugliese diventa l’altro corpo del Re: “la comicità di Checco Zalone non è satira politica, non è facilmente apparentabile a uno schieramento partitico o ideologico”; anzi “rifugge l’engagement e pratica il disimpegno”. Quella malapartiana rivincita dell’Italia barbara di cui parla Ercoli si attaglia tanto a Checco quanto a Matteo, e in fondo, liquidato il birignao di Baricco, sostituisce i barbari dello scrittore holdeniano con i barbari di Luca Medici, molto più nazional-popolari. Zalone in fondo è, continua Ercoli, “la rivincita della sottocultura paesana sulla dotta erudizione radical chic” nonché “la rivincita delle virtù veraci e genuine sulle verniciature morali”. Insomma, secondo L’Unità Checco è la maschera di Matteo, ne condivide la natura post-ideologica, la genuinità strapaesana, il provincialismo da genius loci (e come non ricordare che una delle celebrazioni del renzismo ante litteram fu la manifestazione Genio fiorentino organizzata dal Matteo presidente della provincia?). Inoltre Checco, proprio come Matteo, sbeffeggia gli intellettuali radical chic (come se fosse scontato che chi cita il sintagma abbia letto lo splendido saggetto eponimo di Tom Wolfe), incarnati — udite udite — dal quel professorone di Massimo Gramellini, sapientemente meleggiato dal nostro nel tempio dei buoni sentimenti che è Che tempo che fa?. Chissà che un giorno non se ne esca anche con una parodia di Rodotà-tà-tà-tà o di quel parruccone di Zagrebelsky: sarebbe perfetto, una cosa che neanche nei migliori sogni di Rondolino.

Sugli intellettuali Renzi ha ragione? Sì e no

Dopo Roberto Saviano, che sul giornale online Il Post ha attaccato il ministro Maria Elena Boschi denunciandone il conflitto di interessi e ancor di più scagliandosi contro il silenzio degli intellettuali nell’era del cinghiale bianco renziano, anche Marco Damilano in un articolo del suo Espresso torna sulla questione del silenzio. Damilano riporta l’intervista di Renzi a Repubblica del 4 agosto 2014 in cui l’ex sindaco di Firenze, allora da pochi mesi a palazzo Chigi, diceva «Un giorno si parlerà finalmente delle responsabilità delle élite culturali nella crisi italiana: professori, editorialisti, opinionisti non sono senza colpe». Concentriamoci su questo passaggio, tralasciando ciò che Renzi ha trasformato nel mantra del proprio culto e che si va ripetendo in lungo e in largo dai tempi ormai lontanissimi della ‘rottamazione’ in poi, ovvero la polemica contro i ‘rosiconi’ e i ‘gufi’ («Siamo gli unici che vogliono bene all’Italia, contro il disfattismo e il nichilismo, contro chi sfoga la sua frustrazione nelle polemiche»). In quell’intervista Renzi dice una cosa vera, sacrosanta. Ogni retorica, anche la più becera, deve fondarsi su un dato di realtà percepito come tale dall’opinione pubblica. Quello è il grimaldello per far passare una nuova narrazione: prendere un fatto, pantografarlo e farlo diventare un “sono tutti così”. Accadde già con Brunetta e con i ‘fannulloni’: chi non si era imbattuto in un impiegato pubblico un po’ lavativo? Al contempo, quel fatto viene ‘pettinato’ e ‘agghindato’ per andare in scena: per farlo diventare ‘fatto’, occorre un po’ taroccarlo. Insomma, si sarà capito: prendi un fatto, lo modifichi, lo dai in pasto all’opinione pubblica e poi lo assumi come nuovo paradigma. Ma qualcosa in mano devi avere (escludiamo qui l’ipotesi, pure concreta, dell’invenzione di una ‘narrazione’ di sana pianta).

Ecco, Renzi ha preso la pavidità, la corruzione, l’insipienza degli intellettuali, e siccome non ha paura — che possa permetterselo o meno, questo è un altro discorso: adesso è in sella, e ha buona stampa, e allora può permetterselo — di usare l’argomento ad hominem, non ha paura di rispondere a chi osi criticare quell’affermazione con un atterrente tu quoque.

Dunque se è vero che gli intellettuali italiani, molti di essi, non sono esenti da colpe perché con una mano prendevano e con l’altra lanciavano i loro strali, allora occorre cercare una risposta, poiché ciò non può ridurre tutti al silenzio. Spiace che i Damilano, i Saviano o i Dario Fo non vedano che accanto ai vecchi soloni che hanno contribuito ad affossare questo paese e accanto ai giovani servi che hanno fatto l’anticamera leopoldina e oggi si spartiscono i posticini sulla stampetta controllata dal premier e dai suoi, ci sono i giovani che quei soloni li hanno subiti, i giovani che quei coetanei li hanno sbertucciati e ridicolizzati. Certo non si ha molto spazio se si critica il premier in carica. Saviano stesso ha preferito Il Post al più appiattito Repubblica (strano lo stesso, dato che Il Post è più renziano di Renzi: ma si sa, in termini di clickbait Saviano paga, e questo è l’importante), e non è molto facile oggi essere intellettuali ‘contro’. Non lo è mai stato, men che meno all’epoca della sinistra che vince pur non piacendo.

Perché questo è un altro dei motivi del silenzio: i ‘vecchi’ per anni hanno inseguito l’utopia egualitaria, il comunismo, il socialismo, una blanda socialdemocrazia. Poi si sono rotti le palle, e senza alcuna autocritica, senza dire “quei modelli sono falliti perché noi siamo stati degli ipocriti e degli opportunisti” hanno mollato gli ormeggi, desiderosi di essere ‘come tutti’. “Basta utopia, basta assalti al cielo: abbiamo avuto, abbiamo succhiato la linfa vitale di questo paese e pensavamo di potere al contempo, ma mollemente, senza vera convinzione, immettere qualche idea di sinistra nel corpo morto del paese”. Ora questo vecchio coleottero svuotato che è l’Italia giace senza polpa, e gli intellettuali che hanno contribuito a svuotarlo o fanno i ‘gufi’ (rischiando di beccarsi il tu quoque) oppure cercano alla disperata la scialuppa che li traghetti verso un approdo tranquillo, che sia il renzismo o il ritorno a occupazioni ‘non esposte’.

E i giovani? “Arrangiatevi”, è il messaggio. “Abbiamo contribuito a rovinare il paese, ma non aspettatevi ora alcun mea culpa, e tantomeno una solidarietà intergenerazionale che consenta a chi ha avuto tutto di assolvere al dovere morale di aiutare chi è rimasto indietro”. Insomma, “attaccatevi al cazzo”, è un po’ il messaggio dell’intellighenzia italica in là negli anni. Che c’entra, c’è anche chi ha fatto di più, esibendo più faccia tosta: quelli che se la prendono con “gli sdraiati”, con i giovani che sono choosy e altre amenità offensive di questo genere. Ma non stupiamoci: è difficile vivere per coloro che tutti i giorni si trovano davanti, come di fronte a uno specchio, qualcuno che gli ricordi la loro mediocrità.

E in effetti molti si arrangiano: ma chi gliela fa fare di criticare il potente di turno? Perché guastarsi la digestione e inimicarsi il caporedattore? Se quei vecchi che oggi ci fanno il gesto dell’ombrello hanno potuto prosperare, è in fondo perché una pletora di ex giovani ormai stagionati gli ha dato ragione senza sbattergli in faccia la loro ipocrisia. Questa è l’unica cosa intergenerazionale infatti: il servilismo.

ONU, guerra giusta, guerra preventiva, guerra al terrore

Nel 1999 il giurista internazionalista Michael J. Glennon aveva affermato che l’intervento in Kosovo della Nato, nonostante fosse in palese violazione della Carta Onu, poneva la pietra tombale sulle “antiquate”
(ma tuttora vigenti) regole del diritto internazionale in tema di peacekeeping e peacemaking da questa stabilite.
Aveva aggiunto che della morte di tale sistema di regole – che prevedono l’intervento del Consiglio di sicurezza solo in caso di “cross-border attack” e «sotto le quali i più sanguinosi conflitti erano stati liquidati come “questioni interne” [agli Stati]» (Glennon, The New Interventionism, in Foreign Affairs, May/June 1999) – non c’era da rammaricarsi in quanto esso collide con le “moderne idee di giustizia” e risulta “fuori sincrono” poiché si attarda a considerare la violenza fra gli stati come la maggiore minaccia alla sicurezza internazionale laddove invece i più sanguinosi scontri avvengono nell’ambito della “domestic jurisdiction”. Ma aveva anche ammonito contro la pratica di rimpiazzare la vecchia struttura formale “anti-interventista” con un nuovo impianto normativo traballante, vago e creato ad hoc.
Delle difficoltà che attanagliano il sistema internazionale e l’Onu
si è accorto anche Kofi Annan, il quale nel 2003 ha istituito – col compito di suggerire soluzioni e riforme – l’High-Level Panel on Threats, Challenges and Change.
Il Panel ha emesso, nel dicembre 2004, il suo rapporto, il cui
nocciolo è il tema dell’uso della forza. In esso si afferma che la forza può
essere esercitata legalmente solo in risposta a una minaccia imminente oppure quando il Consiglio di sicurezza ne autorizzi l’uso.
Inoltre, si sostiene che essa dovrebbe essere esercitata – dagli stati o dal Consiglio – in base a cinque criteri di legittimità: se la minaccia è sufficientemente grave; se lo scopo è appropriato; se tutte le opzioni non-militari sono state esperite; se l’azione militare è proporzionata alla minaccia; se vi sono ragionevoli possibilità di successo.
Sull’ultimo numero della Policy Review, commentando queste che
sembrano quasi risposte alle sue preoccupazioni, Glennon ha affermato che le proposte dell’High- Panel sembrano postulare che il mondo sia governato da una moralità oggettiva e ignorano la realtà, recuperano la dottrina medievale della guerra giusta e tentano di istituzionalizzare l’idea che uno stato possa agire militarmente di fronte a un attacco imminente in base a una ricostruzione erronea della dottrina internazionalistica.
Secondo Glennon, la dottrina della guerra giusta riemerge nel rapporto dell’High-Level Panel quando esso, sulla base dei criteri di legittimazione dell’uso della forza presuntamente valutabili su di un piano universale, asserisce che l’intervento militare deve essere deliberato «per le giuste ragioni, moralmente», e che la forza deve essere esercitata solo quando la «buona coscienza» lo permetta. E, ancora, quando esso afferma che occorre consolidare un «atteggiamento morale» di condanna del terrorismo.Per quanto riguarda il criterio dell’imminence dell’attacco proposto dall’High-Panel, Glennon lo definisce irrealistico:
«Nessun politico assennato, sapendo che qualche stato canaglia o qualche gruppo terroristico sta preparando un attacco nucleare, suggerirebbe di star seduti ad aspettare che l’attacco diventi imminente». E tuttavia il Panel pretende di legittimare tale criterio sulla base dell’interpretazione dell’art. 51 della Carta Onu (che in realtà prevede l’uso della forza da parte di uno Stato solo in funzione auto-difensiva fino all’attivazione del Consiglio di sicurezza), e afferma che è costante norma di diritto internazionale che uno stato possa intraprendere azioni militari di fronte a un attacco imminente. Ma, sostiene Glennon, la dottrina internazionalistica ha da tempo messo in rilievo che l’art. 51 prevede l’uso della forza esclusivamente nel caso in cui uno stato debba difendersi da un attacco armato, e non nel caso in cui l’attacco sia imminente ma non attuale.
Tuttavia, l’intenzione di Glennon non è certo di richiamare al rispetto dell’art. 51, quanto di criticare la pretesa dell’Onu – espressa mediante le proposte di riforma dell’High-Panel – di rievocare a sé il monopolio dell’uso della forza militare. Tra tali proposte, tutte tese a includere mediante un’interpretazione arbitraria della Carta Onu i comportamenti degli Stati Uniti tra le attribuzioni del Consiglio di Sicurezza, figura quella di istituzionalizzare l’intervento umanitario. In altre parole, per Glennon non è criticabile l’uso della forza preventiva o l’ingerenza umanitaria, quanto il tentativo dell’Onu di porre il cappello del Consiglio di sicurezza su tali attività qualora esse siano svolte per iniziativa dei singoli stati (gli Stati Uniti, per essere precisi) al di fuori del controllo del Consiglio.
Dunque il vizio peggiore del rapporto dell’High-Level Panel è, per Glennon, di non considerare alternative – quali potrebbero essere un’alleanza fra i paesi democratici, delle integrazioni regionali rafforzate o delle “coalizioni di volenterosi” meno ad hoc – all’ormai “vecchio” modello delle Nazioni Unite che pretende di attribuire il monopolio dell’uso della forza al Consiglio di sicurezza: «L’ipotesi che vi siano altre opzioni per gestire l’uso della forza che possano funzionare meglio del Consiglio di sicurezza è semplicemente non all’ordine del giorno » dell’High-Level Panel.In conclusione, per un realista come Glennon elaborare modelli di pacifismo istituzionale (o di gestione dell’uso della forza) che passino attraverso la riforma dell’Onu è una via velleitaria e idealistica al raggiungimento di un ordine internazionale più saldo.
Una via tanto più velleitaria in quanto fondata su un’erronea lettura
delle vicende storiche: «Nel corso del diciottesimo secolo, la pace in Europa è stata mantenuta sulla base dell’equilibrio di potenza, più che attraverso istituzioni legaliste». Per Glennon l’eccentricità della Carta dell’Onu – la sua incapacità di approntare strumenti d’interpretazione e trasformazione del contesto internazionale – è ormai un dato di fatto ampiamente condiviso dalla dottrina e dalle diplomazie di buona parte del globo. Ciò che non è condiviso, per Glennon, è l’idealismo di un progetto di riforma che tenti di recuperare centralità a delle Nazioni Unite sempre meno legittimate. E – citando Henry Cabot Lodge – «vi è un grave pericolo in un idealismo non condiviso».

Dromocrazia

Nel 1977 Paul Virilio parlava di ‘dromocrazia’ (letteralmente il governo della velocità) per indicare il regime in cui “i potenti sono coloro che regnano sulla velocità, controllano quella degli altri e squalificano socialmente coloro che restano immobili, i localizzati” (D. Bigo, E. Guild, Schengen e la politica dei visti, in G. Bonaiuti, A. Simoncini (a cura di), la catastrofe e il parassita. Scenari della transizione globale, Mimesis, Milano-Udine 2004, p. 336). Questa definizione considerava la velocità in chiave che oggi diremmo biopolitica, ovvero in relazione al potere sui corpi e sui loro spostamenti, e secondo l’etnia, la nazionalità, la classe sociale. ‘Governo della velocità’ degli altri, per l’appunto, ovvero regolazione della velocità. Stante questa prima definizione, senz’altro centrale in un mondo sempre più alle prese con recinzioni, flussi, quote, scogli da presidiare e migranti da respingere di fronte al mare, ché in mare non si può (non si potrebbe, ma l’Italia ha già subito condanna per violazione del principio di non refoulement, e anzi respingere in Europa non sembra più tabù), a essa se ne potrebbe aggiungere un’altra, legata alle trasformazioni della post-democrazia contemporanea. Questa seconda definizione ha a che fare con la natura sondocratica, neoelitista, fondamentalmente autoritaria della democrazia europea, un modello di dirigismo delle burocrazie comunitarie a trazione tedesca. In questo contesto, l’esautorazione di fatto della democrazia nazionale (e l’assenza di una democrazia europea) viene colmata da un eccesso di deliberazione e di comunicazione del tutto autoreferenziale, basato sulla velocità della decisione e della sua, per l’appunto, comunicazione urbi te orbi attraverso i social network. I governi, rappresentati da figure ‘carismatiche’, si esaltano nella pubblicizzazione delle loro imprese, segnalando di volta in volta la massa di lavoro svolto e il tempo ridotto per svolgerlo. Pubblicizzazione versus pubblicità ovvero comunicazione versus trasparenza (Bobbio parlava di una delle promesse mancate della democrazia). Le agende dei governi sono eteronomiche, e i governi nazionali dei paesi commissariati meri fantocci delle istituzioni finanziarie e burocratiche internazionali. Ma in fondo cosa conta? Basta mettere in fila i provvedimenti approvati, dire che li si è approvati in pochi mesi, vantarsi di aver piegato la resistenza parlamentare (e del resto i parlamenti ormai sono solo impicci, intralci alla velocità). Essere veloci, questo è l’obiettivo. Una valutazione critica dei provvedimenti diventa roba da gufi: ma cosa volete, abbiamo approvato più riforme in pochi mesi che in tutta la storia del parlamento repubblicano, o roba del genere. Tremonti si vantava di aver fatto approvare la legge di stabilità in cinque minuti. E pace se poi era piena di errori, di iniquità , di sfondoni. 

La velocità è il nuovo principio regolatore. La dromocrazia la nuova forma di governo. A tutta birra, lanciati a violentissima velocità. Verso dove? Boh.