Categoria: Politica

La Metamorfosi della Fornero

Ripubblico qui un altro articolo uscito sul Blog dell’Indice dei Libri del Mese e non più disponibile online:

Nel 1971 John Rawls scrisse un libro, A Theory of Justice, destinato a un eccezionale successo. Quel libro intendeva mettere in questione gli assunti dell’utilitarismo: “prima di procedere al calcolo dell’utilità, abbiamo bisogno di disporre di una teoria dell’equità perché ci sono alcuni limiti alla possibilità di sacrificare legittimamente certi individui a vantaggio di altri” (W. Kymlicka, Introduzione alla filosofia politica, p. 63). Rawls tentò di rispondere all’utilitarismo mettendo a frutto l’intuizione, comune agli esseri umani, che occorre mettere in piedi criteri di giustizia, ma la trasformò – insoddisfatto dell’intuizionismo e delle sue confuse risposte – nell’esigenza di elaborare una concezione generale della giustizia. E così fece, producendo per l’appunto un ponderoso tomo che si fonda, semplificando all’osso, su un’ipotesi: pensate di non sapere quale sarà la posizione che domani occuperete nella società; sarete ricchi? Poveri? Disabili, aggiungiamo (per estendere il pacchetto di beni fondamentali anche alle condizioni naturali dei soggetti e non solo alla dimensione patrimoniale)? (J. Rawls, Una teoria della giustizia, pp. 142 ss.).  Non lo sapete perché state dietro un ‘velo di ignoranza’ che vi impedisce di scoprirlo. Ed è proprio sfruttando quella condizione di ignoranza che occorre elaborare democraticamente una concezione generale della giustizia: come si distribuiscono i beni, non sapendo quale posizione si occuperà una volta definito il criterio di distribuzione stesso? Rawls dice: con il maximin. Ognuno, avendo paura di finire nella posizione più bassa, sceglie naturalmente di massimizzare la quota minima. In fondo, è come se si temesse di scoprire che a scegliere la nostra posizione una volta squarciato il velo sia stato il nostro peggior nemico. Che brutta sorpresa, vero?

Questo esercizio accademico di Rawls venne a lungo e aspramente criticato: naturalmente non c’è alcun velo di ignoranza, così come non è mai esistito alcun pactum subiectionis tra gli individui al fine di conferire il potere al Leviatano. Tutto sommato, forse aveva ragione chi, nell’epoca in cui il welfare state aveva ancora un senso e una funzione, diceva di A Theory of Justice che era un libro noioso. Non che non esistessero le diseguaglianze a cui applicare quel modello. Mi pare tuttavia che oggi, nell’epoca in cui feroce è lo scollamento tra coloro che scelgono come distribuire le risorse e coloro che subiscono l’iniqua distribuzione, se ne potrebbe riproporre una visione surrealista e sadica: cosa accadrebbe se domani, senza passare per alcuna consultazione sul maximin, chi ci governa si risvegliasse nel letto trasformato in uno scarafaggio (precario) à la Gregorio Samsa? Senza sapere perché, comincerebbe a zampettare nel tentativo di girarsi, ma senza riuscirci. E magari, dietro – adesso sì – a un velo di ignoranza, senza sapere quando e se questo strano incubo sia destinato a finire.

L’idea di Rawls era tutto sommato fondata sull’assunto che ci si può trovare, nella vita, dalla parte sbagliata. E che occorre porre un rimedio all’ingiustizia dell’esistenza. Ma poi proponeva un metodo (il maximin appunto) francamente irrealizzabile.

Non molto tempo fa, il costituzionalista Michele Ainis ha provocatoriamente proposto che persino le cariche politiche vengano assegnate a sorte: nel nostro modello, ti svegli una mattina e sei parlamentare. Tutto sommato, si tornerebbe agli albori della democrazia, con il vantaggio che oggi siamo consapevoli che non si può discriminare, e che nei bussolotti da estrarre ci vanno messi anche i nomi delle donne, dei neri, dei gay, e così via.

Non si dice forse che la vita è una ruota che gira? La versione sadica e surrealista del velo di ignoranza darebbe una bella girata alla ruota, e forse eviterebbe che ministri iper-attivi contro i privilegi fossero i primi a goderne (lo ha brillantemente scritto Luca Telese sul Fatto riprendendo un’inchiesta di Report): Fornero domani mattina si sveglia e si ritrova senza quei privilegi di cui godeva  ma che tanto si è battuta per eliminare (agli altri).

[Originarimente in Blog dell’Indice dei Libri del Mese, 2012]

 

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Bambini, fate la riverenza al signor Monti

Visto che sul sito del Blog dell’Indice dei Libri del Mese questo articolo non è più disponibile, lo ripubblico qui:

Nell’attuale temperie politica da collegio svizzero, tutta modestia, inchini e sobrietà, mi è tornata alla mente una canzone di Corrado del 1982, Carletto: “Carletto, Carletto e sii buono, lo sai che i bambini buoni non devono disubbidire al loro papà”, cantava Corrado, e giù una serie di prescrizioni: “non tirare la coda al gatto… togli il nonno dall’ascensore… e questo non si dice, e questo non si fa”. Carletto, come il più classico tra i monelli, per tutta risposta fa la pipì a letto “per fare un dispetto a mamma e papà”. Ecco, mentre a Palazzo Chigi si è insediato il ‘genero ideale’, quello che secondo la Süddeutsche Zeitung parla poco e veste in modo banale (“Un grande complimento per me e per i tedeschi. Direi che il più è fatto”, chiosa Monti), gli uffici stampa del governo fanno a gara ad accreditare l’immagine di un premier – lo si è letto e sentito centinaia di volte – ‘sobrio’. E persino la stampa che era sembrata più acrimoniosa nei confronti di Berlusconi, oggi si lancia in lodi sperticate del Monti-style. Su Repubblica di qualche giorno fa, Curzio Maltese inzuccherava la conferenza di fine anno del premier con ripetuti riferimenti allo stile, alle buone maniere, alla sobrietà (appunto) di Mario Monti, al fatto che il mondo ci chiedeva un “cambiamento di stile nel governo” (ma davvero?) e l’ha ottenuto. Ora c’è Monti, il campione dell’understatement. Monti il modesto.

Ora, a parte le considerazioni sullo strano entusiasmo di quella stampa per Mario Monti (un cattolico liberista già rettore della Bocconi, quella in cui tutti gli Alex Keaton vorrebbero studiare), cos’è tutta questa fregola per la sobrietà e la buona educazione? Certo, l’Italia degli ultimi due decenni ne ha viste di cotte e di crude: il dito medio alzato, il rutto assurto a subliminale e intelligente comunicazione politica, le pizzette con lo champagne, l’evocazione continua di porci, vajasse, mignotte e utilizzatori finali. Ora è arrivato il Signor Monti, e tutti ci sentiamo un po’ inferiori, come sorpresi con le dita nel naso. Tutti a dire quanto è grigio Monti, quanto è compassato, non urla non strepita e non tiene le segretarie sulle ginocchia, non dà pacche sul sedere e non dice della Merkel che è una “culona inchiavabile”.

Tutto apprezzabile, per carità. Non se ne poteva veramente più di vedere tutti i giorni in tv e sui giornali quanto fosse disgustosa l’Italia (perché, pensate che Berlusconi non fosse l’autobiografia della nazione?). La mediocrità della classe dirigente (di destra, ma anche di sinistra, sia detto chiaramente) che ora se ne sta nelle catacombe sperando che Monti faccia il lavoro sporco era lampante.

Eppure c’è qualcosa di sinistro nel mantra della sobrietà. La buona educazione, le buone maniere sono un modo di disciplinare la società, di rendere il corpo sociale più docile e più malleabile, più addomesticato. La storica Luisa Tasca ha studiato il fenomeno in relazione ai codici di comportamento nell’Ottocento: “essi fornirono alle élites dell’Italia risorgimentale e postunitaria schemi per ordinare il corpo sociale secondo modelli più gerarchici che democratici, più equitari che egualitari, più classisti che abilitanti alla mobilità sociale, più disciplinanti che non fiduciosi nel libero protagonismo della società civile” (L. Tasca, Galatei. Buone maniere e cultura borghese nell’Italia dell’Ottocento, Le Lettere, Firenze 2004, p. 17). La buona educazione serviva a comporre il conflitto sociale, rendendo i subalterni remissivi e non contestativi: che le masse operaie sapessero qual era il posto che gli spettava nella società. “Per essere beneducati bisogna: non mettere i gomiti sulla tavola, camminare senza fare sporgere le scapole e senza ancheggiare, tenere in dentro il ventre, mangiare senza far rumore, non soffiare, non sbuffare, tenere la bocca chiusa, ecc., cioè tappare e limitare il corpo in ogni maniera, smussare i suoi spigoli” (M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Einaudi, Torino 2001, p. 353). Bachtin ci narra del valore contestativo del carnevale rabelaisiano: il basso corporeo che serve ad annunciare un mondo nuovo, rovesciato, in cui le volpi dicono messa, gli asini cavalcano gli uomini e i buoi macellano i beccai, in cui la merda e i peti servono a descrivere un mondo capovolto che rinasce. Disciplinare quel mondo significava reprimere il corpo e con esso il valore rivoluzionario che esso aveva nei confronti del potere costituito (la Chiesa in primis, ma anche il potere politico). Si trattava di ricondurre il grottesco nell’alveo della normalità, e riportare i contadini dalla crapula al duro lavoro (sia detto per inciso: quel grottesco cinquecentesco, gioioso e rigeneratore, niente ha a che vedere con il grottesco cupo del Settecento: anche in Sade c’è tanta merda, ma il clima libertino delle 120 giornate ha sole l’odore mefitico della morte, oltre che degli escrementi). E non è forse il progetto della modernità quello di disciplinare il corpo e di risolvere il dilemma del rapporto tra Natura e Cultura? Non è forse iscritto nel codice genetico della modernità il compito di trasformare l’eteronomia in una sorta di eteronomia però in interiore homine, innestata direttamente nel cuore di ogni uomo e non fuori di esso? È quello che il giovane Hegel rimprovera a Kant, ed è quello che Marx rintraccia, in qualche misura, in Lutero (l’aver tolto i preti e aver innestato un prete nel cuore di ogni uomo). Insomma, educare affinché si sappia da sé come si sta in società: sobri, composti, senza gomiti sulla tavola, senza dita nel naso. I galatei dell’Ottocento di cui ci riferisce Tasca sembrano quasi vademecum per i sindacalisti scritti dal governo: “Avvi un indicatore infallibile del benessere delle nazioni; è il grado di rispetto e di civiltà che esiste nelle relazioni tra operai e padroni”. Naturalmente, è superfluo ricordare chi dovesse decidere qual era questo grado di rispetto e civiltà, e in cosa consisteva. I padroni erano buoni e paterni, e gli operai come figli (può un figlio ribellarsi all’autorità paterna, tanto più quando il padre è così buono, modesto, sobrio? “i bambini buoni non devono disubbidire al loro papà”, cantava Corrado), dovevano essere sobri e apparire tali, ché sembrare più ricchi di quanto non si fosse era disdicevole e menzognero.

Che i poveri vestano da poveri. Niente da dire, invece, se i lupi si travestono da agnelli e se i ricchi si fingono uguali ai poveri (“Il presidente-operaio”, “uno di voi”).

Fate la riverenza al Signor Monti, bambini. Fate l’inchino.

 

P.S.: qualcuno potrebbe obiettare: ma allora avevano ragione quei volgaroni della Lega Nord! E anche quelli della Casa delle Libertà (“Facciamo come cazzo ci pare!”)! Eh no: il popolare è una cosa, il finto-popolare un’altra.

[originariamente in Blog de «L’Indice dei Libri del Mese», 2012]

 

Livor Massimo

dalema-640“La «rottura sentimentale» che in un’altra intervista (sempre all’ottimo Aldo Cazzullo) rimproveravi a Renzi è davvero la chiave per comprendere ciò che sta accadendo a sinistra: salvo che si è già consumata da tempo, e precisamente da quando tu, con lucidità politica e coraggio personale, hai tentato invano di modernizzare la sinistra italiana (post)comunista”. Queste parole di Fabrizio Rondolino, ovvero di uno degli ex Lothar di D’Alema, sono — assieme a tutte le altre del suo editoriale sull’Unità  — il ritratto nitido del Lider Massimo. Il più nitido. Nelle sue parole, Rondolino malignamente quanto realisticamente dice una cosa, in fondo, che noi qui traduciamo così: che D’Alema avrebbe voluto essere il Craxi che Craxi non era mai riuscito a essere, ovvero il modernizzatore che sposta l’asse della sinistra al centro per conseguire politiche ‘riformiste’ improntate all’esaltazione dell’impresa, dell’individualismo, del liberalismo. Tutto quello che, pur maldestramente, Craxi avrebbe voluto fare se non fosse annegato nella cloaca della corruzione e della febbre arraffona che caratterizzava lui, il suo clan, il suo partito. E del resto il ritratto di Tony Blair è su questo quanto mai icastico. (Naturalmente Rondolino ammanta di valore assiologicamente positivo quella svolta dalemiana).

Ma il punto è proprio questo, e spiega anche in termini psicanalitici l’amore e l’odio tra Matteo e il padre D’Alema. Perché Matteo è quello che Massimo avrebbe voluto essere e non è diventato, e D’Alema questo non può perdonarglielo. Certo anche D’Alema era figlio del suo tempo, ovvero il progetto non era ‘suo’ ma di un’intera classe dirigente che voleva fare i conti col comunismo (per usare il titolo di un bel libro di Aldo Schiavone che però mi pare andasse davvero in un altro senso, suggerendo piuttosto un ritorno a Rousseau). Ma i conti fatti male poi non tornano.

In fondo in D’Alema (e in Veltroni) si nascondeva (ma neanche tanto) il seme del renzismo. Ed è imperdonabile che Matteo sia diventato più dalemiano di D’Alema. Che chiude così la propria parabola: da Lider Massimo a Livor Massimo.

 

Togliete la cittadinanza italiana ai cervelli in fuga!

Qualche tempo fa due studiosi italiani da anni residenti negli Stati Uniti, Antonio Iavarone e Anna Lasorella, hanno fatto una sensazionale scoperta: hanno “individuato il meccanismo che favorisce il mantenimento delle cellule staminali neoplastiche del glioblastoma, il più aggressivo e letale dei tumori cerebrali” (Rainews). La stampa italiana si è subito buttata sulla notizia, rivendicando all’Italia il grande risultato: “Tumore al cervello: scoperta made in sud” (Affaritaliani); “Pubblicato su «Nature» lo studio di Antonio Iavarone (beneventano) e Anna Lasorella (barese)” (Corriere del Mezzogiorno); “Italiani scoprono una causa  geneticadel tumore al cervello” (La Stampa). Potrei continuare. Quel che salta all’occhio è l”appropriazione’ orgogliosa della scoperta, fatta da ‘italiani’ (‘beneventani’, ‘baresi’, ‘meridionali’). Certo gli articoli sono conditi della solita retorica a proposito del fatto che i due ricercatori sono da anni emigrati all’estero. Ma il fenomeno ciclicamente si ripete. E’ successo ancora poche ore fa a proposito della ricerca che ha portato alla scoperta delle onde gravitazioniali, mentre (come si evince dalle parole del cofondatore di Virgo) le cose non sono andate esattamente così. Ma a chi giova l’esaltazione dell”italianità’ di queste scoperte, pur accompagnata dal disclaimer che si tratterebbe di cervelli in fuga? Risponde il ministro dell’università Giannini, la quale rivendica il terzo posto (con 30 borse concesse) nella classifica dell’ERC. Le ha risposto per le rime Roberta D’Alessandro: “Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai”. Insomma, ricercatori italiani si spostano all’estero, le loro ricerche vengono finanziate all’estero, gli studiosi in questione fanno sacrifici enormi per continuare a studiare, spesso rifiutati dal loro paese proprio in ragione di una ottusa cooptazione accademica che gli preferisce i soliti docili portatori di acqua con le orecchie. E la stampa, la politica, l’opinione pubblica che fanno? Si vantano dell’italianità delle scoperte? Oltre al danno, la beffa!

Per l’amor del cielo, togliete a quei cervelli in fuga la cittadinanza italiana! Togliete alla politica la pelosa e ipocrita occasione di vantarsi offendendo due volte queste persone, che certo spesso si sono formate in Italia, ma questo basta? No. Perché se l’Italia avesse tenuto all’italianità della ricerca, avrebbe da tempo pensato a come ‘aprire’ il reclutamento, a come trovare i soldi per finanziare questi studiosi, a come razionalizzare la spesa per consentire ai laboratori di funzionare. Come non pensare che verranno sperperati 300 milioni di euro per scorporare il referendum sulle trivelle dalle elezioni amministrative con il solo scopo di far fallire il primo, offendendo così anche la democrazia? 300 milioni di euro sono una montagna di soldi per la ricerca italiana così umiliata e vilipesa.

Toglietegli la cittadinanza! Che non si dica più ‘ricercatori italiani’ ma ‘scoperta olandese’, ‘statunitense’, ‘tedesca’, ‘britannica’, ‘francese’, e così via!

Il nome della madre

gipi_2sangiuseppePartiamo da un presupposto: che sono favorevole al matrimonio egualitario. Ho qualche dubbio sulla questione della stepchild adoption così come configurata, pare, dalla Cirinnà, ma per motivi giuridici – e non perché io sia contrario – che brevemente illustro: mettiamo che passi quest’ultima misura, due genitori omosessuali ricorrono alla maternità surrogata (seme di uno dei due, utero ‘in affitto’ in Canada), tornati in Italia fanno sì che il figlio secondo la Cirinnà venga adottato dall’altro membro della coppia. Siccome si discute se vietare (o addirittura trasformare in reato) l’utero in affitto, in questo modo il divieto sarebbe aggirato. Non c’è modo in realtà di aggirare questo impasse, poiché il figlio riuscirebbe in ogni caso a venire adottato dalla coppia, per esempio per riconoscimento giurisdizionale. Anzi, vietando la maternità surrogata in Italia, essa diventerebbe privilegio per i ricchi in grado di pagare una donna canadese. Insomma, l’unico modo per non fare pasticci sarebbe quello di affermare per via legislativa la maternità surrogata anche in Italia, ponendola sotto rigidi controlli per evitare lo shopping degli uteri. E fornendo servizi e assistenza al fine di evitare che il tutto si trasformi nell’ennesimo privilegio per ricchi. In questo modo, forse un tantino ‘forzato’ dalle circostanze (e dalla tecnica), si risolverebbero molti problemi e si arriverebbe a un risultato (l’adozione del ‘figliastro’) a cui si arriverà comunque. A meno che non si voglia affermare che il figlio di coppia etero o gay che lo procrei tramite maternità surrogata non rimanga esclusivamente figlio di uno dei genitori, ovvero del componente della coppia che gli abbia trasmesso il proprio patrimonio biologico.

Fin qui le considerazioni ‘giuridiche’. Tuttavia, ciò che sul piano etico e politico è importante rilevare è che in questo processo di surrogazione, la madre rischi di scomparire come soggetto. Partiamo da un disegno di Gipi di un annetto fa, in cui si vedono due San Giuseppe tenere in braccio un bimbo. Quel disegno, come le tante foto di coppie omosessuali con figli che circolano in questi giorni (oh, poi bisognerà pure smontare la retorica della famiglia ‘tradizionale’ come semenzaio di ogni corruttela morale e la famiglia ‘arcobaleno’ come luogo dell’amore puro: la famiglia è sempre oppressiva, e la sua regolazione corrisponde per lo più a ragioni che con l’amore non hanno davvero nulla a che fare), sembra rispondere alla celebre battuta dei Monty Python in Brian di Nazareth: a ‘Loretta’ (un uomo che vuole diventare donna) che vuole avere dei bambini viene obiettato “E dove vuoi tenerlo, in un barattolo?!”, configurando questa scelta non come la lotta di Loretta contro l’oppressione, ma contro la realtà. Ora, la realtà viene modificata attraverso il diritto. Nel Seicento si diceva che la legge potesse tutto, tranne trasformare l’uomo in donna e far mangiare l’erba a un tavolo. La legge sul transessualismo ha intaccato quella prima certezza, trasformando l’uomo in donna e viceversa. Perché Loretta abbia figli, oggi, non c’è più bisogno di fantasticare il barattolo: c’è la madre surrogata. Tuttavia nel disegno di Gipi sembra in effetti che quel bambino sia venuto fuori da un barattolo, poiché nella foto di quella madre comunque necessaria per portare avanti la gestazione non c’è traccia.

Il punto non è dunque essere contrari alla maternità surrogata, il punto è essere contrari alla scomparsa, anche solo iconica, dei soggetti. Tanto più se quei soggetti sono ‘deboli’, come potrebbero (ma non necessariamente sono, e la legge, come scrivevo sopra, deve intervenire affinché ciò non accada) esserlo le madri che portano in grembo i figli di altri. Allora, si dirà, la madre dovrebbe stare come ‘quarto incomodo’ nelle foto di famiglia? No, non dico questo: dico che quella scomparsa, la scomparsa della madre, forse ci dice qualcosa. Si potrebbe ancora dire: anche il donatore del seme in una coppia di donne scompare. Ma portare un bambino in grembo per nove mesi e donare il seme non sono esattamente la stessa cosa. Ci dice che forse in tutta questa faccenda rischia di (s)comparire un soggetto potenzialmente debole, e che questa cosa deve interrogarci e deve orientarci affinché ciò non accada.

Matrimonio egualitario e gerarchia dei diritti?

matrimonio egualitarioI diritti non funzionano come un gioco a somma zero, dunque aprire a nuovi ‘riconoscimenti’ (poi su questa parola ‘costituente’ ci si dovrà intendere: i diritti il legislatore li crea, non li riconosce) non sottrae necessariamente qualcosa ai diritti di più lungo ‘corso’. Tuttavia è difficile non notare il conformismo dei diritti civili, che in fondo brandisce un claim poco ‘costoso’, laddove il massacro del lavoro, ma anche della stessa uguaglianza, non ha prodotto analoga mobilitazione sociale e politica. Ho scritto in un libro del 2009 che non esiste alcuna gerarchia dei diritti, e che essi — se li intendiamo nella classica tripartizione marshalliana tra civili politici ed economici sociali e culturali — stanno o cadono a seconda che stiano insieme o vengano presi separatamente. Ed è proprio questa loro natura embricata che fa sì che i diritti civili senza i diritti culturali — l’habeas mentem — o economici o sociali siano strumenti per chi se li può permettere. Non è un esercizio di ‘benaltrismo’. Certo, se il legislatore afferma un diritto senza occuparsi di ciò che lo rende effettivo,  ben venga! Ci rimaniamo un po’ male (ma restiamo in fiduciosa attesa), sperando che prima o poi arrivi anche quell’apparato di diritti concorrenti che permettono il godimento effettivo del diritto riconosciuto. Consentire alle persone di sposarsi richiede che esse siano in grado di avere lavori dignitosi e di avere un’abitazione in cui vivere. L’amore non c’entra niente. Così, parlare di maternità surrogata tout court senza lo sguardo rivolto ai corrispondenti diritti economici, sociali e culturali, rischia — al di là dei convincimenti personali circa l’opportunità di una tale pratica per i diritti del nascituro e del bambino — non solo di avallare comportamenti criminali e vendita del corpo per bisogno o per insufficienza di strumenti culturali, cosa contro cui tutti vogliono adoperarsi e che la politica e il legislatore sembrano voler prendere molto sul serio, ma rischia di diventare uno strumento in mano a chi se lo può permettere, e di questo nessuno parla.

Kafka il dio delle talpe (su R. Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi)

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Franz Kafka (R. Crumb)

“Bisogna sdraiarsi per terra fra gli animali per essere salvati”. Così Elias Canetti traduceva in un lampo di antropologia filosofica l’interpretazione di un sogno che Franz Kafka diede per Felice, nel quale le spiegava che se non si fosse sdraiata non sarebbe sopravvissuta all’‘angoscia della posizione eretta’, così la chiama Kafka. Sdraiarsi per terra in mezzo agli animali significa non solo ‘scendere’ dal livello umano a quello bestiale, ma non rappresentare più un bersaglio facilmente individuabile. La posizione eretta è la posizione del potere, ma è anche (o forse proprio per questo) la posizione della vulnerabilità. Kafka usava, nella sua relazione con il potere, questo escamotage: farsi piccolo piccolo, immedesimarsi con gli esseri più minuscoli, oppure fare della propria magrezza lo stigma della sua resistenza, o sarebbe meglio dire ostinatezza.

In una lettera a Max Brod del 1904, Kafka ventunenne descrive l’incontro tra lui e il suo cane, e una talpa. Il cane, incuriosito dalla talpa, le saltava addosso. La talpa terrorizzata emetteva un sibilo, uno ‘cs, css’. Secondo Canetti, che riporta l’episodio in un breve testo tratto dall’Altro processo e di recente ripubblicato in Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione (Adelphi, Milano 2013), a un certo punto Kafka si immedesimerebbe nella talpa, rispondendo a quel suo modo di metamorfarsi in ciò che è piccolo: “Cs, css, grida la talpa, e in virtù del suo grido lui, che sta a guardare, si trasforma in talpa, e senza dover temere il cane, che è suo schiavo, sente che cosa vuol dire essere talpa” (p. 43).

È singolare che Canetti argomenti così, dato che poco prima aveva scritto che di questa situazione Kafka era il dominus, anzi che ne era il Dio, e poi nel passo citato afferma non solo che il cane è suo schiavo, ma che egli non deve temerlo.

Ma se egli era il dio nell’incontro con la talpa, se egli non doveva temere il cane, come avrebbe fatto a immedesimarsi nella talpa?

Il librettino che contiene il testo di Canetti è in qualche modo dedicato al continente sommerso del dolore animale, e si apre con un’altra lettera: quella che Rosa Luxemburg, poco tempo prima di morire, scrisse a Sonja Liebknecht, moglie dello spartachista Karl (anch’egli assassinato con Luxemburg). Spedita da Breslavia, la lettera (datata 1917 e scritta nella cattività del carcere) narra di un soldato tedesco scorto a percuotere violentemente uno dei bufali rumeni da tiro che l’esercito aveva requisito colà e che dunque erano un ‘bottino di guerra’. Il carro stracolmo si era impigliato in un arco troppo basso, ma il soldato a forza di bastonate con il manico della frusta costrinse i bufali a passare. Tuttavia uno di loro sanguinava. Luxemburg lo guardava starsene lì, “e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta” (p. 20). Luxemburg scrive a Sonja che quel bufalo era il suo “povero, amato fratello” (p. 21), e che entrambi “ce ne stiamo qui […] così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia” (ibid.).

Questa lettera, che fu pubblicata da Karl Kraus nella Fackel e da lui fatta oggetto di letture pubbliche in varie città, è accompagnata da alcuni altri testi di argomento simile, tra cui, oltre al già citato Canetti e a un racconto di Kafka (Una vecchia pagina) in cui l’autore racconta di soldati-nomadi che dal Nord calano davanti al palazzo dell’imperatore e uccidono mangiando a morsi un bufalo vivo, un testo di Joseph Roth sul mattatoio di Vienna, in cui l’uomo è descritto come il ‘Signore macellante della Creazione’.

Qual è il senso di questi testi, se non di interrogarsi sull’estensione della nostra empatia (dal ‘fratello bufalo’ di Luxemburg alle braccia al collo del cavallo durante il soggiorno torinese di Nietzsche)? Eppure, al di là del testo di Roth, che attraverso la fredda elencazione di dati e numeri inchioda il meccanicismo cartesiano, ciò che si legge in filigrana è la sofferenza umana. Il bufalo di Kafka così come quello di Luxemburg sono significativi in quanto il loro sguardo è umano e il loro dolore è un dolore umanizzabile. De te fabula narratur, uomo. Ed è significativo che il personaggio di Kafka, per non sentire le strazianti urla di dolore del bufalo mangiato vivo dai barbari, si nasconda: “Per un’ora rimasi disteso sul pavimento di un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva” (p. 37). Il calzolaio di Kafka uscirà allo scoperto solo quando il silenzio regnerà da tempo.

Si potrebbe dire che egli si cali il berretto sulle orecchie proprio come Rousseau diceva facesse chi era aduso a preoccuparsi troppo di estendere (geograficamente; moralmente) la propria sensibilità ed empatia. Troppa per gli umani; meglio non sentire le urla delle bestie.

Del resto si narra che un Papa, nel visitare un mattatoio, avesse consigliato ai lavoratori di quel luogo di non far caso alle urla degli animali, ma di considerarle alla stregua dello stridore delle macchine.

[Questo testo è originariamente apparso sul blog de L’indice dei libri del mese]

 

Checco e Matteo: Zalone e i due corpi (comici) del Re

Checco-Zalone.jpgE’ già partita la campagna di arruolamento di Checco Zalone come intellettuale organico del renzismo. Dopo i successi dei primi giorni di proiezione del suo film Quo vado, il comico ha incassato gli elogi del ministro Franceschini, dell’Huffington Post, dei liberisti, dell’intellighenzia più raffinata, e dio solo sa di chi altri. Non poteva mancare l’Unità, che ha schierato per l’occasione l’artiglieria pesante dei filosofi della Popsophia, questa stravagante corrente di mattacchioni che intrattiene con la filosofia un rapporto abbastanza episodico, cercando di scavare dentro le battute di qualche film o di qualche serie televisiva il segreto dell’esistenza.

Il 30 dicembre, persino prima dell’uscita ufficiale del film, dalle colonne rondoliniane è stata Lucrezia Ercoli a cercare di iscrivere il buon Checco nel Pantheon dei numi tutelari del presidente del consiglio. Echi bachtiniani nelle parole di Ercoli: “il film comico delle vacanze non è dunque un semplice passatempo, ma una vera e propria ritualità festiva in cui si invertono l’alto e il basso, lo spirituale e il materiale, la testa e il ventre.”. Zalone come Rabelais, Quo vado come il basso corporeo del grottesco di cui parla il teorico russo nel suo magistrale saggio sullOpera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale.

Inutile dire che il rapporto episodico della popsofia con il pensiero filosofico impedisce di cogliere il fatto che il popolare, nella testa e negli scritti di chi se ne è occupato, è una cosa serissima: penso proprio al monumentale lavoro di Bachtin, ma anche a Carlo Ginzburg o a Michel Foucault, per arrivare a Stephen Greenblatt e al suo New Historicism. Non qualche motto di spirito messo insieme alla bell’e meglio, ma indagini assai complesse sul rapporto osmotico e/o dialettico e finanche contestativo tra cultura ‘ufficiale’ e cultura subalterna.

Ma sull’Unità parte subito la traslatio Checchii, e il comico pugliese diventa l’altro corpo del Re: “la comicità di Checco Zalone non è satira politica, non è facilmente apparentabile a uno schieramento partitico o ideologico”; anzi “rifugge l’engagement e pratica il disimpegno”. Quella malapartiana rivincita dell’Italia barbara di cui parla Ercoli si attaglia tanto a Checco quanto a Matteo, e in fondo, liquidato il birignao di Baricco, sostituisce i barbari dello scrittore holdeniano con i barbari di Luca Medici, molto più nazional-popolari. Zalone in fondo è, continua Ercoli, “la rivincita della sottocultura paesana sulla dotta erudizione radical chic” nonché “la rivincita delle virtù veraci e genuine sulle verniciature morali”. Insomma, secondo L’Unità Checco è la maschera di Matteo, ne condivide la natura post-ideologica, la genuinità strapaesana, il provincialismo da genius loci (e come non ricordare che una delle celebrazioni del renzismo ante litteram fu la manifestazione Genio fiorentino organizzata dal Matteo presidente della provincia?). Inoltre Checco, proprio come Matteo, sbeffeggia gli intellettuali radical chic (come se fosse scontato che chi cita il sintagma abbia letto lo splendido saggetto eponimo di Tom Wolfe), incarnati — udite udite — dal quel professorone di Massimo Gramellini, sapientemente meleggiato dal nostro nel tempio dei buoni sentimenti che è Che tempo che fa?. Chissà che un giorno non se ne esca anche con una parodia di Rodotà-tà-tà-tà o di quel parruccone di Zagrebelsky: sarebbe perfetto, una cosa che neanche nei migliori sogni di Rondolino.

Sugli intellettuali Renzi ha ragione? Sì e no

Dopo Roberto Saviano, che sul giornale online Il Post ha attaccato il ministro Maria Elena Boschi denunciandone il conflitto di interessi e ancor di più scagliandosi contro il silenzio degli intellettuali nell’era del cinghiale bianco renziano, anche Marco Damilano in un articolo del suo Espresso torna sulla questione del silenzio. Damilano riporta l’intervista di Renzi a Repubblica del 4 agosto 2014 in cui l’ex sindaco di Firenze, allora da pochi mesi a palazzo Chigi, diceva «Un giorno si parlerà finalmente delle responsabilità delle élite culturali nella crisi italiana: professori, editorialisti, opinionisti non sono senza colpe». Concentriamoci su questo passaggio, tralasciando ciò che Renzi ha trasformato nel mantra del proprio culto e che si va ripetendo in lungo e in largo dai tempi ormai lontanissimi della ‘rottamazione’ in poi, ovvero la polemica contro i ‘rosiconi’ e i ‘gufi’ («Siamo gli unici che vogliono bene all’Italia, contro il disfattismo e il nichilismo, contro chi sfoga la sua frustrazione nelle polemiche»). In quell’intervista Renzi dice una cosa vera, sacrosanta. Ogni retorica, anche la più becera, deve fondarsi su un dato di realtà percepito come tale dall’opinione pubblica. Quello è il grimaldello per far passare una nuova narrazione: prendere un fatto, pantografarlo e farlo diventare un “sono tutti così”. Accadde già con Brunetta e con i ‘fannulloni’: chi non si era imbattuto in un impiegato pubblico un po’ lavativo? Al contempo, quel fatto viene ‘pettinato’ e ‘agghindato’ per andare in scena: per farlo diventare ‘fatto’, occorre un po’ taroccarlo. Insomma, si sarà capito: prendi un fatto, lo modifichi, lo dai in pasto all’opinione pubblica e poi lo assumi come nuovo paradigma. Ma qualcosa in mano devi avere (escludiamo qui l’ipotesi, pure concreta, dell’invenzione di una ‘narrazione’ di sana pianta).

Ecco, Renzi ha preso la pavidità, la corruzione, l’insipienza degli intellettuali, e siccome non ha paura — che possa permetterselo o meno, questo è un altro discorso: adesso è in sella, e ha buona stampa, e allora può permetterselo — di usare l’argomento ad hominem, non ha paura di rispondere a chi osi criticare quell’affermazione con un atterrente tu quoque.

Dunque se è vero che gli intellettuali italiani, molti di essi, non sono esenti da colpe perché con una mano prendevano e con l’altra lanciavano i loro strali, allora occorre cercare una risposta, poiché ciò non può ridurre tutti al silenzio. Spiace che i Damilano, i Saviano o i Dario Fo non vedano che accanto ai vecchi soloni che hanno contribuito ad affossare questo paese e accanto ai giovani servi che hanno fatto l’anticamera leopoldina e oggi si spartiscono i posticini sulla stampetta controllata dal premier e dai suoi, ci sono i giovani che quei soloni li hanno subiti, i giovani che quei coetanei li hanno sbertucciati e ridicolizzati. Certo non si ha molto spazio se si critica il premier in carica. Saviano stesso ha preferito Il Post al più appiattito Repubblica (strano lo stesso, dato che Il Post è più renziano di Renzi: ma si sa, in termini di clickbait Saviano paga, e questo è l’importante), e non è molto facile oggi essere intellettuali ‘contro’. Non lo è mai stato, men che meno all’epoca della sinistra che vince pur non piacendo.

Perché questo è un altro dei motivi del silenzio: i ‘vecchi’ per anni hanno inseguito l’utopia egualitaria, il comunismo, il socialismo, una blanda socialdemocrazia. Poi si sono rotti le palle, e senza alcuna autocritica, senza dire “quei modelli sono falliti perché noi siamo stati degli ipocriti e degli opportunisti” hanno mollato gli ormeggi, desiderosi di essere ‘come tutti’. “Basta utopia, basta assalti al cielo: abbiamo avuto, abbiamo succhiato la linfa vitale di questo paese e pensavamo di potere al contempo, ma mollemente, senza vera convinzione, immettere qualche idea di sinistra nel corpo morto del paese”. Ora questo vecchio coleottero svuotato che è l’Italia giace senza polpa, e gli intellettuali che hanno contribuito a svuotarlo o fanno i ‘gufi’ (rischiando di beccarsi il tu quoque) oppure cercano alla disperata la scialuppa che li traghetti verso un approdo tranquillo, che sia il renzismo o il ritorno a occupazioni ‘non esposte’.

E i giovani? “Arrangiatevi”, è il messaggio. “Abbiamo contribuito a rovinare il paese, ma non aspettatevi ora alcun mea culpa, e tantomeno una solidarietà intergenerazionale che consenta a chi ha avuto tutto di assolvere al dovere morale di aiutare chi è rimasto indietro”. Insomma, “attaccatevi al cazzo”, è un po’ il messaggio dell’intellighenzia italica in là negli anni. Che c’entra, c’è anche chi ha fatto di più, esibendo più faccia tosta: quelli che se la prendono con “gli sdraiati”, con i giovani che sono choosy e altre amenità offensive di questo genere. Ma non stupiamoci: è difficile vivere per coloro che tutti i giorni si trovano davanti, come di fronte a uno specchio, qualcuno che gli ricordi la loro mediocrità.

E in effetti molti si arrangiano: ma chi gliela fa fare di criticare il potente di turno? Perché guastarsi la digestione e inimicarsi il caporedattore? Se quei vecchi che oggi ci fanno il gesto dell’ombrello hanno potuto prosperare, è in fondo perché una pletora di ex giovani ormai stagionati gli ha dato ragione senza sbattergli in faccia la loro ipocrisia. Questa è l’unica cosa intergenerazionale infatti: il servilismo.