Categoria: Scienza

Togliete la cittadinanza italiana ai cervelli in fuga!

Qualche tempo fa due studiosi italiani da anni residenti negli Stati Uniti, Antonio Iavarone e Anna Lasorella, hanno fatto una sensazionale scoperta: hanno “individuato il meccanismo che favorisce il mantenimento delle cellule staminali neoplastiche del glioblastoma, il più aggressivo e letale dei tumori cerebrali” (Rainews). La stampa italiana si è subito buttata sulla notizia, rivendicando all’Italia il grande risultato: “Tumore al cervello: scoperta made in sud” (Affaritaliani); “Pubblicato su «Nature» lo studio di Antonio Iavarone (beneventano) e Anna Lasorella (barese)” (Corriere del Mezzogiorno); “Italiani scoprono una causa  geneticadel tumore al cervello” (La Stampa). Potrei continuare. Quel che salta all’occhio è l”appropriazione’ orgogliosa della scoperta, fatta da ‘italiani’ (‘beneventani’, ‘baresi’, ‘meridionali’). Certo gli articoli sono conditi della solita retorica a proposito del fatto che i due ricercatori sono da anni emigrati all’estero. Ma il fenomeno ciclicamente si ripete. E’ successo ancora poche ore fa a proposito della ricerca che ha portato alla scoperta delle onde gravitazioniali, mentre (come si evince dalle parole del cofondatore di Virgo) le cose non sono andate esattamente così. Ma a chi giova l’esaltazione dell”italianità’ di queste scoperte, pur accompagnata dal disclaimer che si tratterebbe di cervelli in fuga? Risponde il ministro dell’università Giannini, la quale rivendica il terzo posto (con 30 borse concesse) nella classifica dell’ERC. Le ha risposto per le rime Roberta D’Alessandro: “Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai”. Insomma, ricercatori italiani si spostano all’estero, le loro ricerche vengono finanziate all’estero, gli studiosi in questione fanno sacrifici enormi per continuare a studiare, spesso rifiutati dal loro paese proprio in ragione di una ottusa cooptazione accademica che gli preferisce i soliti docili portatori di acqua con le orecchie. E la stampa, la politica, l’opinione pubblica che fanno? Si vantano dell’italianità delle scoperte? Oltre al danno, la beffa!

Per l’amor del cielo, togliete a quei cervelli in fuga la cittadinanza italiana! Togliete alla politica la pelosa e ipocrita occasione di vantarsi offendendo due volte queste persone, che certo spesso si sono formate in Italia, ma questo basta? No. Perché se l’Italia avesse tenuto all’italianità della ricerca, avrebbe da tempo pensato a come ‘aprire’ il reclutamento, a come trovare i soldi per finanziare questi studiosi, a come razionalizzare la spesa per consentire ai laboratori di funzionare. Come non pensare che verranno sperperati 300 milioni di euro per scorporare il referendum sulle trivelle dalle elezioni amministrative con il solo scopo di far fallire il primo, offendendo così anche la democrazia? 300 milioni di euro sono una montagna di soldi per la ricerca italiana così umiliata e vilipesa.

Toglietegli la cittadinanza! Che non si dica più ‘ricercatori italiani’ ma ‘scoperta olandese’, ‘statunitense’, ‘tedesca’, ‘britannica’, ‘francese’, e così via!

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A cosa servono le onde gravitazionali

WCCOR_0H5HGDUR-0006-kOsB-U431508045752441bG-593x443@Corriere-Web-Sezioni“In the absence of alcohol, your living room doesn’t appear to shrink and grow repeatedly. But, in fact, it does.”.
 
La più convincente spiegazione delle onde gravitazionali che mi è capitato di leggere è questa (non la battuta, brillante, ma tutto l’articolo del New York Times).
Ho letto altri articoli, ho ascoltato l’autore di successo di un libretto di fisica spiegata agli ignoranti (come me), ma non ho capito niente. Ovvero, ho capito il fenomeno, ho capito di che si trattava, ho capito quale fosse l’origine della tesi verificata sperimentalmente ieri. Ma nessuno mi aveva detto con chiarezza a cosa servisse questa scoperta. Ecco: a niente. O meglio: ciò che imbarazza il mondo scientifico, scioccamente e ingiustamente, è il fatto che questa ricerca e questa scoperta (o meglio questa prova), per quanto ne capisco, è ciò che in ambiente accademico si chiamerebbe puramente ‘curiosity driven’. Una ricerca che non ha applicazioni pratiche immediate, su cui però sono stati spesi un sacco di soldi, e per giunta per verificare un’ipotesi formulata da Einstein cent’anni fa. Ecco cos’è la ricerca. Questa ricerca spiega non solo da dove, con ogni probabilità, veniamo (o meglio, come veniamo dal posto da cui veniamo); essa spiega che cos’è l’uomo, questo animale simbolico alla ricerca del proprio posto nel mondo. Anzi nel cosmo. Ed è per questo che non bisogna vergognarsi di dire che questa ricerca non serve a niente, se non a dire che l’uomo è una bestia curiosa. [*]
[*] Fisici che leggete, se le cose non stanno così, lasciatemi nell’illusione poetica…