Categoria: Stato di diritto

Contro l’etica terrorista del sacrificio

Caravaggio_Ariete.jpgNel mio ultimo libro, “Eccedenza sovrana“, teorizzavo la teurgia politica. Teurgia è termine della sapienza e della Cabala ebraiche, e indica due cose: una teurgia restauratrice e una instauratrice. Teurgia indica il processo mediante il quale i fedeli, tramite la glorificazione del dio, restaurano la sua potenza o addirittura la creano.
Il tema naturalmente riguarda in filigrana l’obbligazione politica, il ‘to die for’ della sovranità. Perché obbedire, perché essere disposti a sacrificare la propria vita in nome del sovrano? La mia risposta era Barnardine, ubriacone di “Misura per misura” di Shakespeare che viene chiamato per essere ucciso e risponde “Vi prenda la peste alla gola!”. Egli non vuole morire, e non morirà. Non vuole partecipare alla pantomima teurgica, non vuole istituire né restaurare nessun semidio mortale, per usare espressioni care sia a Hobbes che a Shakespeare.
Smontare la teurgia significa mettere da parte, ‘illuministicamente’, ma direi meglio ‘ereticamente’ (poi Adriano Prosperi dice, forzando, che gli eretici furono gli antesignani dell’Illuminismo) la figura deontica del dovere. Morire per cosa, morire per chi? Mi viene in mente un passaggio del filosofo tedesco Habermas a proposito dell’obbligazione politica. Ecco quel che scrive:

“[t]here is a remarkable dissonance between the rather archaic features of the “obligation potential” shared by comrades of fate who are willing to make sacrifices, on the one hand, and the normative self-understanding of the modern constitutional state as an uncoerced association of legal consociates, on the other. The examples of military duty, compulsory taxation, and education suggest a picture of the democratic state primarily as a duty-imposing authority demanding sacrifices from its dominated subjects. This picture fits poorly with an enlightenment culture whose normative core consists in the abolition of a publicly demanded sacrificium as an element of morality. The citizens of a democratic legal state understand themselves as the authors of the law, which compels them to obedience as its addressees. Unlike morality, positive law construes duties as something secondary; they arise only from the compatibility of the rights of each with the equal rights of all” (Habermas 2001: 101)

Ecco, quando vedo la foto degli attentatori di Bruxelles, due fratelli, due figli di donna che vanno a farsi saltare in aria, budella di fuori, ossa triturate, mi chiedo: per chi stanno morendo? Se poi allargo lo sguardo intercetto l”artificiere’, che però sarebbe in fuga. Lui no, non si è fatto saltare in aria. Ecco, smontare la teurgia politica significa dire “vacci tu!”. Vuoi farlo? Fallo tu. Vuoi uccidere persone provando un dolore indicibile? Non sarò il tuo montone, il mio corno non servirà per fondare la tua città.

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Habermas, Juenger. 2001. The Postnational Constellation. Cambridge (MA), MIT Press.

[Questo articolo è apparso anche sul numero del settimanale “Scenari” del 1º aprile 2016]

Cazzullo, Panebianco e i neoconservatori

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Pare che a proposito dell’affaire Panebianco Aldo Cazzullo abbia scritto questa cosa sul Corriere di oggi, riportata da Sofia Ventura:
“Eppure, proprio mentre il Papa mette in guardia sulla «terza guerra mondiale», il nostro Paese inscena una fiction irenica. Preferisce fingere di continuare a credere alle magnifiche sorti e progressive del pacifismo; come se Monaco 1938 non avesse insegnato nulla. Di Churchill e di De Gaulle nell’Europa di oggi non c’è traccia, mentre vediamo bene dove sono i Chamberlain e i Daladier: dappertutto. Più che una guerra in senso tradizionale, quella che stiamo affrontando è un’epoca. Non sappiamo quando finirà, né come. Ma di una cosa siamo certi: coloro che intendono entrare nella nuova epoca con le orecchie tappate per non ascoltare gli avvertimenti sgraditi, non avranno mai gli strumenti per comprendere il tempo che ci è dato in sorte; e non saranno bravi studenti, né un domani bravi professori, né soprattutto cittadini utili agli altri.”.
Posto che il Papa, qui tirato per la tonaca, quando parla di terza guerra mondiale intenda proprio che dobbiamo andare a bombardare la Libia e non piuttosto che bombardare la Libia è il preludio di quella guerra cui esplicitamente il pontefice romano fa riferimento (e se qualcuno sa che Bergoglio ha consigliato di andare a bombardare la Libia lo prego di dirmelo), spiace dire che l’argomento di Cazzullo è acqua al mulino di chi ha parlato di neocon (non entro nel merito del ‘come’ se ne sia parlato). Volendo difendere Panebianco, infatti, dall’accusa di essere un ‘guerrafondaio neoconservatore’ (secondo l’accusa di coloro che lo hanno importunato mentre faceva lezione), la firma del Corriere tira il ballo il classico argomento dell’appeasement: Monaco. Che è proprio l’argomento dei neocons per giustificare ed autorizzare le guerre di aggressione degli ultimi anni, in particolare nei confronti di Milosevic o di Saddam Hussein, dipinti come novelli Hitler: “riferimenti agli anni trenta, a Monaco e all’appeasement ricorrono frequentemente negli scritti dei neoconservatori. […]; nella letteratura degli anni settanta, quando critiche di appeasement venivano rivolte verso la politica di distensione nei confronti dell’Unione Sovietica (Norman Podhoretz, descrivendo l’atteggiamento dei democratici nel confronti della ‘minaccia’ sovietica: “Le somiglianze con l’Inghilterra nel 1937 ci sono tutte, e questo revival della cultura dell’appeasement dovrebbe turbare il nostro sonno” [The Culture of Appeasement, “Harpers”, ottobre 1972]; nel corso degli anni novanta, quando Milosevic veniva descritto come il nuovo Hitler […]. Così, per esempio, difendendo la necessità di un attacco preventivo contro Saddam Hussein, Perle ha dichiarato: “Un attacco preventivo contro Hitler ai tempi di Monaco avrebbe comportato una guerra immediata, piuttosto che la guerra che scoppiò successivamente. Dopo è stato molto peggio”” [Jim Lobe, Adele Oliveri (a cura di), I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 24-25].
L’idea neoconservatrice per eccellenza era che l’Europa venisse da Venere e gli USA da Marte: mollemente compiaciuti dell’idea di una kantiana ‘pace perpetua’ o di una kelseniana ‘pace attraverso il diritto’, gli europei avrebbero irresponsabilmente portato il mondo sull’orlo del baratro non assumendosi le proprie responsabilità, ovvero non prendendo parte alle guerre USA che il momento unipolare (la momentanea impotenza russa e la crescente debolezza ONU) imponeva per dar seguito al ‘destino manifesto’ di Globocop, lo Stato-polizia globale.
Se si vuole difendere Panebianco nel merito (ripeto, non discuto qui del metodo), occorre forse essere un po’ più cauti nel tirare fuori certi argomenti che soffiano sul fuoco. Proprio come fossero venti di guerra.
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Ps: Per sapere però chi sono (chi erano?) i neoconservatori, mi permetto di rinviare a una mia breve voce descrittiva apparsa sulla rivista di filosofia del diritto internazionale Jura Gentium e che qui riproduco (ma aggiungo che, come ho scritto in un mio saggio apparso sui Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, i neoconservatori derivavano tra le altre cose anche da una ‘filiazione’ del pensiero di Leo Strauss e Alexandre Kojève mediati da Allan Bloom: “Quando gli trillava il cellulare nella tasca dei calzoni, si appartava per scambiare qualche parola con qualcuno a Hong Kong o nelle Hawaii. […] Quello che gli piaceva era che gli uomini che avevano frequentato i suoi corsi fossero eletti a cariche importanti: la vita reale confermava i suoi giudizi. Si allontanava col telefonino e poi ritornava tra noi per dirci: «Colin Powell e Baker hanno consigliato al presidente di non mandare le truppe fino a Baghdad. Bush lo annuncerà domani[…]» […] Sapevamo quasi tutti che la sua fonte principale era Philip Gorman [alias Paul Wolfowitz]. Il padre di Gorman, professore universitario, si era opposto fieramente ai seminari di Ravelstein ai quali suo figlio si era iscritto. Rispettabili insegnanti di teorie politiche avevano detto al vecchio Gorman che Ravelstein era un pazzoide, che seduceva e corrompeva gli studenti. «Il paterfamilias è stato messo in guardia contro lo scassafamilias» diceva Ravelstein. […] Il giovane Philip era uno dei ragazzi che Ravelstein aveva educato nell’arco di trent’anni. I suoi allievi erano diventati storici, insegnanti, giornalisti, esperti, impiegati statali, pensatori. Ravelstein aveva prodotto (indottrinato) tre o quattro generazioni di laureati” [S. Bellow, Ravelstein, New York, Viking, 2000; trad. it., Ravelstein, Milano, Mondadori 2000, pp. 71-72 (corsivi miei).]”)
F. Tedesco, Neoconservatori [Jura Gentium, 2005]:
“Gruppo di intellettuali, accademici, analisti politici statunitensi, i neoconservatori (neoconservatives) o neocon sono attualmente parte integrante della burocrazia della sicurezza nazionale Usa. Si tratta di un movimento a base piuttosto ristretta, un network di persone che lavorano insieme da un trentennio; esso è animato per la gran parte da ebrei americani e si pone alla testa di una coalizione che comprende la destra repubblicana nazionalista tradizionale (Dick Cheney e Donald Rumsfeld) e la destra cristiana (Gary Bauer e Ralph Reed). Dopo alcuni prodromi negli anni ’50, il neoconservatorismo, inteso come movimento attivo nell’ambito delle questioni di politica estera, si afferma verso la fine del decennio successivo. È proprio in quegli anni che, a seguito di alcune vicende di politica interna e internazionale (l’isolamento internazionale di Israele dopo la guerra del ’67; il Vietnam e la paura che gli Usa potessero abdicare al loro ruolo nelle relazioni internazionali; il disincanto degli ebrei americani riguardante le Nazioni Unite e il Terzo Mondo), alcuni sedicenti liberal – sentendosi “rapinati dalla realtà”, come ebbe ad affermare uno dei padri del movimento, l’ex trotzkista Irving Kristol – mutano prospettiva e si allontanano dall’ala liberal del Partito democratico (il prefisso ‘neo-‘ testimonia tale trascorso). Negli anni ’70, i neoconservatori costituiscono il Committee on the Present Danger [Cpd], facendo così rivivere una lobby anticomunista degli anni ’50. L’intento è quello di contrastare la politica di distensione con l’Urss sostenuta dal presidente Carter e di affermare invece un’idea unilateralista di mantenimento del potere attraverso la forza militare. Così, con l’appoggio della destra repubblicana e dell’industria militare, i neoconservatori si fanno sostenitori di una politica internazionale Usa espressa dal motto “Peace through Strength” [pace tramite la forza]. Quando Reagan – membro del Cpd – diventa presidente, nomina 33 membri del Cpd nei gangli vitali della sicurezza nazionale. È l’era del militarismo aggressivo degli Usa (roll-back strategy) e del Tina, “There Is No Alternative” al modello capitalistico e di libero mercato. Dagli anni ’90 in poi si afferma definitivamente la linea strategica dei neoconservatori: con il Defence Planning Guidance, Paul Wolfowitz e Lewis Libby delineano la politica estera statunitense dalla Guerra del Golfo a oggi. È impressionante apprendere, alla luce dei fatti dell’undici settembre, che una delle associazioni dei neoconservatori, il Project for the New American Century [PNAC], abbia sostenuto all’inizio degli anni ’90 che per fare accettare le linee del neoconservatorismo all’establishment di politica estera sarebbe stato necessario un evento straordinario e catastrofico, una nuova Pearl Harbor. Il catalogo delle idee dei neocon è questo: unilateralismo interventista degli Stati Uniti (definito anche internazionalismo conservatore); ridimensionamento del ruolo delle Nazioni Unite; idea della missione redentrice degli Usa; assolutismo morale e idea della preminenza dei valori ‘americani’ in un’ottica di scontro delle civiltà; stretto legame tra le sorti di Israele – considerato l’avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente – e la politica estera statunitense; in relazione all’istituzione della Corte Penale Internazionale, nozione della indiscutibilità della sovranità statunitense in tutte le sue espressioni; disprezzo nei confronti dell’Europa (in sostanza, il loro discorso è: gli europei parlano di difesa dei diritti, ma quando si tratta di intervenire e di sporcarsi le mani, si muovono solo gli Usa); politica ‘ostile’ nei confronti di Paesi antagonisti (la Cina in primis). Thomas Friedman – rispondendo ad un intervistatore – ha detto di recente dei neoconservatori “potrei darle il nome di venticinque persone (che in questo momento lavorano tutte in un raggio di cinque isolati da questo ufficio) che, se un anno e mezzo fa fossero state esiliate su un’isola deserta, la guerra in Iraq non sarebbe mai avvenuta”.”

Il nome della madre

gipi_2sangiuseppePartiamo da un presupposto: che sono favorevole al matrimonio egualitario. Ho qualche dubbio sulla questione della stepchild adoption così come configurata, pare, dalla Cirinnà, ma per motivi giuridici – e non perché io sia contrario – che brevemente illustro: mettiamo che passi quest’ultima misura, due genitori omosessuali ricorrono alla maternità surrogata (seme di uno dei due, utero ‘in affitto’ in Canada), tornati in Italia fanno sì che il figlio secondo la Cirinnà venga adottato dall’altro membro della coppia. Siccome si discute se vietare (o addirittura trasformare in reato) l’utero in affitto, in questo modo il divieto sarebbe aggirato. Non c’è modo in realtà di aggirare questo impasse, poiché il figlio riuscirebbe in ogni caso a venire adottato dalla coppia, per esempio per riconoscimento giurisdizionale. Anzi, vietando la maternità surrogata in Italia, essa diventerebbe privilegio per i ricchi in grado di pagare una donna canadese. Insomma, l’unico modo per non fare pasticci sarebbe quello di affermare per via legislativa la maternità surrogata anche in Italia, ponendola sotto rigidi controlli per evitare lo shopping degli uteri. E fornendo servizi e assistenza al fine di evitare che il tutto si trasformi nell’ennesimo privilegio per ricchi. In questo modo, forse un tantino ‘forzato’ dalle circostanze (e dalla tecnica), si risolverebbero molti problemi e si arriverebbe a un risultato (l’adozione del ‘figliastro’) a cui si arriverà comunque. A meno che non si voglia affermare che il figlio di coppia etero o gay che lo procrei tramite maternità surrogata non rimanga esclusivamente figlio di uno dei genitori, ovvero del componente della coppia che gli abbia trasmesso il proprio patrimonio biologico.

Fin qui le considerazioni ‘giuridiche’. Tuttavia, ciò che sul piano etico e politico è importante rilevare è che in questo processo di surrogazione, la madre rischi di scomparire come soggetto. Partiamo da un disegno di Gipi di un annetto fa, in cui si vedono due San Giuseppe tenere in braccio un bimbo. Quel disegno, come le tante foto di coppie omosessuali con figli che circolano in questi giorni (oh, poi bisognerà pure smontare la retorica della famiglia ‘tradizionale’ come semenzaio di ogni corruttela morale e la famiglia ‘arcobaleno’ come luogo dell’amore puro: la famiglia è sempre oppressiva, e la sua regolazione corrisponde per lo più a ragioni che con l’amore non hanno davvero nulla a che fare), sembra rispondere alla celebre battuta dei Monty Python in Brian di Nazareth: a ‘Loretta’ (un uomo che vuole diventare donna) che vuole avere dei bambini viene obiettato “E dove vuoi tenerlo, in un barattolo?!”, configurando questa scelta non come la lotta di Loretta contro l’oppressione, ma contro la realtà. Ora, la realtà viene modificata attraverso il diritto. Nel Seicento si diceva che la legge potesse tutto, tranne trasformare l’uomo in donna e far mangiare l’erba a un tavolo. La legge sul transessualismo ha intaccato quella prima certezza, trasformando l’uomo in donna e viceversa. Perché Loretta abbia figli, oggi, non c’è più bisogno di fantasticare il barattolo: c’è la madre surrogata. Tuttavia nel disegno di Gipi sembra in effetti che quel bambino sia venuto fuori da un barattolo, poiché nella foto di quella madre comunque necessaria per portare avanti la gestazione non c’è traccia.

Il punto non è dunque essere contrari alla maternità surrogata, il punto è essere contrari alla scomparsa, anche solo iconica, dei soggetti. Tanto più se quei soggetti sono ‘deboli’, come potrebbero (ma non necessariamente sono, e la legge, come scrivevo sopra, deve intervenire affinché ciò non accada) esserlo le madri che portano in grembo i figli di altri. Allora, si dirà, la madre dovrebbe stare come ‘quarto incomodo’ nelle foto di famiglia? No, non dico questo: dico che quella scomparsa, la scomparsa della madre, forse ci dice qualcosa. Si potrebbe ancora dire: anche il donatore del seme in una coppia di donne scompare. Ma portare un bambino in grembo per nove mesi e donare il seme non sono esattamente la stessa cosa. Ci dice che forse in tutta questa faccenda rischia di (s)comparire un soggetto potenzialmente debole, e che questa cosa deve interrogarci e deve orientarci affinché ciò non accada.

Matrimonio egualitario e gerarchia dei diritti?

matrimonio egualitarioI diritti non funzionano come un gioco a somma zero, dunque aprire a nuovi ‘riconoscimenti’ (poi su questa parola ‘costituente’ ci si dovrà intendere: i diritti il legislatore li crea, non li riconosce) non sottrae necessariamente qualcosa ai diritti di più lungo ‘corso’. Tuttavia è difficile non notare il conformismo dei diritti civili, che in fondo brandisce un claim poco ‘costoso’, laddove il massacro del lavoro, ma anche della stessa uguaglianza, non ha prodotto analoga mobilitazione sociale e politica. Ho scritto in un libro del 2009 che non esiste alcuna gerarchia dei diritti, e che essi — se li intendiamo nella classica tripartizione marshalliana tra civili politici ed economici sociali e culturali — stanno o cadono a seconda che stiano insieme o vengano presi separatamente. Ed è proprio questa loro natura embricata che fa sì che i diritti civili senza i diritti culturali — l’habeas mentem — o economici o sociali siano strumenti per chi se li può permettere. Non è un esercizio di ‘benaltrismo’. Certo, se il legislatore afferma un diritto senza occuparsi di ciò che lo rende effettivo,  ben venga! Ci rimaniamo un po’ male (ma restiamo in fiduciosa attesa), sperando che prima o poi arrivi anche quell’apparato di diritti concorrenti che permettono il godimento effettivo del diritto riconosciuto. Consentire alle persone di sposarsi richiede che esse siano in grado di avere lavori dignitosi e di avere un’abitazione in cui vivere. L’amore non c’entra niente. Così, parlare di maternità surrogata tout court senza lo sguardo rivolto ai corrispondenti diritti economici, sociali e culturali, rischia — al di là dei convincimenti personali circa l’opportunità di una tale pratica per i diritti del nascituro e del bambino — non solo di avallare comportamenti criminali e vendita del corpo per bisogno o per insufficienza di strumenti culturali, cosa contro cui tutti vogliono adoperarsi e che la politica e il legislatore sembrano voler prendere molto sul serio, ma rischia di diventare uno strumento in mano a chi se lo può permettere, e di questo nessuno parla.

ONU, guerra giusta, guerra preventiva, guerra al terrore

Nel 1999 il giurista internazionalista Michael J. Glennon aveva affermato che l’intervento in Kosovo della Nato, nonostante fosse in palese violazione della Carta Onu, poneva la pietra tombale sulle “antiquate”
(ma tuttora vigenti) regole del diritto internazionale in tema di peacekeeping e peacemaking da questa stabilite.
Aveva aggiunto che della morte di tale sistema di regole – che prevedono l’intervento del Consiglio di sicurezza solo in caso di “cross-border attack” e «sotto le quali i più sanguinosi conflitti erano stati liquidati come “questioni interne” [agli Stati]» (Glennon, The New Interventionism, in Foreign Affairs, May/June 1999) – non c’era da rammaricarsi in quanto esso collide con le “moderne idee di giustizia” e risulta “fuori sincrono” poiché si attarda a considerare la violenza fra gli stati come la maggiore minaccia alla sicurezza internazionale laddove invece i più sanguinosi scontri avvengono nell’ambito della “domestic jurisdiction”. Ma aveva anche ammonito contro la pratica di rimpiazzare la vecchia struttura formale “anti-interventista” con un nuovo impianto normativo traballante, vago e creato ad hoc.
Delle difficoltà che attanagliano il sistema internazionale e l’Onu
si è accorto anche Kofi Annan, il quale nel 2003 ha istituito – col compito di suggerire soluzioni e riforme – l’High-Level Panel on Threats, Challenges and Change.
Il Panel ha emesso, nel dicembre 2004, il suo rapporto, il cui
nocciolo è il tema dell’uso della forza. In esso si afferma che la forza può
essere esercitata legalmente solo in risposta a una minaccia imminente oppure quando il Consiglio di sicurezza ne autorizzi l’uso.
Inoltre, si sostiene che essa dovrebbe essere esercitata – dagli stati o dal Consiglio – in base a cinque criteri di legittimità: se la minaccia è sufficientemente grave; se lo scopo è appropriato; se tutte le opzioni non-militari sono state esperite; se l’azione militare è proporzionata alla minaccia; se vi sono ragionevoli possibilità di successo.
Sull’ultimo numero della Policy Review, commentando queste che
sembrano quasi risposte alle sue preoccupazioni, Glennon ha affermato che le proposte dell’High- Panel sembrano postulare che il mondo sia governato da una moralità oggettiva e ignorano la realtà, recuperano la dottrina medievale della guerra giusta e tentano di istituzionalizzare l’idea che uno stato possa agire militarmente di fronte a un attacco imminente in base a una ricostruzione erronea della dottrina internazionalistica.
Secondo Glennon, la dottrina della guerra giusta riemerge nel rapporto dell’High-Level Panel quando esso, sulla base dei criteri di legittimazione dell’uso della forza presuntamente valutabili su di un piano universale, asserisce che l’intervento militare deve essere deliberato «per le giuste ragioni, moralmente», e che la forza deve essere esercitata solo quando la «buona coscienza» lo permetta. E, ancora, quando esso afferma che occorre consolidare un «atteggiamento morale» di condanna del terrorismo.Per quanto riguarda il criterio dell’imminence dell’attacco proposto dall’High-Panel, Glennon lo definisce irrealistico:
«Nessun politico assennato, sapendo che qualche stato canaglia o qualche gruppo terroristico sta preparando un attacco nucleare, suggerirebbe di star seduti ad aspettare che l’attacco diventi imminente». E tuttavia il Panel pretende di legittimare tale criterio sulla base dell’interpretazione dell’art. 51 della Carta Onu (che in realtà prevede l’uso della forza da parte di uno Stato solo in funzione auto-difensiva fino all’attivazione del Consiglio di sicurezza), e afferma che è costante norma di diritto internazionale che uno stato possa intraprendere azioni militari di fronte a un attacco imminente. Ma, sostiene Glennon, la dottrina internazionalistica ha da tempo messo in rilievo che l’art. 51 prevede l’uso della forza esclusivamente nel caso in cui uno stato debba difendersi da un attacco armato, e non nel caso in cui l’attacco sia imminente ma non attuale.
Tuttavia, l’intenzione di Glennon non è certo di richiamare al rispetto dell’art. 51, quanto di criticare la pretesa dell’Onu – espressa mediante le proposte di riforma dell’High-Panel – di rievocare a sé il monopolio dell’uso della forza militare. Tra tali proposte, tutte tese a includere mediante un’interpretazione arbitraria della Carta Onu i comportamenti degli Stati Uniti tra le attribuzioni del Consiglio di Sicurezza, figura quella di istituzionalizzare l’intervento umanitario. In altre parole, per Glennon non è criticabile l’uso della forza preventiva o l’ingerenza umanitaria, quanto il tentativo dell’Onu di porre il cappello del Consiglio di sicurezza su tali attività qualora esse siano svolte per iniziativa dei singoli stati (gli Stati Uniti, per essere precisi) al di fuori del controllo del Consiglio.
Dunque il vizio peggiore del rapporto dell’High-Level Panel è, per Glennon, di non considerare alternative – quali potrebbero essere un’alleanza fra i paesi democratici, delle integrazioni regionali rafforzate o delle “coalizioni di volenterosi” meno ad hoc – all’ormai “vecchio” modello delle Nazioni Unite che pretende di attribuire il monopolio dell’uso della forza al Consiglio di sicurezza: «L’ipotesi che vi siano altre opzioni per gestire l’uso della forza che possano funzionare meglio del Consiglio di sicurezza è semplicemente non all’ordine del giorno » dell’High-Level Panel.In conclusione, per un realista come Glennon elaborare modelli di pacifismo istituzionale (o di gestione dell’uso della forza) che passino attraverso la riforma dell’Onu è una via velleitaria e idealistica al raggiungimento di un ordine internazionale più saldo.
Una via tanto più velleitaria in quanto fondata su un’erronea lettura
delle vicende storiche: «Nel corso del diciottesimo secolo, la pace in Europa è stata mantenuta sulla base dell’equilibrio di potenza, più che attraverso istituzioni legaliste». Per Glennon l’eccentricità della Carta dell’Onu – la sua incapacità di approntare strumenti d’interpretazione e trasformazione del contesto internazionale – è ormai un dato di fatto ampiamente condiviso dalla dottrina e dalle diplomazie di buona parte del globo. Ciò che non è condiviso, per Glennon, è l’idealismo di un progetto di riforma che tenti di recuperare centralità a delle Nazioni Unite sempre meno legittimate. E – citando Henry Cabot Lodge – «vi è un grave pericolo in un idealismo non condiviso».

La buona vendetta

04bronson1Alcune recenti assoluzioni hanno suscitato un certo clamore nell’opinione pubblica. Dal caso Cucchi, in cui pare chiaro che un ragazzo sia stato picchiato, ma la legge non sa dire da chi e assolve gli imputati, alla prescrizione per il caso Eternit, in cui le parole del procuratore generale della Cassazione (“ci sono momenti in cui diritto e giustizia vanno da parti opposte”) hanno dato la stura a una protesta basata su un senso diffuso di giustizia mortificato da quella che, in modo anche sprezzante, viene definita ‘legalità formale’. A Ferguson, negli Stati Uniti, la recente mancata incriminazione dell’agente (bianco) che sparò e uccise un adolescente (nero) disarmato ha scatenato nuovamente la protesta, sfociata in danneggiamenti, ferimenti, arresti. Lo stesso è accaduto per la mancata incriminazione dell’agente che con una mossa vietata ha strangolato l’afroamericano Eric Garner, di Staten Island, New York. Negare giustizia in nome della legge. Il ragionamento è: sappiamo di chi sono le colpe, ma il diritto (sarebbe meglio dire la legge) ne ostacola l’accertamento. Summum ius, summa iniuria. A un caldo senso di giustizia si contrappone la fredda legge dello Stato. Alla reazione immediata (‘a caldo’), la lentezza delle procedure. Il diritto così risulta velleitario, inefficace nella sua pretesa di fare giustizia espropriando le parti in causa del diritto di farsi giustizia da sé, in nome di una razionalità astratta che dovrebbe offrire garanzie di terzietà scongiurando il rischio di una gestione emotiva e irrazionale del conflitto. Il diritto, si sostiene, serve a scongiurare la vendetta.

Ma è davvero così? E la vendetta è davvero un male? Sono le domande che percorrono il libro di Stefano Berni e Giovanni Cosi, studiosi di antropologia giuridica e di filosofia del diritto, i quali nel loro Fare giustizia. Due scritti sulla vendetta (Giuffrè 2014) provano in modo anche provocatorio a guardare a una vicenda umana ancestrale e indicibile: farsi giustizia da sé. Entrambi i saggi di cui il libro si compone si inseriscono in una più generale critica della modernità, intesa come il percorso che ha portato gli Stati a sottrarre ai cittadini il loro diritto di usare la violenza, per appropriarsene monopolisticamente. Ma questo esproprio, avvenuto sotto le insegne della razionalità fredda e calcolante, ha davvero escisso la violenza ancestrale che contraddistingue la vendetta? La risposta è no: il monopolio della punizione diventa vendetta di Stato (così come nel cristianesimo la vendetta è di dio, non più degli uomini). Eppure, sostiene Berni, se lo Stato non dà giustizia, l’ira che presiede alla vendetta si trasforma in risentimento. La vendetta aveva il pregio di consentire che l’ira si incanalasse: dopo lo scoppio del bubbone, l’ordine sarebbe tornato. La denegata giustizia dello Stato alimenta quel risentimento, al quale è necessario, sostiene Berni, trovare un canale di sfogo, poiché, al di là delle pretese illuministiche sulla rieducazione e sul reinserimento sociale del condannato, la giustizia è rimasta fondamentalmente retribuzione del male con un male uguale e contrario. Vendetta, appunto.

Diverso l’orientamento del saggio di Cosi, il quale prova a formulare una teoria della ‘buona vendetta’. Nella vendetta vi era un rapporto diretto tra la vittima e il reo (e le due comunità di riferimento): con la modernità questo rapporto viene seppellito in nome della terzietà del giudice, che non è, non può essere parte in causa. Ma questa elisione della relazione sociale è un danno, poiché da una parte sul reo si abbatte lo stigma di delinquente, rendendo illusoria la pretesa di reinserimento, mentre la vittima dal canto suo riceverà un astratto risarcimento che niente sa di ciò che essa desidererebbe come riparazione da parte di colui che le ha fatto del male.

La vendetta invece poteva anche trasformarsi in riconoscimento e conciliazione. Il processo penale che mira a stabilire pene e a comminare sanzioni è riduttivo, elide la relazione sociale. C’è bisogno, dunque, di una ‘vendetta buona’, che Cosi identifica nella mediazione penale, ovvero in un modo di risoluzione delle controversie che non ha bisogno del giudice, ma che si basa su un confronto diretto tra il reo e la vittima. Così il reo guarderà in faccia l’offeso, e questi potrà chiedergli ‘perché l’hai fatto?’, e pretendere da lui una prestazione compensativa diversa dalla detenzione. Negli Stati Uniti sono diffuse per esempio pene alternative che si sostanziano in lavori da svolgere, nel pagamento di spese mediche, e nelle scuse. Si tratta di una giustizia non retributiva (male contro male) ma riparativa. Una vendetta ‘buona’, che costringe il reo a guardare la sua vittima negli occhi, a stabilire un contatto.

Entrambe le proposte presuppongono una comunità che abbia voglia di fare giustizia da sé. Ma è una visione sostanzialistica che spaventa. Se è vero che la vendetta è una presenza spettrale anche nel diritto moderno, cosa c’è di male nel tentare di arginarla? Cosa di sbagliato in una razionalità che si pretende (con tutti i limiti del caso) fredda e distante dall’emotività del momento? E in fondo, non è più afflittivo (e pre-moderno) pretendere che il reo guardi in faccia la vittima, che gli chieda perdono, che cambi mentalità? Infine, la vendetta è dissipativa, si esaurisce nel gesto, mentre sarebbe il caso di incanalare l’ira per cambiare l’assetto ingiusto della società.

[* Una versione leggermente diversa di questo articolo è apparsa su Pagina99 – Weekend, Anno I, numero 70, 29 novembre – 5 dicembre 2014, p. 29]