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Contro l’etica terrorista del sacrificio

Caravaggio_Ariete.jpgNel mio ultimo libro, “Eccedenza sovrana“, teorizzavo la teurgia politica. Teurgia è termine della sapienza e della Cabala ebraiche, e indica due cose: una teurgia restauratrice e una instauratrice. Teurgia indica il processo mediante il quale i fedeli, tramite la glorificazione del dio, restaurano la sua potenza o addirittura la creano.
Il tema naturalmente riguarda in filigrana l’obbligazione politica, il ‘to die for’ della sovranità. Perché obbedire, perché essere disposti a sacrificare la propria vita in nome del sovrano? La mia risposta era Barnardine, ubriacone di “Misura per misura” di Shakespeare che viene chiamato per essere ucciso e risponde “Vi prenda la peste alla gola!”. Egli non vuole morire, e non morirà. Non vuole partecipare alla pantomima teurgica, non vuole istituire né restaurare nessun semidio mortale, per usare espressioni care sia a Hobbes che a Shakespeare.
Smontare la teurgia significa mettere da parte, ‘illuministicamente’, ma direi meglio ‘ereticamente’ (poi Adriano Prosperi dice, forzando, che gli eretici furono gli antesignani dell’Illuminismo) la figura deontica del dovere. Morire per cosa, morire per chi? Mi viene in mente un passaggio del filosofo tedesco Habermas a proposito dell’obbligazione politica. Ecco quel che scrive:

“[t]here is a remarkable dissonance between the rather archaic features of the “obligation potential” shared by comrades of fate who are willing to make sacrifices, on the one hand, and the normative self-understanding of the modern constitutional state as an uncoerced association of legal consociates, on the other. The examples of military duty, compulsory taxation, and education suggest a picture of the democratic state primarily as a duty-imposing authority demanding sacrifices from its dominated subjects. This picture fits poorly with an enlightenment culture whose normative core consists in the abolition of a publicly demanded sacrificium as an element of morality. The citizens of a democratic legal state understand themselves as the authors of the law, which compels them to obedience as its addressees. Unlike morality, positive law construes duties as something secondary; they arise only from the compatibility of the rights of each with the equal rights of all” (Habermas 2001: 101)

Ecco, quando vedo la foto degli attentatori di Bruxelles, due fratelli, due figli di donna che vanno a farsi saltare in aria, budella di fuori, ossa triturate, mi chiedo: per chi stanno morendo? Se poi allargo lo sguardo intercetto l”artificiere’, che però sarebbe in fuga. Lui no, non si è fatto saltare in aria. Ecco, smontare la teurgia politica significa dire “vacci tu!”. Vuoi farlo? Fallo tu. Vuoi uccidere persone provando un dolore indicibile? Non sarò il tuo montone, il mio corno non servirà per fondare la tua città.

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Habermas, Juenger. 2001. The Postnational Constellation. Cambridge (MA), MIT Press.

[Questo articolo è apparso anche sul numero del settimanale “Scenari” del 1º aprile 2016]

Livor Massimo

dalema-640“La «rottura sentimentale» che in un’altra intervista (sempre all’ottimo Aldo Cazzullo) rimproveravi a Renzi è davvero la chiave per comprendere ciò che sta accadendo a sinistra: salvo che si è già consumata da tempo, e precisamente da quando tu, con lucidità politica e coraggio personale, hai tentato invano di modernizzare la sinistra italiana (post)comunista”. Queste parole di Fabrizio Rondolino, ovvero di uno degli ex Lothar di D’Alema, sono — assieme a tutte le altre del suo editoriale sull’Unità  — il ritratto nitido del Lider Massimo. Il più nitido. Nelle sue parole, Rondolino malignamente quanto realisticamente dice una cosa, in fondo, che noi qui traduciamo così: che D’Alema avrebbe voluto essere il Craxi che Craxi non era mai riuscito a essere, ovvero il modernizzatore che sposta l’asse della sinistra al centro per conseguire politiche ‘riformiste’ improntate all’esaltazione dell’impresa, dell’individualismo, del liberalismo. Tutto quello che, pur maldestramente, Craxi avrebbe voluto fare se non fosse annegato nella cloaca della corruzione e della febbre arraffona che caratterizzava lui, il suo clan, il suo partito. E del resto il ritratto di Tony Blair è su questo quanto mai icastico. (Naturalmente Rondolino ammanta di valore assiologicamente positivo quella svolta dalemiana).

Ma il punto è proprio questo, e spiega anche in termini psicanalitici l’amore e l’odio tra Matteo e il padre D’Alema. Perché Matteo è quello che Massimo avrebbe voluto essere e non è diventato, e D’Alema questo non può perdonarglielo. Certo anche D’Alema era figlio del suo tempo, ovvero il progetto non era ‘suo’ ma di un’intera classe dirigente che voleva fare i conti col comunismo (per usare il titolo di un bel libro di Aldo Schiavone che però mi pare andasse davvero in un altro senso, suggerendo piuttosto un ritorno a Rousseau). Ma i conti fatti male poi non tornano.

In fondo in D’Alema (e in Veltroni) si nascondeva (ma neanche tanto) il seme del renzismo. Ed è imperdonabile che Matteo sia diventato più dalemiano di D’Alema. Che chiude così la propria parabola: da Lider Massimo a Livor Massimo.

 

A cosa servono le onde gravitazionali

WCCOR_0H5HGDUR-0006-kOsB-U431508045752441bG-593x443@Corriere-Web-Sezioni“In the absence of alcohol, your living room doesn’t appear to shrink and grow repeatedly. But, in fact, it does.”.
 
La più convincente spiegazione delle onde gravitazionali che mi è capitato di leggere è questa (non la battuta, brillante, ma tutto l’articolo del New York Times).
Ho letto altri articoli, ho ascoltato l’autore di successo di un libretto di fisica spiegata agli ignoranti (come me), ma non ho capito niente. Ovvero, ho capito il fenomeno, ho capito di che si trattava, ho capito quale fosse l’origine della tesi verificata sperimentalmente ieri. Ma nessuno mi aveva detto con chiarezza a cosa servisse questa scoperta. Ecco: a niente. O meglio: ciò che imbarazza il mondo scientifico, scioccamente e ingiustamente, è il fatto che questa ricerca e questa scoperta (o meglio questa prova), per quanto ne capisco, è ciò che in ambiente accademico si chiamerebbe puramente ‘curiosity driven’. Una ricerca che non ha applicazioni pratiche immediate, su cui però sono stati spesi un sacco di soldi, e per giunta per verificare un’ipotesi formulata da Einstein cent’anni fa. Ecco cos’è la ricerca. Questa ricerca spiega non solo da dove, con ogni probabilità, veniamo (o meglio, come veniamo dal posto da cui veniamo); essa spiega che cos’è l’uomo, questo animale simbolico alla ricerca del proprio posto nel mondo. Anzi nel cosmo. Ed è per questo che non bisogna vergognarsi di dire che questa ricerca non serve a niente, se non a dire che l’uomo è una bestia curiosa. [*]
[*] Fisici che leggete, se le cose non stanno così, lasciatemi nell’illusione poetica…

Kant nell’harem: Fatema Mernissi

mernissi.jpgFatema Mernissi era di una grande, esotica, ostentata bellezza orientale. Il suo naso aquilino e gli occhi sempre bistrati, i suoi abiti di foggia tradizionale e allo stesso tempo cosmopolita,  ne facevano un simbolo orgoglioso dell’inversione dello stigma orientalizzante con cui gli occidentali guardano la donna ‘esotica’. Infatti, sebbene Mernissi potesse a prima vista incarnare esteticamente lo stereotipo della donna orientale, il suo lavoro era tutto teso a sovvertire questo schema, a ribaltare il cliché della donna bella e orientale, dunque sottomessa e muta. La sua figura sembrava un’affermazione di conciliabilità, al di là di ogni stereotipo, tra impegno, intelligenza, coraggio, apertura, e tradizione. Ma una tradizione rivisitata, consapevole delle proprie ibridazioni. Si può essere orientali, belle e intelligenti, dunque. Proprio a questi temi è dedicato quello che da molti viene considerato il suo capolavoro, Scheherazade goes West, or: The European Harem, pubblicato nel 200o e meritoriamente tradotto da Giunti col titolo L’harem e l’OccidenteMernissi ha sostenuto in quel libro tesi interessanti e provocatorie, che hanno avuto eco anche nel dibattito italiano, e che hanno fatto storcere il naso a più di una femminista. La tesi di fondo è che gli occidentali dovrebbero guardare a casa loro, ovvero dovrebbero smetterla di pensare che l’oppressione (della donna) sia sempre affare di ‘altri’ e che l’Occidente sia il luogo dei diritti incarnati e dell’emancipazione. In particolare, Mernissi racconta la propria esperienza di cliente di un grande magazzino americano: voleva comprarsi una gonna di cotone, ma il commesso le disse che aveva fianchi troppo larghi per una taglia 42: “Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare come l’immagine della bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna, e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una polizia statale in regimi estremisti. […] Mi resi conto per la prima volta che la taglia 42 è forse una restrizione ancora più violenta del velo musulmano” (F. Mernissi, L’harem e l’Occidente, Giunti, Firenze 2006, pp. 163 e 166). Questa tesi è arrivata in Occidente come uno schiaffo potente, poiché Mernissi stava sostenendo, proprio negli anni in cui la società occidentale si interrogava sulla libertà delle donne musulmane (e le bombe degli anni successivi sarebbero state benedette dallo scopo di togliere il burqa alle donne afghane), che il medico deve prima curare se stesso. Se la prendeva non solo con gli stilisti, ma con la filosofia che aveva prodotto una struttura maschilista della società e della cultura: “Di fatto, il moderno occidentale dà forza alle teorie di Immanuel Kant del XIX secolo. Le donne devono apparire belle, ovvero infantili e senza cervello” (ivi, p. 167). Ingres con Kant, insomma. Lo stesso valeva per il ‘tempo’, ovvero per la vecchiaia, usato in Occidente così come gli Ayatollah usano lo spazio in Iran: per conculcare la libertà delle donne.
La decostruzione dell’immaginario occidentale sulla donna orientale era l’obiettivo di quel libro, assieme alla messa in crisi delle pretese acritiche di un etnocentrismo occidentale tutto teso ad affermare la propria superiorità morale. Mernissi ci stava dicendo che le donne occidentali non sono così libere come gli uomini occidentali tendono ad affermare, poiché esse sono vittime di un’altra forma di violenza, che – sosteneva Mernissi – non è meno oppressiva e grave del velo. E ci invitava a riconsiderare l’illibertà delle donne orientali, ricostruendo un harem del tutto diverso da come la letteratura e le arti europee ce lo hanno consegnato. Shahrazad non era più la vittima del potere maschile, ma un’astuta oppositrice che scavava il terreno sotto i piedi al dominio maschile. Mernissi proponeva dunque delle forme di essenzialismo strategico o di sly civility, ovvero un metodo non frontale di lotta che potesse, dal di dentro, minare i pilastri del maschilismo.

Quanto queste strategie fossero e siano utili, non lo sappiamo. Sappiamo che esistono e che vengono praticate (si pensi all’inversione dello stigma di cui sono stati oggetti prima la gonna per le femministe europee e poi il velo per le musulmane francesi), e sappiamo che rischiano di perpetuare il significato simbolico dell’oppressione. Ma al di là di questo, Fatema Mernissi stava mettendo con acume e coraggio l’Occidente davanti a uno specchio che lo facesse risvegliare dalla propria dissonanza cognitiva.

La sua ricerca non si è fermata. Leggo che era una donna estremamente curiosa, e che quando El Pais le chiese, di fronte al suo interesse per Internet, se non pensava che fosse però anche uno strumento di comunicazione tra terroristi, rispose con parole che sono un trattato per affrontare il presente: “¡Pero si muchos de los terroristas provienen de Europa misma! Para mí, la cuestión es averiguar cuál es la semilla y la tierra, el caldo de cultivo que lo produce. Necesita nacer y crecer como las plantas. Lo resolveremos si sabemos por qué sucede, no con tópicos como que todos los terroristas son musulmanes”.

[Questo articolo è apparso anche sul numero del 4 dicembre di Scenari]

ONU, guerra giusta, guerra preventiva, guerra al terrore

Nel 1999 il giurista internazionalista Michael J. Glennon aveva affermato che l’intervento in Kosovo della Nato, nonostante fosse in palese violazione della Carta Onu, poneva la pietra tombale sulle “antiquate”
(ma tuttora vigenti) regole del diritto internazionale in tema di peacekeeping e peacemaking da questa stabilite.
Aveva aggiunto che della morte di tale sistema di regole – che prevedono l’intervento del Consiglio di sicurezza solo in caso di “cross-border attack” e «sotto le quali i più sanguinosi conflitti erano stati liquidati come “questioni interne” [agli Stati]» (Glennon, The New Interventionism, in Foreign Affairs, May/June 1999) – non c’era da rammaricarsi in quanto esso collide con le “moderne idee di giustizia” e risulta “fuori sincrono” poiché si attarda a considerare la violenza fra gli stati come la maggiore minaccia alla sicurezza internazionale laddove invece i più sanguinosi scontri avvengono nell’ambito della “domestic jurisdiction”. Ma aveva anche ammonito contro la pratica di rimpiazzare la vecchia struttura formale “anti-interventista” con un nuovo impianto normativo traballante, vago e creato ad hoc.
Delle difficoltà che attanagliano il sistema internazionale e l’Onu
si è accorto anche Kofi Annan, il quale nel 2003 ha istituito – col compito di suggerire soluzioni e riforme – l’High-Level Panel on Threats, Challenges and Change.
Il Panel ha emesso, nel dicembre 2004, il suo rapporto, il cui
nocciolo è il tema dell’uso della forza. In esso si afferma che la forza può
essere esercitata legalmente solo in risposta a una minaccia imminente oppure quando il Consiglio di sicurezza ne autorizzi l’uso.
Inoltre, si sostiene che essa dovrebbe essere esercitata – dagli stati o dal Consiglio – in base a cinque criteri di legittimità: se la minaccia è sufficientemente grave; se lo scopo è appropriato; se tutte le opzioni non-militari sono state esperite; se l’azione militare è proporzionata alla minaccia; se vi sono ragionevoli possibilità di successo.
Sull’ultimo numero della Policy Review, commentando queste che
sembrano quasi risposte alle sue preoccupazioni, Glennon ha affermato che le proposte dell’High- Panel sembrano postulare che il mondo sia governato da una moralità oggettiva e ignorano la realtà, recuperano la dottrina medievale della guerra giusta e tentano di istituzionalizzare l’idea che uno stato possa agire militarmente di fronte a un attacco imminente in base a una ricostruzione erronea della dottrina internazionalistica.
Secondo Glennon, la dottrina della guerra giusta riemerge nel rapporto dell’High-Level Panel quando esso, sulla base dei criteri di legittimazione dell’uso della forza presuntamente valutabili su di un piano universale, asserisce che l’intervento militare deve essere deliberato «per le giuste ragioni, moralmente», e che la forza deve essere esercitata solo quando la «buona coscienza» lo permetta. E, ancora, quando esso afferma che occorre consolidare un «atteggiamento morale» di condanna del terrorismo.Per quanto riguarda il criterio dell’imminence dell’attacco proposto dall’High-Panel, Glennon lo definisce irrealistico:
«Nessun politico assennato, sapendo che qualche stato canaglia o qualche gruppo terroristico sta preparando un attacco nucleare, suggerirebbe di star seduti ad aspettare che l’attacco diventi imminente». E tuttavia il Panel pretende di legittimare tale criterio sulla base dell’interpretazione dell’art. 51 della Carta Onu (che in realtà prevede l’uso della forza da parte di uno Stato solo in funzione auto-difensiva fino all’attivazione del Consiglio di sicurezza), e afferma che è costante norma di diritto internazionale che uno stato possa intraprendere azioni militari di fronte a un attacco imminente. Ma, sostiene Glennon, la dottrina internazionalistica ha da tempo messo in rilievo che l’art. 51 prevede l’uso della forza esclusivamente nel caso in cui uno stato debba difendersi da un attacco armato, e non nel caso in cui l’attacco sia imminente ma non attuale.
Tuttavia, l’intenzione di Glennon non è certo di richiamare al rispetto dell’art. 51, quanto di criticare la pretesa dell’Onu – espressa mediante le proposte di riforma dell’High-Panel – di rievocare a sé il monopolio dell’uso della forza militare. Tra tali proposte, tutte tese a includere mediante un’interpretazione arbitraria della Carta Onu i comportamenti degli Stati Uniti tra le attribuzioni del Consiglio di Sicurezza, figura quella di istituzionalizzare l’intervento umanitario. In altre parole, per Glennon non è criticabile l’uso della forza preventiva o l’ingerenza umanitaria, quanto il tentativo dell’Onu di porre il cappello del Consiglio di sicurezza su tali attività qualora esse siano svolte per iniziativa dei singoli stati (gli Stati Uniti, per essere precisi) al di fuori del controllo del Consiglio.
Dunque il vizio peggiore del rapporto dell’High-Level Panel è, per Glennon, di non considerare alternative – quali potrebbero essere un’alleanza fra i paesi democratici, delle integrazioni regionali rafforzate o delle “coalizioni di volenterosi” meno ad hoc – all’ormai “vecchio” modello delle Nazioni Unite che pretende di attribuire il monopolio dell’uso della forza al Consiglio di sicurezza: «L’ipotesi che vi siano altre opzioni per gestire l’uso della forza che possano funzionare meglio del Consiglio di sicurezza è semplicemente non all’ordine del giorno » dell’High-Level Panel.In conclusione, per un realista come Glennon elaborare modelli di pacifismo istituzionale (o di gestione dell’uso della forza) che passino attraverso la riforma dell’Onu è una via velleitaria e idealistica al raggiungimento di un ordine internazionale più saldo.
Una via tanto più velleitaria in quanto fondata su un’erronea lettura
delle vicende storiche: «Nel corso del diciottesimo secolo, la pace in Europa è stata mantenuta sulla base dell’equilibrio di potenza, più che attraverso istituzioni legaliste». Per Glennon l’eccentricità della Carta dell’Onu – la sua incapacità di approntare strumenti d’interpretazione e trasformazione del contesto internazionale – è ormai un dato di fatto ampiamente condiviso dalla dottrina e dalle diplomazie di buona parte del globo. Ciò che non è condiviso, per Glennon, è l’idealismo di un progetto di riforma che tenti di recuperare centralità a delle Nazioni Unite sempre meno legittimate. E – citando Henry Cabot Lodge – «vi è un grave pericolo in un idealismo non condiviso».

Vespa, i Casamonica e i giornalisti-pizzardoni

natale_del_pizzardone1-llcd04wpgp01jhmvt8ac3zzj83678y5e4vxbfl8ml4Ora, io non ho visto l’intervista di Bruno Vespa ai Casamonica. Seguo però su Facebook la polemica tra chi grida ‘vergogna’ e chi dice ‘ha fatto il suo mestiere’. A parte che bisognerebbe capire che mestiere fa il conduttore di una trasmissione che benevolmente potremmo definire di ‘infotainment’, mi stupiscono i commenti dei difensori di Vespa: “ha fatto bene, come quando tizio intervistò caio…”. Come se il punto fosse invitare un personaggio controverso o addirittura dei mafiosi, mettergli un microfono davanti. E invece il punto non è quello. Il punto è il ‘come’. Che domande gli fai, cosa gli chiedi, come li tratti. Gli sorridi? Ammicchi? Gigioneggi? Perché certo che si può intervistare anche il peggiore dei criminali. Ma se è tale, allora bisogna che l’intervista sia condotta con l’etica professionale che e propria del giornalista: fare domande ‘scomode’, cercare di capire la verità. Franca Leosini intervista criminali di ogni risma. Eppure è spietatamente fredda, chirurgica, secca. Da qualche fotogramma circolato sui giornali vedo invece il giornalista di punta della Rai ritratto nel suo sorriso sornione, quello che negli anni ha riservato benevolmente ai vari potenti che sono passati nel suo salotto. Potenti a cui non ha mai torto un capello, a cui non ha chiesto mai niente di scomodo. Il punto è tutto lì: non chi si intervista, ma cosa gli si chiede. E, ormai, anche dove lo si fa sedere, che luci e che vestiti.

Ma questo problema riguarda solo Bruno Vespa? Non direi, poiché ormai qualsiasi ‘salotto televisivo’ (ma in quale dei vostri salotti si invita gente tanto cafona che strilla e strepita e mente, come si fa nei talk show?) è frequentato da una fauna di dichiaranti senza contraddittorio giornalistico. In nessun programma italiano, se non forse dal Santoro dei bei tempi, un giornalista e in grado di controbattere alle dichiarazioni a ruota libera dell’ospite potente di turno. Del resto non dev’essere facile tanti personaggi potenzialmente bugiardi e fare le bucce a tutti, me ne rendo conto. Ma allora perché non fare un altro mestiere? O meglio, perché non lasciare il microfono aperto eliminando l’imbarazzante presenza di un giornalista ridotto a pizzardone?

Abramo, riattacca! Una risposta a Maurizio Ferraris

220px-Abraham_and_Isaac,_19th_centuryMaurizio, non rispondere! In uno degli ultimi numeri di Scenari Maurizio Ferraris pubblica la prefazione al suo recente “Mobilitazione totale” (Laterza, 2015). L’espressione di Jünger viene usata dal filosofo del New Realism per significare l’arrière-ban implacabile e imperituro che promana ormai dai nostri device, e che ci trascina come automi a lavorare a tutte le ore del giorno e della notte, a rispondere a mail di lavoro la domenica sera o semplicemente a rispondere al telefonino mentre ci attanaglia il dilemma “ma chi me lo fa fare?”. Come golem risvegliati dai cicalini dei nostri smartphone, ci tiriamo su dal letto e andiamo a vedere chi ci ha scritto, perché, cosa vuole. Quando va bene. Perché in realtà spesso dormiamo con il telefonino sul comodino, dopo averlo tenuto di fronte alla nostra faccia nel buio della stanza, distesi e con le braccia indolenzite nel tentativo di reggere quel mezzo chilo di telefono che inesorabile ci casca in faccia quando cominciamo ad assopirci.

Ferraris chiama tutto questo sistema della chiamata Apparato. Non so quanto usi consapevolmente questo termine, però apparato è il termine che usa Althusser quando, in un saggio degli anni Settanta (“Ideologia e apparati ideologici dello Stato”, per l’appunto) descrive il processo di soggettivazione che, nella sua ambiguità — ben nota a Judith Butler, che se ne servirà nella “Vita psichica del potere” — promana dalla chiamata del rappresentante dello Stato. “Hé vous, là-bas!” è il poliziotto che chiama per la strada e alla cui chiamata ci giriamo di 180º. Quella rotazione è ciò che ci fa soggetti nel doppio senso di assoggettati e di sovrani, di sottoposti e di autonomi.

Althusser, nel descrivere quel fenomeno, dimentica due cose. La prima, che quella chiamata costituisce il soggetto ma allo stesso tempo, in quella che in un mio testo ho definito, nel discutere della chiamata, ‘teurgia politica’ (“Eccedenza sovrana”, Mimesis 2012), costituisce altresì il potere che chiama. In altre parole, il potere che chiama, così come il dio che interpella (interpellation è la parola che usa Althusser per descrivere la chiamata del poliziotto per la strada) desidera una risposta che lo metta al mondo, che lo costituisca teurgicamente così come dio, che pure viene detto pieno di gloria, ha bisogno per esistere (ovvero per venire a esistenza o quanto meno per continuare a esistere) di essere continuamente glorificato. Dio chiama Abramo. E Abramo risponde ‘hinneni’ (‘eccomi’, o meglio ‘vedimi’). Secondo la sapienza ebraica dei midrash, dio chiama Abramo perché ha paura di essere stato dimenticato. Satana lo sobilla, e lui, fragile, vuole essere amato, ha bisogno di conferme (“L’ordine chiede, come una preghiera  di  Dio, una dichiarazione d’amore che implora: dimmi che mi ami, dimmi che sei rivolto verso di me, verso l’unico, verso l’altro come unico – prima di tutto, sopra di tutto, in maniera incondizionata”, scriverà Jacques Derrida). Il potere, che si presume ferocemente arbitrario (lo dirà Pasolini in una nota intervista a proposito del suo Salò) è invece debole, come ben sapeva quel lampo sinistro della modernità che risponde al nome di Étienne de la Boétie. Implora di essere amato, come il dio di Abramo implora di avere una risposta. Un ‘eccomi’.

La seconda cosa, che Althusser oscuramente accenna ma non sviluppa, è che il chiamato, per essere tale, deve essere già in qualche modo un soggetto. Altrimenti il poliziotto chi starebbe chiamando? Vi è un soggetto precostituito, che precede la chiamata e che precede lo Stato. Chi è costui? È il soggetto portatore di diritti. Non i diritti ‘naturali’, posto che qualcuno sappia cosa sono. I diritti umani. Certo non meno difficile questione, poiché quella titolarità apre la domanda su chi abbia concorso alla loro formazione, al loro elenco, alla loro affermazione. E però oltre e prima dello Stato c’è un soggetto — Luisa Muraro direbbe che c’è perché nato dal seno materno nel contesto di una relazione d’amore di cui la filosofia politica non sa nulla, ma a noi non basta — che ha, in quando tale, un potere: quello di non rispondere alla chiamata.

Non rispondere vuol dire far implodere, collassare il chiamante. Negargli quel riconoscimento a cui anela per esistere. Fargli mancare da sotto i piedi il terreno dell’Anerkennung che in Hegel certo non conosce se non l’intersoggettività antropogenetica, ma che noi potremmo declinare in chiave teurgico-politica come costitutiva dello Stato stesso. Riconoscimento è una re-con-naissance, un nascere di nuovo insieme, un riconascimento. ‘Tu es’ è l’omofono di ‘tuer’, il tu sei che si evoca dal fondo uccisore di ogni imperativo. Tu Stato che mi chiami, che metti in moto i tuoi apparati, sappi che se la chiamata sarà molesta io non risponderò; e tu tremerai.

Affinché l’Apparato non esista, basta non rispondere. Non pronunciare alcun ‘hinneni’ che predisponga la nostra disponibilità: ““L’arrièreban  è […] una  Publizität  coatta che agisce  ininterrottamente;  tutti  sono convocati  in ogni istante, ogni giorno, da bandi secondari di bandi secondari. In ciò, dunque, consiste la ‘struttura oppressiva della società’, e non esistono né banditi né banditori, casomai si dà un esserci ormai  perennemente disponibile”, scrive Clio Pizzingrilli nel commentare quell’unico testo di Marx che si occupa dello Stato e che va sotto il nome di “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico”. Certo però, al contrario di quel che dice Pizzingrilli, c’è un chiamante e c’è un chiamato, e quel chiamante ha bisogno per esistere della risposta del chiamato.

Basta dire di no. Oppure far finta di non aver sentito. Esattamente come quando per la strada uno scocciatore o un vecchio amico che non si ha voglia di salutare (se non sono la stessa persona) ci chiama e noi continuiamo a camminare, soavemente facendo finta di parlare al telefonino.

[Questo articolo è apparso con il medesimo titolo su Scenari del 3 luglio 2015]

E’ Possibile! Ma è anche Fattibile? Domande per Pippo

20150527_PossibileStamattina Pippo Civati ha ringraziato Walter Tocci, l’ex-senatore-ancora-senatore che in un lacerante dissidio tra la propria coscienza e l’obbedienza alla nuova ‘ditta’ aveva votato sì al Jobs Act ma poi si era subito dimesso. Dimissioni rientrate, Tocci è ancora lì. Ieri non ha votato la Buona scuola. Nel senso che si è astenuto. Tattica parlamentare e partitica: non ha votato no, non ha votato e basta. Perché parlo di Tocci? Perché Tocci rappresenta, assieme ad altri esponenti della summenzionata ‘ditta’ bersaniana, l’ala protestataria del Pd, quella dei Mineo, dei Gotor, per intenderci.

A essere onesti, il neo-leader di Possibile non è mai stato troppo affine, nel comportamento in aula, a questi suoi ex compagni di partito. Pippo votava no mentre Tocci & co. votavano sì e però dicevano di non condividere. Pippo diceva di non condividere e votava di conseguenza. Fatto di non poco rilievo, nella politica italiana.

Tra quegli uomini buoni per tutte le stagioni, qualcuno è già uscito dal Pd dopo Pippo (che invece ha dimostrato schiena dritta). Lo ha fatto Fassina, ex viceministro nel governo ‘tecnico’ di marca napolitana di Mario Monti. Non c’è da aspettarsi che lo facciano anche Gotor Tocci Mineo. Continueranno a dire “non mi piace” e a votare sì o, tutt’al più, ad astenersi. Votare no?! Non sarebbe troppo ardito? Votare no e uscire dal partito rimanendo parlamentari? O addirittura uscire dal parlamento?

Pippo è stato coraggioso. Ha sbattuto la porta in faccia ai suoi ex compagni di partito che sostengono il governo Renzi. Ma non ha sbattuto la porta in faccia ai vari Gotor Tocci Mineo (e Fassina). Lo stesso Pippo, diciamocelo, non è stato certo un campione di coraggio. Come in un travaglio religioso, prima di capire ciò che tutto il mondo aveva capito e di prenderne atto passando, Pippo ha cincischiato un bel po’. E va bene, succede di sbagliare, di fare mille volte i propri conti, di tentennare. Pippo si è preso vagonate di insulti sul web, ironie di ogni genere. Ma queste ironie, questi sopraccigli alzati a mio avviso adesso non hanno più ragion d’essere, a meno che non si voglia — invece che parlare di politica — ragionare dell’ottimo, di ciò che si potrebbe ancora fare (certo, ma con quali numeri? ovvero: con quali voti? sennò sono buoni tutti…).

Mineo invece oggi, forse ingiustamente ma tant’è, la piazza sa essere feroce, si prende gli insulti del mondo della scuola. Ed è difficile del resto spiegare perché si critica e poi si vota o sì o ci si astiene. Costa tanto prendere atto di essere fuori luogo in quel partito? Costa tanto dire “signori, è stato bello, ma io qui sono fuori posto, esco e succeda quel che succeda, non mi importa, ho dato il mio contributo, torno alla mia pensione o al mio lavoro perché sono amico del partito ma ancor di più sono amico della verità”?

***

Ma oggi, quanto è appetibile per un elettore di sinistra critico nei confronti del governo Renzi il movimento di Pippo?

Ecco, un realista politico direbbe che la politica si fa col materiale che si ha a disposizione nel momento storico dato, e che il passato è passato e che neanche alle novizie è richiesto di non aver mai peccato. Pippo ha peccato, ma sta espiando. Certo la politica è fatta anche (e tanto) di ‘accountability’ (ci ha scritto un libro Anna Ascani, parlamentare Pd, sul tema).

Ma Pippo c’ha una bella faccia, è colto e di battuta pronta, ha una discreta cultura politica e idee di sinistra (per quanto si possa parlare di sinistra per chi sta ancora dentro il sogno della fine della Storia e non si è accorto che la Storia è ricominciata più feroce di prima).

Dunque sull’accountability di Pippo non avrei molti dubbi. Il suo passato è passato. ragioniamo sull’oggi.

E qui arriviamo a Gotor Tocci Mineo (e Fassina). Intende Pippo imbarcare nel proprio movimento persone che quel travaglio interiore lo hanno vissuto in modo un tantino più ‘bizzarro’ di lui? Sottosegretari di Monti, parlamentari che hanno votato sì a molte cose assai discutibili, gente che maneggiava l’operaismo e che è finito a votare i provvedimenti di un partito ormai neo-centrista con tendenze destrorse?

Facile risposta: questi dal Pd non si schioderanno. Giusto, lo penso anche io. Ma se lo facessero, toccherebbe a Pippo dire “vabbè, scurdammoce ‘o passato” (e pure ‘o votato). Il suo movimento ne uscirebbe rafforzato o indebolito, sul piano dell’accountability?

Ma l’altra e più centrale domanda è: è in grado Pippo di federare le mille anime della sinistra, di creare un soggetto politico veramente nuovo che non sia una coalizione di siglette e (come si diceva una volta, ai tempi dell’Ulivo) ‘cespugli’? E’ in grado Pippo di far piazza pulita dei protagonismi e dei narcisismi dei tanti leaderini che fanno parte della costellazione della sinistra-sinistra? E’ in grado di gestire il proprio movimento evitando che esso diventi un’accozzaglia di movimenti, di gruppuscoli? E’ in grado Civati di pensarsi come leader di una sinistra non nostalgica di quel passato non troppo lontano (no, non del passato-passato, quello del santo Berlinguer che ormai accomuna Andrea Scanzi, Walter Veltroni e pure Jovanotti) fatto di social forum, associazionismo, movimentismo, immanentismo? E’ in grado Pippo di pensare la verticalità della politica, ovvero il fatto che la politica, oltre a essere anche assemblearismo, decisione dal basso, è soprattutto guida dall’alto, verticalità? E’ in grado il movimento di Pippo di parlare con voce sola quando c’è da parlare con voce sola, evitando di dare argomenti a quella critica (pure sacrosanta) secondo cui nella sinistra-sinistra 2 persone 3 opinioni?

Insomma, è possibile che Possibile diventi un partito con una dirigenza e un leader? E non suoni anacronistica, questa domanda, perché la Storia è tornata. E reclama il proprio tributo.

Italicum

VOTO_1

L’italicum è una quasi-legge elettorale pessima. Quasi, dato che è in via di approvazione, anche se non si prevedono spallate da parte della umbratile e inconcludente minoranza del partito di maggioranza relativa. La ‘ditta’ (Bersani & Co.), i civatiani e qualche altro ‘malpancista’ (per stare al bizzarro lessico politico italiano dei tempi nuovi) non rappresentano una reale minaccia all’iter della legge. Si segnala già, tra gli oppositori interni al Pd, un cospicuo drappello di parlamentari disposti a votare la questione di fiducia apposta alla legge. La stampa mainstream li ha già definiti, con involontario sarcasmo, i ‘responsabili’ (proprio come il gruppetto di ‘responsabili’ capitanato da Razzi e Scilipoti).
Dunque il disegno di legge del governo verrà approvato certamente.
Né osta alcuna questione costituzionale quanto alle procedure finora seguite dal governo. Nemmeno la pesantissima sostituzione di ben 10 membri Pd della commissione affari costituzionali può essere letta come una violazione dei regolamenti parlamentari o addirittura dell’art. 67 Cost. laddove esplicitamente nega ogni vincolo di mandato. I parlamentari nella commissioni rappresentano i gruppi, non già la nazione. Con tanti saluti ai sostituiti. La questione è tutta politica. Ed è politica la bruttezza dell’Italicum.
Ma per capirlo occorre fare una digressione che spieghi come e perché si è arrivati a questo punto della storia politica repubblicana. Occorre cioè tentare di spiegare gli ultimi vent’anni.

Intanto, la riforma della legge elettorale dovrebbe rispondere alla pronuncia della Corte costituzionale, la quale aveva indicato i profili di incostituzionalità della precedente legge, il Porcellum. L’ idea di dare questi nomi alle leggi elettorali deriva da un guizzo del toscanaccio Giovanni Sartori, che bollò come ‘Mattarellum’ la legge elettorale che ebbe come relatore l’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Il Mattarellum sostituiva la legge elettorale proporzionale vigente da decenni, spazzata via dall’onda lunga delle inchieste giudiziarie e tutto sommato dalla fine di un’era politica sul piano interno e internazionale. Si riteneva che il sistema proporzionale con le preferenze favorisse lo scambio di voti e più in generale la corruzione. È diventato celeberrimo – ma non lo cito, dico sul serio, per richiamare nessuno a una impossibile, data l’acqua passata sotto i ponti, coerenza – un manifesto del PDS che recitava “Le preferenze elettorali alimentano tangenti e corruzione. Aboliamole”. Il Mattarellum bene o male ha traghettato l’Italia nella Seconda Repubblica, ovvero in un sistema politico che avrebbe dovuto tendere a organizzare la vita politica e parlamentare attorno a due grandi partiti, uno di destra e uno di sinistra. Di fatto, le cose non sono andate esattamente così, ma la pressione per un sistema maggioritario in cui fosse possibile scegliere chiaramente il proprio candidato a livello di collegio elettorale, e che ciò contribuisse a indicare al presidente della Repubblica con molta chiarezza quale fosse il nome da investire del compito di formare il governo dopo le urne, sono state salutari alla crescita della democrazia italiana, da troppo tempo paludata e preda della partitocrazia. Difatti, la Prima Repubblica funzionava più o meno così: il proporzionale forniva dei risultati elettorali che poi si sarebbero composti nelle segreterie dei partiti e nelle sedi istituzionali, ma solo ex post.
Il Mattarellum, pur con un recupero proporzionale del 25% dei seggi, che lo rendeva un maggioritario ‘spurio’, faceva sì che – almeno in teoria – a livello locale competessero in sostanza due avversari, e che a livello nazionale vi fosse, chiuso lo spoglio delle schede, un risultato netto: Tizio o Caio.
Bipolarismo, si diceva. Si sa che le ali (da destra e da sinistra, senza dimenticare però i fremiti di un centro trasversale e opportunistico) hanno reso difficile questa evoluzione, e un bipolarismo secco in Italia non si è mai avuto.
Occorre subito dire tuttavia qualcosa che tornerà utile nello sviluppo del ragionamento: l’assetto formale delle istituzioni, la lettera della Costituzione su questi punti non erano cambiati. A incaricare il presidente del consiglio rimaneva sempre e comunque il presidente della Repubblica. A lui continuava a spettare il potere di scioglimento delle Camere.
Insomma, chiunque avesse vinto sarebbe dovuto passare dal Quirinale per l’incarico. E chiunque fosse caduto avrebbe dovuto aspettare la decisione dell’inquilino del Colle per tornare alle urne. Nessuna ‘elezione diretta’ del premier.
Certo però non si può nascondere che qualche modifica costituzionale fosse intanto avvenuta. Secondo Temistocle Martines “il passaggio dalla legge elettorale proporzionale a quella maggioritaria, e da ultimo il ritorno a un sistema proporzionale ma con premio di maggioranza, hanno introdotto de facto un vincolo per il presidente della repubblica, nel senso che la nomina del presidente del consiglio dovrebbe cadere naturalmente sul leader dello schieramento politico-elettorale risultato vincitore delle elezioni”. Si era assistito dunque a una ‘convenzione costituzionale’, una ‘riforma di fatto’ che però ha una sua legittimità di fonte normativa. Sebbene formalmente il presidente della Repubblica fosse ancora l’unico a poter incaricare un soggetto politico di formare il nuovo governo, dopo il Mattarellum sarebbe stato ben strano se egli avesse nominato qualcuno di diverso da colui che fosse uscito vincitore dalla competizione elettorale. E infatti non è mai successo, nella Seconda Repubblica. Salvo le (numerose, a dire il vero) crisi che hanno portato alla caduta dei governi e alla nomina di altri presidenti del consiglio, incaricati di sondare nuove maggioranze parlamentari. Si è trattato di un ritorno alla prerogativa presidenziale (ma, si ricordi, con l’accordo delle forze politiche, ché un nuovo governo ha sempre e comunque bisogno della fiducia delle Camere per insediarsi e governare).
Ora, qual è la legittimazione di un tale potere ‘costituente’, in grado di introdurre modifiche che, pure non testuali, di certo incidono sull’assetto istituzionale e costituzionale del paese? In quel caso – nel caso dell’introduzione del maggioritario e della conseguente indicazione stringente di un presidente del consiglio che uscisse dalle urne – la fonte era da rintracciarsi nel vasto consenso di cui nell’opinione pubblica quelle modifiche potevano godere; e nell’adesione – ipocrita? Opportunistica? – dei partiti alla voglia di cambiamento dei cittadini.
Il Mattarellum ha fatto – bene o male – il proprio lavoro per poco più di un decennio, sostituito poi dal cosiddetto Porcellum: il neo-latinismo maccheronico è dovuto al fatto che il relatore della legge, Calderoli, definì la sua stessa creatura ‘una porcata’. E infatti la legge, che ha retto per 8 anni per la gioia dei partiti, a cui tornava in quel modo il pallino delle scelte su candidature e elezioni, è stata dichiarata incostituzionale in alcune sue parti dalla Corte nel 2013. Il Porcellum in pratica assegnava, tramite lo strumento delle liste bloccate, tutto il potere di ‘nomina degli eletti’ ai partiti, che erano in quel modo in grado di scegliere chi portare in parlamento. Con la conseguenza che il parlamentare diventava di fatto una pedina nelle mani dei leader politici in grado di promettere elezioni e rielezioni, magari in cambio di fedeltà assoluta. Fedeltà che peraltro poteva ben essere messa in palio: bastava che un altro leader a sua volta mettesse sul piatto della bilancia elezioni e rielezioni, o minacciasse la caduta del governo e il ritorno alle urne.
Dalla pronuncia della Corte i partiti, che non avevano mai avuto veramente la voglia di cambiare quella legge ignobile, hanno fatto a gara nel dichiarare che era davvero arrivato il momento di una riforma elettorale che ridesse il potere di scelta in mano ai cittadini, che non si poteva andare a votare col ‘Consultellum’, ovvero col sistema risultante dall’azzoppamento della legge Calderoli da parte della Consulta. Il buon Giachetti, ex radicale e oggi guardia di ferro del renzismo, fece persino uno sciopero della fame per la reintroduzione del Mattarellum. Altri tempi, anzi altre ere geologiche. O forse, più correttamente, la solita solfa, la solita propaganda politica, i soliti peana al diritto di scelta, alla democrazia rappresentativa, i soliti alti lai contro la democrazia dei nominati. Verrebbe da chiedersi: quale leader politico non trae massimo giovamento dalla possibilità di scegliere chi verrà eletto, di fatto tenendo in pugno i propri uomini e riducendo il rischio (che comunque, come abbiamo visto, non si azzera) di ‘tradimenti’ o anche solo di opinioni ‘divergenti’? I peones, e non solo loro, tengono famiglia. Mutui da pagare. Lussi da mantenere. Vitalizi da maturare.
Ma facciamo un passo indietro. Perché il Porcellum è del 2005 e la pronuncia della Corte del 2013. Ma nel 2011 cade il governo Berlusconi IV e gli succede Mario Monti. Un cambiamento non da poco, una mutazione genetica che porta a compimento ciò che il Porcellum aveva iniziato e anticipa la svolta che l’Italicum segnerà. Infatti la nomina di Mario Monti segna l’ingresso nella Terza Repubblica. Archiviata la stagione delle illusioni sulla premiership ‘elettiva’, il presidente della Repubblica – dietro le pressioni dei ‘mercati’ e delle istituzioni europee – si è messo a giocare una partita in prima persona, travalicando il ruolo che la Costituzione gli assegnava e prendendo in mano il governo del paese. Berlusconi andava sostituito (nell’estate che precedette la sua defenestrazione, il banchiere Passera – poi ministro – andava in giro a presentare un proprio piano per salvare l’Italia, e Monti avviava incontri riservati in previsione di ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco). E fu sostituito. Ma le Camere non furono sciolte, né vi fu voto di sfiducia (che peraltro mai ha sancito una crisi di governo).
Furono giorni e mesi di retorica soteriologica: decreti che venivano chiamati ‘salva’ questo e ‘salva’ quello, il governo sempre più nella parte dell’ultima spiaggia, dell’ultima chance prima del disastro, Monti il catechon che ferma l’avanzata delle forze del Male e che salva il paese dal temibile mostro biblico, lo spread. Ma ciò che conta è che quei mesi segnarono una frattura, un cambiamento: l’illusione di tornare alle urne, di votare magari con una legge elettorale nuova, si ruppe davanti alla faccia inespressiva del professore bocconiano in loden. L’illusione che le rivendicazioni democratiche potessero trovare sbocco fu subito sopita dal tono felpato dei tecnici, che vararono alcune riforme lacrime e sangue (si veda la riforma delle pensioni conosciuta col nome di Legge Fornero) per rispondere alla lettera che Jean-Claude Trichet e Mario Draghi avevano inviato all’Italia (Berlusconi ancora governante) chiedendo per l’appunto riforme, liberalizzazioni e tagli drastici e interventi sul diritto italiano del lavoro e della previdenza.
Il passaggio dalla Seconda alla Terza Repubblica, però, è stato un processo totalmente top-down, con la regia esplicita del presidente della Repubblica, il quale era uscito dalla precedente fase con dei poteri sostanzialmente ridotti: secondo Gustavo Zagrebelsky, non ancora bollato come ‘professorone’, “esempi attuali di regole convenzionali nascono dal sistema dei partiti, dai loro rapporti e dalla loro influenza sul funzionamento degli organi costituzionali, i quali, ove siano organi politici in senso stretto, non sono altro che il luogo di espressione dei partiti e dei loro rapporti. Si può ricordare in proposito il ruolo delle convenzioni costituzionali nella fase della formazione dei governi, che ha notevolmente ridotto il ruolo autonomo del presidente della Repubblica” (il corsivo è mio).
E invece Napolitano ha conferito a se stesso un potere enorme, che si è manifestato anche nella nomina di una bizzarra commissione di ‘saggi’ con lo scopo di proporre riforme costituzionali.
Dentro questa nuova fase – siamo di fronte a un nuovo potere costituente? Legittimato da chi? – si inserisce il lavoro del premier Matteo Renzi, così come in essa trovavano la loro ragion d’essere i dicasteri Monti e Letta. Renzi ha lavorato su due fronti: cambiare la natura del Senato, da Camera alta rappresentativa a luogo di rappresentanza di secondo livello delle regioni; modificare la legge elettorale formulando una variante del Porcellum.
Infatti l’Italicum, così come il Porcellum, non cancella la possibilità per i partiti di nominare i parlamentari, e lo fa attraverso capilista bloccati (cioè scelti dalle segreterie di partito). E a nulla vale l’obiezione secondo cui il Pd, per scegliere i propri candidati, usa il metodo delle primarie. Poiché le scelte di un solo partito, demandate alla ‘buona volontà’ dei suoi dirigenti e non istituzionalizzate né rese obbligatorie per tutte le forze politiche, non spostano di un millimetro la questione della ‘nomina’ dei parlamentari. Tanto valeva rendere le primarie obbligatorie per tutti. Inoltre l’Italicum disegna un sistema elettorale a doppio turno eventuale: se una coalizione o un partito prende il 40% dei voti (e non c’è quorum di votanti: il 40% anche in presenza di un assenteismo che ormai veleggia sul 50% degli aventi diritto), ottiene un premio di maggioranza del 15%, arrivando al 55. Se nessuno raggiunge la soglia del 40%, si va al secondo turno, e lì il partito o la coalizione vincente ottiene il premio di maggioranza (leggermente ridotto: il 53%). Facciamo un caso ipotetico: se in una competizione elettorale la forza politica più votata dovesse al primo turno ottenere il 15% dei voti contro una coalizione o un partito al 10, in presenza – siamo sempre nel caso di scuola – di un astensionismo del 60%, si andrebbe al ballottaggio, e se lì si dovesse riconfermare il risultato elettorale del primo turno una forza con il 15% dei consensi (non dei voti degli italiani, ovvero degli aventi diritto: dei votanti) governerebbe il paese col 53% (327 seggi alla Camera, ché nel frattempo il Senato sarebbe diventato di secondo livello). Dovrebbe essere chiaro a tutti che così, in nome della ‘governabilità’, si instaurerebbe un regime di ‘dittatura’ (termine su cui tornerò dopo) della minoranza. Si potrebbe obiettare: ma il caso di scuola rimane un caso di scuola, non succederà perché è improbabile, alle attuali condizioni politiche. Bene, ma una legge elettorale fatta per durare può essere cucita addosso a un partito o a una condizione politica contingente?
In tutto questo, le proposte della minoranza Pd sono pannicelli caldi, piccole modifiche per un disegno di legge che andrebbe in realtà buttato via e sostituito con un altro. Forse un giorno qualcuno spiegherà perché in Italia si sia passati, in poco tempo e senza apparente ragione, dalla ‘passione’ per il maggioritario alla riscoperta delle preferenze. Se non ricordo male, lo stesso premier in carica era uno sostenitore agguerrito del maggioritario.
Si dirà: ma la riforma elettorale va fatta con tutti, e l’accordo con Berlusconi (il famigerato patto del Nazareno) questo ha prodotto. A parte considerazioni sull’opportunità di quel patto con quella specifica ‘opposizione’, ma il patto si è rotto, e nulla vietava di tornare ai sogni del premier e al maggioritario (che, detto per inciso, quanto a stabilità in astratto è certo meglio di un proporzionale).
Tuttavia, sia chiaro che queste critiche sono tutte politiche. Non c’è nessuna questione di legittimità costituzionale. Innanzi tutto, perché “rigore è quando arbitro fischia”: per ora costituzionalisti e studiosi da entrambe le parti (critici ed entusiasti) si scapicollano a trovare appigli giuridici alle loro tesi. Ma sarà la Consulta a dire, qualora investita della questione, se l’Italicum è (sarà) in linea con la Carta oppure no.
Eppure, se il problema non è costituzionale, così come non lo è la questione di fiducia sulla legge elettorale – anche qui c’è chi tira fuori Moro sulla ‘Legge truffa’ e chi gli contrappone Nilde Iotti – esso si riverbera latamente sulla costituzione, non fosse altro che per l’importanza della legge che governa l’accesso alle cariche elettive del potere legislativo. In altri termini, da dove viene la legittimazione a portarci nella Terza Repubblica? Davvero un parlamento mutevole, dagli assetti mobili, con maggioranze variabili, e un governo con presidenti del consiglio scelti secondo procedure oscure e manovre di palazzo, sono intestatari di un potere costituente conferito loro dalla legittimazione sondocratica?
No, non siamo in una democrazia a rischio. Non più di quanto non lo fossimo già coi governi precedenti, quelli della Terza Repubblica, appoggiati (e guidati) dalla ‘ditta’ che oggi, dopo aver votato di tutto, pesta i piedi e strepita inferocita (per poi farsi ridurre agilmente a più miti consigli, tanto da far pensare ai maliziosi di trovarsi di fronte a un gioco delle parti).
Il problema è che la democrazia è strutturalmente a rischio perché è un paradigma consunto della modernità. Lo aveva notato sir Ralf Dahrendorf segnalando quella deriva a proposito dei governi Thatcher e Berlusconi negli anni Novanta. Da allora è cambiato il mondo. Quel rischio si è esteso a macchia d’olio. Ad aggravarne la crisi, questo passaggio appunto verso modelli di governo completamente top-down, da cui certo non viene fuori una grottesca ‘dittatura’ all’olio di ricino, ma una democrazia autoritaria sì. Democrazia autoritaria, ovvero istituzioni svuotate della loro funzione di rappresentanza, elezioni (quando esse vengono indette) sempre più suggello di scelte fatte altrove e in precedenza, regolazione del consenso sulla base di rilevazioni demoscopiche dallo statuto epistemologico e veritativo piuttosto traballante, sindrome da dichiarazione compulsiva, leaderismo parossistico, perdita della funzione dei partiti di massa,.
Di fronte a tutto questo, la politica risponde in modo rabbioso, cercando di avocare nuovamente a sé il potere di decidere. Ma in fondo questa reazione è dovuta all’incapacità di pensare modelli nuovi adatti ai tempi nuovi, alle nuove tecnologie, al nuovo individualismo e all’esplosione dell’identità (e dell’identificazione con progetti collettivi di vita). Una politica vecchia che non sa pensare il futuro. E che bastava ripartisse dal ripensamento della rappresentanza. Perché in fondo ciò che conta è esattamente quello. Condorcet diceva “il popolo mi ha mandato a esprimere le mie opinioni, non le sue”. Giusto, ma intanto occorre che il popolo decida di mandare qualcuno a rappresentarlo (possibilmente con una legge decente). E che colui che viene mandato a esprimersi abbia delle opinioni. Magari verificabili di tanto in tanto.

[Questo articolo è apparso su Scenari col titolo “L’Italicum, ovvero dalla prima alla terza repubblica”]

Analisi del 2014

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Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.600 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

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