Categoria: Università

Cazzullo, Panebianco e i neoconservatori

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Pare che a proposito dell’affaire Panebianco Aldo Cazzullo abbia scritto questa cosa sul Corriere di oggi, riportata da Sofia Ventura:
“Eppure, proprio mentre il Papa mette in guardia sulla «terza guerra mondiale», il nostro Paese inscena una fiction irenica. Preferisce fingere di continuare a credere alle magnifiche sorti e progressive del pacifismo; come se Monaco 1938 non avesse insegnato nulla. Di Churchill e di De Gaulle nell’Europa di oggi non c’è traccia, mentre vediamo bene dove sono i Chamberlain e i Daladier: dappertutto. Più che una guerra in senso tradizionale, quella che stiamo affrontando è un’epoca. Non sappiamo quando finirà, né come. Ma di una cosa siamo certi: coloro che intendono entrare nella nuova epoca con le orecchie tappate per non ascoltare gli avvertimenti sgraditi, non avranno mai gli strumenti per comprendere il tempo che ci è dato in sorte; e non saranno bravi studenti, né un domani bravi professori, né soprattutto cittadini utili agli altri.”.
Posto che il Papa, qui tirato per la tonaca, quando parla di terza guerra mondiale intenda proprio che dobbiamo andare a bombardare la Libia e non piuttosto che bombardare la Libia è il preludio di quella guerra cui esplicitamente il pontefice romano fa riferimento (e se qualcuno sa che Bergoglio ha consigliato di andare a bombardare la Libia lo prego di dirmelo), spiace dire che l’argomento di Cazzullo è acqua al mulino di chi ha parlato di neocon (non entro nel merito del ‘come’ se ne sia parlato). Volendo difendere Panebianco, infatti, dall’accusa di essere un ‘guerrafondaio neoconservatore’ (secondo l’accusa di coloro che lo hanno importunato mentre faceva lezione), la firma del Corriere tira il ballo il classico argomento dell’appeasement: Monaco. Che è proprio l’argomento dei neocons per giustificare ed autorizzare le guerre di aggressione degli ultimi anni, in particolare nei confronti di Milosevic o di Saddam Hussein, dipinti come novelli Hitler: “riferimenti agli anni trenta, a Monaco e all’appeasement ricorrono frequentemente negli scritti dei neoconservatori. […]; nella letteratura degli anni settanta, quando critiche di appeasement venivano rivolte verso la politica di distensione nei confronti dell’Unione Sovietica (Norman Podhoretz, descrivendo l’atteggiamento dei democratici nel confronti della ‘minaccia’ sovietica: “Le somiglianze con l’Inghilterra nel 1937 ci sono tutte, e questo revival della cultura dell’appeasement dovrebbe turbare il nostro sonno” [The Culture of Appeasement, “Harpers”, ottobre 1972]; nel corso degli anni novanta, quando Milosevic veniva descritto come il nuovo Hitler […]. Così, per esempio, difendendo la necessità di un attacco preventivo contro Saddam Hussein, Perle ha dichiarato: “Un attacco preventivo contro Hitler ai tempi di Monaco avrebbe comportato una guerra immediata, piuttosto che la guerra che scoppiò successivamente. Dopo è stato molto peggio”” [Jim Lobe, Adele Oliveri (a cura di), I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 24-25].
L’idea neoconservatrice per eccellenza era che l’Europa venisse da Venere e gli USA da Marte: mollemente compiaciuti dell’idea di una kantiana ‘pace perpetua’ o di una kelseniana ‘pace attraverso il diritto’, gli europei avrebbero irresponsabilmente portato il mondo sull’orlo del baratro non assumendosi le proprie responsabilità, ovvero non prendendo parte alle guerre USA che il momento unipolare (la momentanea impotenza russa e la crescente debolezza ONU) imponeva per dar seguito al ‘destino manifesto’ di Globocop, lo Stato-polizia globale.
Se si vuole difendere Panebianco nel merito (ripeto, non discuto qui del metodo), occorre forse essere un po’ più cauti nel tirare fuori certi argomenti che soffiano sul fuoco. Proprio come fossero venti di guerra.
***
Ps: Per sapere però chi sono (chi erano?) i neoconservatori, mi permetto di rinviare a una mia breve voce descrittiva apparsa sulla rivista di filosofia del diritto internazionale Jura Gentium e che qui riproduco (ma aggiungo che, come ho scritto in un mio saggio apparso sui Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, i neoconservatori derivavano tra le altre cose anche da una ‘filiazione’ del pensiero di Leo Strauss e Alexandre Kojève mediati da Allan Bloom: “Quando gli trillava il cellulare nella tasca dei calzoni, si appartava per scambiare qualche parola con qualcuno a Hong Kong o nelle Hawaii. […] Quello che gli piaceva era che gli uomini che avevano frequentato i suoi corsi fossero eletti a cariche importanti: la vita reale confermava i suoi giudizi. Si allontanava col telefonino e poi ritornava tra noi per dirci: «Colin Powell e Baker hanno consigliato al presidente di non mandare le truppe fino a Baghdad. Bush lo annuncerà domani[…]» […] Sapevamo quasi tutti che la sua fonte principale era Philip Gorman [alias Paul Wolfowitz]. Il padre di Gorman, professore universitario, si era opposto fieramente ai seminari di Ravelstein ai quali suo figlio si era iscritto. Rispettabili insegnanti di teorie politiche avevano detto al vecchio Gorman che Ravelstein era un pazzoide, che seduceva e corrompeva gli studenti. «Il paterfamilias è stato messo in guardia contro lo scassafamilias» diceva Ravelstein. […] Il giovane Philip era uno dei ragazzi che Ravelstein aveva educato nell’arco di trent’anni. I suoi allievi erano diventati storici, insegnanti, giornalisti, esperti, impiegati statali, pensatori. Ravelstein aveva prodotto (indottrinato) tre o quattro generazioni di laureati” [S. Bellow, Ravelstein, New York, Viking, 2000; trad. it., Ravelstein, Milano, Mondadori 2000, pp. 71-72 (corsivi miei).]”)
F. Tedesco, Neoconservatori [Jura Gentium, 2005]:
“Gruppo di intellettuali, accademici, analisti politici statunitensi, i neoconservatori (neoconservatives) o neocon sono attualmente parte integrante della burocrazia della sicurezza nazionale Usa. Si tratta di un movimento a base piuttosto ristretta, un network di persone che lavorano insieme da un trentennio; esso è animato per la gran parte da ebrei americani e si pone alla testa di una coalizione che comprende la destra repubblicana nazionalista tradizionale (Dick Cheney e Donald Rumsfeld) e la destra cristiana (Gary Bauer e Ralph Reed). Dopo alcuni prodromi negli anni ’50, il neoconservatorismo, inteso come movimento attivo nell’ambito delle questioni di politica estera, si afferma verso la fine del decennio successivo. È proprio in quegli anni che, a seguito di alcune vicende di politica interna e internazionale (l’isolamento internazionale di Israele dopo la guerra del ’67; il Vietnam e la paura che gli Usa potessero abdicare al loro ruolo nelle relazioni internazionali; il disincanto degli ebrei americani riguardante le Nazioni Unite e il Terzo Mondo), alcuni sedicenti liberal – sentendosi “rapinati dalla realtà”, come ebbe ad affermare uno dei padri del movimento, l’ex trotzkista Irving Kristol – mutano prospettiva e si allontanano dall’ala liberal del Partito democratico (il prefisso ‘neo-‘ testimonia tale trascorso). Negli anni ’70, i neoconservatori costituiscono il Committee on the Present Danger [Cpd], facendo così rivivere una lobby anticomunista degli anni ’50. L’intento è quello di contrastare la politica di distensione con l’Urss sostenuta dal presidente Carter e di affermare invece un’idea unilateralista di mantenimento del potere attraverso la forza militare. Così, con l’appoggio della destra repubblicana e dell’industria militare, i neoconservatori si fanno sostenitori di una politica internazionale Usa espressa dal motto “Peace through Strength” [pace tramite la forza]. Quando Reagan – membro del Cpd – diventa presidente, nomina 33 membri del Cpd nei gangli vitali della sicurezza nazionale. È l’era del militarismo aggressivo degli Usa (roll-back strategy) e del Tina, “There Is No Alternative” al modello capitalistico e di libero mercato. Dagli anni ’90 in poi si afferma definitivamente la linea strategica dei neoconservatori: con il Defence Planning Guidance, Paul Wolfowitz e Lewis Libby delineano la politica estera statunitense dalla Guerra del Golfo a oggi. È impressionante apprendere, alla luce dei fatti dell’undici settembre, che una delle associazioni dei neoconservatori, il Project for the New American Century [PNAC], abbia sostenuto all’inizio degli anni ’90 che per fare accettare le linee del neoconservatorismo all’establishment di politica estera sarebbe stato necessario un evento straordinario e catastrofico, una nuova Pearl Harbor. Il catalogo delle idee dei neocon è questo: unilateralismo interventista degli Stati Uniti (definito anche internazionalismo conservatore); ridimensionamento del ruolo delle Nazioni Unite; idea della missione redentrice degli Usa; assolutismo morale e idea della preminenza dei valori ‘americani’ in un’ottica di scontro delle civiltà; stretto legame tra le sorti di Israele – considerato l’avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente – e la politica estera statunitense; in relazione all’istituzione della Corte Penale Internazionale, nozione della indiscutibilità della sovranità statunitense in tutte le sue espressioni; disprezzo nei confronti dell’Europa (in sostanza, il loro discorso è: gli europei parlano di difesa dei diritti, ma quando si tratta di intervenire e di sporcarsi le mani, si muovono solo gli Usa); politica ‘ostile’ nei confronti di Paesi antagonisti (la Cina in primis). Thomas Friedman – rispondendo ad un intervistatore – ha detto di recente dei neoconservatori “potrei darle il nome di venticinque persone (che in questo momento lavorano tutte in un raggio di cinque isolati da questo ufficio) che, se un anno e mezzo fa fossero state esiliate su un’isola deserta, la guerra in Iraq non sarebbe mai avvenuta”.”
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Togliete la cittadinanza italiana ai cervelli in fuga!

Qualche tempo fa due studiosi italiani da anni residenti negli Stati Uniti, Antonio Iavarone e Anna Lasorella, hanno fatto una sensazionale scoperta: hanno “individuato il meccanismo che favorisce il mantenimento delle cellule staminali neoplastiche del glioblastoma, il più aggressivo e letale dei tumori cerebrali” (Rainews). La stampa italiana si è subito buttata sulla notizia, rivendicando all’Italia il grande risultato: “Tumore al cervello: scoperta made in sud” (Affaritaliani); “Pubblicato su «Nature» lo studio di Antonio Iavarone (beneventano) e Anna Lasorella (barese)” (Corriere del Mezzogiorno); “Italiani scoprono una causa  geneticadel tumore al cervello” (La Stampa). Potrei continuare. Quel che salta all’occhio è l”appropriazione’ orgogliosa della scoperta, fatta da ‘italiani’ (‘beneventani’, ‘baresi’, ‘meridionali’). Certo gli articoli sono conditi della solita retorica a proposito del fatto che i due ricercatori sono da anni emigrati all’estero. Ma il fenomeno ciclicamente si ripete. E’ successo ancora poche ore fa a proposito della ricerca che ha portato alla scoperta delle onde gravitazioniali, mentre (come si evince dalle parole del cofondatore di Virgo) le cose non sono andate esattamente così. Ma a chi giova l’esaltazione dell”italianità’ di queste scoperte, pur accompagnata dal disclaimer che si tratterebbe di cervelli in fuga? Risponde il ministro dell’università Giannini, la quale rivendica il terzo posto (con 30 borse concesse) nella classifica dell’ERC. Le ha risposto per le rime Roberta D’Alessandro: “Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai”. Insomma, ricercatori italiani si spostano all’estero, le loro ricerche vengono finanziate all’estero, gli studiosi in questione fanno sacrifici enormi per continuare a studiare, spesso rifiutati dal loro paese proprio in ragione di una ottusa cooptazione accademica che gli preferisce i soliti docili portatori di acqua con le orecchie. E la stampa, la politica, l’opinione pubblica che fanno? Si vantano dell’italianità delle scoperte? Oltre al danno, la beffa!

Per l’amor del cielo, togliete a quei cervelli in fuga la cittadinanza italiana! Togliete alla politica la pelosa e ipocrita occasione di vantarsi offendendo due volte queste persone, che certo spesso si sono formate in Italia, ma questo basta? No. Perché se l’Italia avesse tenuto all’italianità della ricerca, avrebbe da tempo pensato a come ‘aprire’ il reclutamento, a come trovare i soldi per finanziare questi studiosi, a come razionalizzare la spesa per consentire ai laboratori di funzionare. Come non pensare che verranno sperperati 300 milioni di euro per scorporare il referendum sulle trivelle dalle elezioni amministrative con il solo scopo di far fallire il primo, offendendo così anche la democrazia? 300 milioni di euro sono una montagna di soldi per la ricerca italiana così umiliata e vilipesa.

Toglietegli la cittadinanza! Che non si dica più ‘ricercatori italiani’ ma ‘scoperta olandese’, ‘statunitense’, ‘tedesca’, ‘britannica’, ‘francese’, e così via!

Una modesta proposta (e la reazione di Roars)

Leonardo_NatureQualche giorno fa, la stampa propalava l’ennesimo segnale che decreta la totale mancanza di futuro per molti dei precari dell’università. Sul Sole24Ore usciva infatti un articolo icasticamente intitolato La cattedra universitaria miraggio per 20mila aspiranti professori, nel quale si spiegava che il numero esorbitante di abilitati nelle prime due tornate non troverà, verosimilmente, alcuna collocazione nei ruoli per i quali è stato abilitato.

Preso dallo sconforto, formulavo (tra il serio e l’amaramente faceto), sulla pagina Facebook di Roars, una ‘modesta proposta’:

penso che gli strutturati potrebbero tranquillamente saltare un turno, se è necessario, per fare spazio alla stabilizzazione dei precari.

Apriti cielo! 16 ‘mi piace’ e moltissimi commenti (più di 150, mi pare). Roars del resto è un ‘luogo’ virtuale di discussione delle problematiche accademiche molto vivo e frequentato. Naturalmente, i primi a saltare sulla sedia sono stati gli strutturati. Come se avessi proposto la loro espulsione dall’università, la sottrazione dello stipendio, l’asportazione di una libbra di carne dai lombi. Niente di tutto questo. Il mio ragionamento era semplicissimo: saltare un turno, ovvero per l’associato aspettare un turno prima di diventare ordinario, per il ricercatore a tempo indeterminato aspettare un turno prima di diventare associato, etc. Il tutto a favore della stabilizzazione, da non intendersi come ope legis ma come possibilità di concorrere con procedure aperte e libere, dei precari. Aspettare un turno, non ‘non fare più progressioni di carriera’. Aspettare un turno ovvero: le risorse per le progressioni investiamole sul precariato.

E’ normale che gli strutturati si siano risentiti, certo. Ormai vige un cinismo piuttosto diffuso, per cui chi ha vuole ancora di più, e non importa se dietro c’è gente che fa fatica, che aspetta invano gli anni che passano per poter fare anche solo un progetto di vita e poter programmare il proprio futuro. Ma, ripeto, la proposta era tra il serio e l’amaro faceto, poiché è del tutto evidente che non si saprebbe neanche come metterla in termini giuridici, per dire (e non solo in quelli). Dunque era chiaramente una ‘provocazione’, uno stimolo alla discussione circa le ingiustizie nell’università. Ma non una boutade.

Avevo già avvertito, seguendo Roars, una certa impostazione ideologica. Roars non critica Anvur perché è — semplifico — bibliometrica. Roars critica Anvur perché non è seriamente bibliometrica. Insomma, Roars è il fratello più sveglio di Anvur. Ma non basta: Roars si è ritagliata nel tempo il ruolo di Anti-Defamation League dell’università. E, segnatamente, come paladina nella battaglia volta a rintuzzare tutta quella pubblicistica, ormai copiosa, sull’università ‘truccata’. Il ragionamento di Roars è che la pubblicistica in questione è spazzatura, e che l’università italiana funziona, e funziona bene. E risponde a questa pubblicistica più o  meno con la tesi della ‘finestra rotta’. In altri termini, questa pubblicistica sarebbe artatamente finalizzata a screditare l’università al fine di indebolirla ulteriormente, di tagliare ancora i suoi fondi, etc.

Orbene, è chiaro che si tratta di una posizione grottesca (che altrettanto grottescamente potrebbe essere rovesciata: chi ha interesse a svolgere la funzione di Anti-Defamation League dell’università nonostante si sappia come stanno le cose? A chi giova?). Se c’è qualche grande vecchio che coordina una operazione del genere muovendo decine di burattini che sui grandi giornali, anche progressisti, ‘infamano’ l’università dei cooptati dicendo che i concorsi sono tutti truccati, è davvero il complotto del secolo. Mi pare invece che le cose stiano diversamente. E che esse stiano nel senso che quella pubblicistica descrive. Chiunque non abbia un padrino accademico sa, sulla propria pelle, come stanno le cose. Anche tutti gli altri naturalmente lo sanno, ma chiudono un occhio, anzi due.

Naturalmente, questo atteggiamento da ayatollah dell’accademia si è scatenato anche contro il mio post. I difensori della bontà e onestà dell’accademia italiana si sono a un certo punto palesati calando la solita (presunta) briscola dei ‘dati’, cosa che fa parte dell’apparato ideologico un po’ naif di cui sopra. Nello specifico, Giuseppe De Nicolao è intervenuto per dire che non è vero che negli anni passati il reclutamento abbia favorito le progressioni nelle posizioni apicali dell’accademia. Ho rimproverato a De Nicolao l’uso ideologico di questa retorica dei ‘dati’, da calare come assi nella discussione per ‘vincerla’ e zittire l’interlocutore. Gliel’ho fatto rilevare perché lo studio citato si fermava al 2013, dunque escludendo dalla rilevazione proprio quella massa di abilitati (20mila!) del cui destino si stava discutendo. Scrivevo a De Nicolao:

Lei non è nuovo all’uso di questa ideologia dei numeri come adamantine verità calate dal cielo, cosa che trovo epistemologicamente un pelino traballante.

Il professore si risentiva, e partiva con la sequela di dati, invero un po’ buttati lì a caso, per dimostrare le proprie tesi. Avevo già notato questo atteggiamento del nostro eroe, descritto proprio in questi giorni sarcasticamente da Corrado Zunino della Repubblica come “l’ineffabile professore, Il segugio della ricerca, l’investigatore che investiga su chi investiga” in un articolo che ne mette in luce molto bene il bizzarro modus operandi. Infatti De Nicolao, in una discussione precedente, per controbbattere alla tesi secondo cui i concorsi italiani sono pilotati, argomentava in questi termini: se i concorsi fossero pilotati, la ricerca italiana (in termini di produttività: rieccoci ai numeri, ai dati, alla ‘metrica’ un tanto al chilo) non sarebbe così buona, ovvero in linea con quella europea. Avevo già sbugiardato il nostro segugio dell’ADL accademica, poiché il dato portato da De Nicolao con una tracotanza da positivista che cala l’asso incontrovertibile dei bruti ‘fatti’ era — udite udite! — un dato aggregato. Ebbene sì: il dato che avrebbe dovuto dimostrare la buona produttività degli accademici incardinati (almeno l’intento era quello), in realtà era un dato che non forniva elementi circa la produttività degli strutturati, ma di tutti gli universitari, precari compresi. Dunque, ragionavo, se i precari sono più di 2 a 1 rispetto agli strutturati, come si fa a dire che la produttività scientifica degli strutturati è di livello europeo? Se tanto mi dà tanto — aggiungevo al solo fine di dimostrare che la tesi del segugio era francamente senza alcun fondamento — si potrebbe dire che la baracca in realtà la reggono proprio i precari.

Non pago di questa prima figuraccia, De Nicolao è tornato sul luogo del delitto. Infatti, quando gli ho fatto notare questo uso dei ‘dati’, ha cercato di tamporare scrivendo che in realtà i sempre insindacabili dati dimostrerebbero che la produttività non scema affatto al progredire della carriera, e che semmai sale per gli ordinari. E ha citato un paper e ancora altri dati in esso contenuti. Il paper è: Giovanni Abramo • Ciriaco Andrea D’Angelo • Flavia Di Costa, Research productivity: Are higher academic ranks more productive than lower ones? Scientometrics (2011) 88:915–928 DOI 10.1007/s11192-011-0426-6.

Peccato che però chiunque possa verificare anche solo leggendone l’abstract che questo paper, che prende in considerazione peraltro un lasso di tempo di pochi anni (perché, poi, solo quel lasso lì, dal 2004 al 2008? Qual è la ragione di questa selezione?), non si occupi affatto della produttività dei precari e della sua relazione con la produttività degli strutturati:

This work analyses the links between individual research performance and academic rank. A typical bibliometric methodology is used to study the performance of all Italian university researchers active in the hard sciences, for the period 2004—2008. The objective is to characterize the performance of the ranks of full (FPs), associate and assistant professors (APs), along various dimensions, in order to verify the existence of performance differences among the ranks in general and for single disciplines.

In buona sostanza, lo studio si occupa solo degli strutturati (ordinari, associati, ricercatori) e nello specifico nel settore delle cosiddette scienze dure. Secondo infortunio per De Nicolao. Seconda figuraccia.

Evidentemente il nostro non ha retto, e ha cominciato — saltando di palo in frasca — a sostenere che io non conosco la differenza tra media e mediana, prendendo spunto da un mio commento in cui in effetti parlavo erroneamente di media, per poi correggermi però autonomamente nel commento successivo usando mediana al posto dello scorretto media.

Questa discussione è andata avanti fino a notte inoltrata. Chiusa dal De Nicolao con una doppietta di commenti, l’ultimo dei quali risulta postato alla 3.02 della notte.

La mattina successiva mi sveglio, vedo i commenti di De Nicolao, cerco di rispondere e scopro di essere stato cancellato dal gruppo Roars. Non posso più controbattere. Scrivo a De Nicolao alle ore 8.36 e gli chiedo spiegazioni. Mi dice che si è trattato di una decisione collegiale della redazione. Ovvero: la redazione di Roars, collegialmente, si è riunita tra le 3.02 e le 8.36 (prima: le 8.36 è quando mi rendo conto di essere stato bannato da Roars).

Ognuno può farsi un’idea sui metodi di questo gruppo di studiosi — parlo al plurale perché se la scelta è stata, come scrive De Nicolao, collegiale… — intenti a difendere l’università dagli attacchi di chi vorrebbe — secondo loro — infangarla. Certo non un avvertimento, non una ammonizione, tanto meno una motivazione. Bannato perché?

Il comportamento gravemente scorretto di Roars, della sua redazione, di De Nicolao in questa vicenda sono il sintomo dell’intrinseca debolezza di una tesi tutta ideologica: chi critica l’università vuole infangarla per distruggerla. Non viene in mente ai nostri eroi che se già negli anni ’90 del secolo scorso prestigiose riviste pubblicavano vignette sul sistema italico di reclutamento (rappresentando uno sconsolato Leonardo da Vinci superato al concorso da un cospicuo numero di Borgia, con quello che sembrerebbe il presidente di commissione che gli dice “non ci pensare, Leonardo, andrà meglio la prossima volta”), forse qualcosa di vero in quella pubblicistica che oggi copiosamente appare c’è. E del resto che le cose stiano così, che all’università si acceda per cooptazione (violando cioè il requisito minimo di ogni concorso degno di questo nome: l’incertezza dell’esito e l’imparzialità — terzietà — del ‘giudice’), non lo dice un giornalista male informato (come spesso su Roars vengono bollati quelli che fanno la cronaca del malaffare universitario). Lo dice un autorevole giurista e accademico, Michele Ainis, il quale invita a non fare più gli ipocriti: ai ruoli dell’università si accede per cooptazione (e, aggiunge lui, è giusto che sia così, arrivando a proporre conseguentemente l’abolizione dei concorsi-farsa; un mio commento qui). Nel 1995 aveva detto la stessa cosa Gino Giugni (ricordato magari come ‘padre’ dello Statuto dei lavoratori, e ignorato quanto alla pesantissima denuncia che fece riguardo all’università), parlando di concorsi ‘sovente’ predeterminati nell’esito “secondo logiche non meritocratiche”. Gli aveva dato ragione un altro autorevole giuslavorista, Umberto Romagnoli. E il dibattito era proseguito, tanto che, scrisse Repubblica, “L’alto commissario per la prevenzione ed il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione, Gianfranco Tatozzi, ha aperto un’indagine conoscitiva in merito al regolare svolgimento dei concorsi universitari in materia di Diritto del Lavoro. “. Non conosco i risultati di quell’indagine: si è conclusa?

Ora, la risposta di Roars a questa pubblicistica è molteplice: gente frustrata; vendicativi esplulsi dal sistema; qualcuno che vuole togliersi sassolini dalle scarpe; finestre rotte; giovani esacerbati. Peccato che in realtà vi siano fior di autorevolissimi ordinari che, ottenuto tutto in termin di carriera e giunti alla frivola età della pensione, ovvero al momento della libertà ciarliera di dire male di ciò di cui ci si è serviti tutta la vita (che coraggio, in tutti i sensi!), sparano a zero sulla corruzione accademica. Tornando a Roars, l’argomento principe sembra essere: non ci sono ‘dati’ (aridaje) su quanti siano i concorsi truccati. Quindi in sostanza si deve tacere? Tocca spiegare a Roars che forse l’unico modo per ottenere dei dati è in camera caritatis, visto che la stragrande maggioranza dei giovani accademici che subisce questi casi o è impaurita e non denuncia e non ricorre (anche perché non serve assolutamente a niente: si spendono soldi — tanti — per contestare concorsi formalmente ben ‘pensati’…), oppure con complicità avalla questo sistema, sperando che un giorno la ruota della cooptazione giri…

Per sanare i mali dell’università occorrerebbe dunque levarsi le fette di salame dagli occhi, e smetterla di ergersi a difensori del buon nome della pulzella insultata; se l’università italiana è nelle condizioni in cui è, lo è anche per il perdurante, continuo manifestarsi di fenomeni di academic inbreeding che non fanno che riprodurre strutture di saperi-poteri (le quali non sono esenti da una certa riproduzione dell’ordine sociale, of course: e lì si che bisognerebbe chiedere a chi giovi difendere un’università che riproduce le strutture di potere-sapere) ordinate secondo un sistema ormai castale di intoccabili, di sacerdoti della sapienza, di ayatollah che si risentono se gli metti davanti uno specchio e gli chiedi di guardarsi e di vedere il vero volto dell’accademia.

Slegare questo ragionamento da quello dei finanziamenti alla ricerca è assurdo. Certo, l’università soffre perché è grandemente sottofinanziata. Ma non si può pensare che fare una cosa pur necessaria come finanziare adeguatamente l’accademia risolva automaticamente il problema. Né si può dire che piano piano, con più quattrini, anche gli ‘esclusi’ perché senza padrini verranno assorbiti, stante la maggiore quantità di soldi da impiegare. Come sanno gli urbanisti, se metti più cassonetti, essi si riempiranno tutti al massimo. Insomma, se metti più soldi non è affatto detto che la loro gestione produca effetti virtuosi. Anzi, visti i precedenti, rischia di produrre, se non accompagnata a misure di contrasto alla corruzione, ulteriori danni. La potenza è niente senza il controllo, diceva uno slogan pubblicitario.

Una Norimberga per Israele? Il perché di un esempio sbagliato

Sul sito di Historia Magistra campeggia da qualche giorno un appello di intellettuali per una “Norimberga per Israele”. Gli estensori e i firmatari dell’appello si riferiscono al rinnovato conflitto israelo-palestinese e al l’operazione Protective Edge che il governo Netanyahu sta conducendo da ormai un mese contro Gaza, con ingentissime perdite di vite (soprattutto civili, con un numero elevatissimo di bambini) da parte palestinese e alcune decine di vittime tra i militari israeliani.
L’attacco, condotto in violazione del diritto internazionale, è caratterizzato da una immane sproporzione nell’impiego dei mezzi (rudimentali razzi, neutralizzati dal sistema di protezione Iron Dome), e denuncia la volontà del governo israeliano di mettere alle corde il movimento radicale di Hamas, egemone in una Striscia che dopo decenni di laicismo riscopre l’islamismo aggressivo che per anni gli Stati Uniti avevano foraggiato nella speranza di contrastare Al Fatah.
Contro l’attacco israeliano hanno tuonato persino i maggiori protettori del governo di Tel Aviv: si narra di una telefonata in cui Obama avrebbe alzato la voce con Bibi intimandogli il cessate il fuoco,e anche l’ONU si è mossa, nonostante i due interventi siano stati piuttosto blandi e in qualche misura ipocriti.
Ora, rispetto a questa situazione gli intellettuali (tra cui Angelo D’Orsi e Domenico Losurdo) hanno schierato uno zoliano e cubitale “noi accusiamo”, invocando una Norimberga per Israele.
L’appello ha scatenato violentissime polemiche, come sempre accade quando si tocca un nervo scoperto come il conflitto in “Terra santa”.
Si potrebbe con tranquillità affermare che la stragrande maggioranza di esse è pretestuosa. Come quelle uscite che, per tacitare la critica, impropriamente sovrappongono l’antisionismo all’antisemitismo (l’ebraismo italiano su questo ha dato prove penose). Ed è dunque necessario, per dire qualcosa, cercare di attenersi asciuttamente ad alcuni dati di realtà.
Il primo di tutti riguarda a mio avviso l’inopportunità di richiamarsi a un tribunale speciale ex post, quando per esempio sul piano domestico la nostra alta cultura giuridica ha scritto parole precise in Costituzione contro i tribunali speciali. Si obietterà che nel diritto internazionale i tribunali spesso sono stati ex post (Norimberga, Giappone, Rwanda, ex Iugoslavia).
Vero, ma — al di là delle debite differenze che pure occorrerebbe tenere presenti tra queste varie esperienze — quel che è chiaro è che Norimberga fu l’esempio di quella giustizia dei vincitori che colpì la parte sconfitta tralasciando le gravissime responsabilità degli Alleati e degli Stati Uniti. Si pensi solo che in queste ore ricorre l’anniversario dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki da parte degli States. O si pensi al mattatoio di Dresda.
È questa la giustizia che vogliamo?
Direi di no. Allora che fare?
Il caso più rilevante di tribunale ‘non speciale’ e ‘non ex post’ è quello della Corte Penale Internazionale. L’insigne internazionalista Richard Falk, che del conflitto israelo-palestinese è grande esperto, ha analizzato tutte le questione giuridiche legate a questa ipotesi. Con un certo ottimismo, ha concluso che pur non potendosi invocare un intervento della ICC, l’appello a essa corroborerebbe le ragioni della Palestina di fronte a un’opinione pubblica internazionale già molto colpita dalla condotta di Israele e dalle sue ripetute violazioni del diritto internazionale.
Meno ottimisticamente, ci si può limitare a ricordare che la Corte opera su base pattizia, e che Israele non ne ha sottoscritto lo Statuto. E occorre ricordare anche che la Palestina non gode al momento dello status sufficiente a poter invocare l’intervento della Corte (davanti alla quale, peraltro, essa stessa potrebbe venire trascinata per quelle stesse fattispecie per le quali la Corte ha giurisdizione). Più in profondità, la ICC non va esente dall’accusa di essere troppo ‘legata’ alle grandi potenze (gli Stati Uniti, per l’appunto, che per esempio conducono da anni una strategia di trattati paralleli con gli Stati firmatari per evitare che la giurisdizione della Corte venga estesa ai militari statunitensi).
Certo non è peregrina l’ipotesi di Falk di invocare l’intervento della Corte al fine di stimolare ulteriormente l’opinione pubblica mondiale. Almeno a livello mediatico, la cosa susciterebbe grande clamore.
Ma si ricordi che quando si è stati tentati dalla giurisdizione universale, gli Stati hanno reclamato e ottenuto il rispetto del loro potere sovrano di non ingerenza (si ricordino i casi si Pinochet e dello stesso Sharon per i fatti di Sabra e Shatila).
Che fare, allora? Non volendo dare compiti alla politica, dalla quale certo tutti ci aspettiamo una minore ipocrisia e un maggiore coraggio nel chiedere il rispetto delle norme del diritto internazionale (e in primis ce lo aspetteremmo da un inane governo italiano, che dopo decenni di amicizia col mondo arabo ha da qualche tempo scelto con troppa nettezza di fare il cane da riporto dello zio Sam), forse si può chiedere agli intellettuali di spiegare tutto questo. Di spiegare perché Norimberga non è un modello. Di spiegare perché la Corte Penale Internazionale è un percorso accidentato. Di spiegare il legame troppo stretto tra il diritto internazionale e la politica. Insomma di spiegare il mondo. Niente contro gli intellettuali militanti.
Ma la militanza e l’impegno non si manifestano solo nella sottoscrizione degli appelli. Occorre l’intelligenza nelle cose, soprattutto in questi tempi bui di pensiero unico che tutto dissolve in un mostruoso continuum transpolitico in cui non è più dato conoscere le ragioni e i torti. Perché essere partigiani è soprattutto questo: contribuire a conoscere le ragioni e i torti.

Ainis che volano

Confesso: ho peccato. E prima di me ha peccato il mio maestro, e il suo maestro, e di maestro in maestro per generazioni. Tutti colpevoli d’aver raccomandato i propri allievi, d’aver brigato per appoggiarli nei concorsi. Ma il peccato si traduce in un reato?

Michele Ainis, sull’Espresso n. 42, esordisce così con un articolo che già sta facendo discutere. Ainis interviene evidentemente a difesa dei colleghi della disciplina (diritto costituzionale), 5 dei quali sono ‘saggi di Letta’ e indagati per aver apparecchiato (dice l’accusa) concorsi. E parte in tromba con l’uso politico della giustizia: se indagano i 5 saggi — è la tesi del costituzionalista — è perché vogliono fermare le riforme (“screditare il saggio per screditare la riforma”, scrive Ainis). Proprio alla vigilia, continua Ainis, della manifestazione sulla “Costituzione via maestra” organizzata da Landini Rodotà e Zagrebelsky (“che coincidenza”, è il commento sarcastico di Ainis).

Ora, stendendo un velo pietoso sull’argomento dell’uso politico della giustizia che in questi anni tanto ha offerto a B. e ai suoi peones, vorrei focalizzare l’attenzione sull’argomento principe di Ainis, che per non storpiare riporto interamente:

la cooptazione non è un peccato né un reato, è la legge non scritta dell’università. Perché il giudizio culturale non spetta al popolo elettore, bensì – come diceva Adorno – al «denigrato personaggio dell’esperto». È il prof di diritto costituzionale che valuta le qualità del costituzionalista in erba, non può certo farlo il sindaco.

L’argomento di Ainis è però capzioso, perché non dice che quell’esperto, quel prof di diritto costituzionale, è, in Italia, il ‘maestro’ del candidato che puntualmente, sistematicamente, sempre, vince il concorso. Come può un professore che ha ‘allevato’ (per vari motivi: dalla stima scientifica alla parentela, diciamo) uno studioso essere anche giudice del suo percorso lavorativo? Come può quel prof essere imparziale nell’assegnare un posto pubblico che, ex art. 97 terzo comma della Costituzione, essendo pubblico va assegnato per concorso? E infatti il TAR si è pronunciato rilevando tale conflitto. Il famoso genius loci, oppure lo ius soli? Sta di fatto che in Italia i concorsi universitari li vince sempre il locale. E il professore del locale è presidente della commissione.

Può essere questa garanzia di selezione per merito? Che vantaggio ne avrebbe la scienza da una riproduzione così conservatrice dei saperi, basata (per usare una celebre metafora) su albatri che depongono uova che il giorno dopo si schiudono per dare alla luce albatri identici? Com’è possibile che i più bravi di tutti siano sempre e soltanto quelli che hanno lavorato e lavorano con il professore che è — che coincidenza, vero Ainis? — presidente della commissione giudicante?

E allora vien fatto di chiedersi: ma chi non ha ‘santi in paradiso’? Chi è bravo, e magari ha pubblicato senza che il suo dominus (perché non ne ha uno) procurasse per lui riviste pronte a ospitare articoli, case editrici (magari finanziate dalla stessa università con un contributo in denaro o con la promessa di acquisto copie), collane librarie, etc? Cosa fanno costoro? A chi si rivolgono?

La verità è che l’incredibile metodo-Ainis risponderebbe a queste persone: jatevenne, andatevene, emigrate, qui non c’è posto per voi. Se non hai uno sponsor, è inutile andare in giro a fare concorsi rendendoti inviso alla tua disciplina, assumendo su di te lo stigma di quello che — magari con qualche titolo e qualche pubblicazione — va a rompere le uova nel paniere a coloro che apparecchiano concorsi.

Risposta classica: ma all’estero vige la cooptazione. Vero, ma con garanzie ben diverse, a partire da un diverso senso della cosa pubblica e della responsabilità. Negli Stati Uniti un professore non si sognerebbe di dire che siccome una legge o un principio costituzionale vengono sistematicamente violati ci si deve liberare di quelle norme. All’estero non lavori nell’università in cui ti sei addottorato.

L’unico merito che ha l’articolo di Ainis è di dire che nell’università italiana funziona così. Finalmente (ma Ainis non si è accorto che lo sanno anche i sassi?)! Ma un conto è dire che funziona così, un altro è giustificarlo. Cosa che Ainis fa, trincerandosi dietro la scusa della irrilevanza penale (che poi è da dimostrare: se tre persone si mettono d’accordo per trombare uno bravo a favore dell’allievo del prof, che cos’è? associazione a delinquere?) di questa condotta. Ma nella vita, e nella vita pubblica, non tutto si decide sulla base della rilevanza penale dei comportamenti. Esiste, sebbene in Italia si sia rintanata chissà dove e dall’università sia fuggita ormai a gambe levate, l’etica pubblica. Esistono principi che per valere non devono essere sanciti da norme, tanto meno da norme penali. La pretesa di risolvere tutta la vita attraverso il ricorso a leggi un giurista austriaco la chiamava dekretinismus.

Quanto all’idea che consentire ai professori di scegliersi i collaboratori (ma il rapporto maestro-allievo è un rapporto scientifico o un ufficio di collocamento?) garantirebbe qualità perché i professori sarebbero responsabili delle scelte, si può rispondere che — dato che il sistema funziona già così e di responsabilità per i brocchi piazzati nelle facoltà non se ne è visto neanche un ette — credere a una tale illusione sarebbe come credere agli asini che volano.