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Umberto Eco e gli intelligenti

umberto_eco2Tutti noi abbiamo amato Eco. I suoi libri, la sua faccia, la sua voce e pure la sua erre. Allora perché leggere articoli su Eco ora che è morto produce un insopprimibile senso di sconforto? Che nessuno sia in grado di richiamarne e riprodurne l’originalità, la profondità, l’acume filosofico? Che nessuno sia, come è facile, alla sua altezza? Dice Maurizio Ferraris su Repubblica che “A New York, nel 2011, parlando con Putnam del carattere vincolante della realtà, [Eco] diceva che la cosa veramente inemendabile, quello che nessuna vita potrà mai correggere, è la morte.”. Ecco, queste cose, di sconvolgente banalità, rientrano solo nell’aneddotica o sono il segno della straordinarietà di un’erudizione in fondo vuota come è vuoto il gioco? Forse che Eco non era a sua volta postmoderno in questa sua vita ‘pastiche’, tra Kant e la regina Loana?
Ricordo che in una conversazione con Stuart Hall sul ruolo dell’intellettuale, Eco aveva detto che mentre negli anni ’60 gli intellettuali erano, si percepivano, come dei Berretti verdi, adesso era arrivato il tempo di stare appesi ai rami degli alberi, proprio come il Barone rampante, perché del resto la rivoluzione si può fare anche stando appesi ai rami, guardando dall’alto. Inutile menzionare il disaccordo di Hall. Ora si può solo, era l’espressione di Eco, “meditare su queste altalenanti dialettiche”.
Ecco, ciò che non ho letto finora è la simmetria tra Eco e Calvino. Entrambi dediti al rimescolamento della realtà, Eco più pop, Calvino più raffinato, ancora una generazione precedente.
Niente di male, per carità, e poi non si sta difendendo l’idea di intellettuale ‘impegnato’ o ‘ideologico’. Niente di male nemmeno nel divertimento e nel riso. Non c’è un riso ‘migliore’ perché ‘impegnato’. Però il postmoderno (che Eco cerca di affrontare a proposito di un suo romanzo nelle Postille al Nome della rosa uscite prima su Alfabeta e poi in appendice alle nuove edizioni del volume) è la passione dell’esattezza come cifra di stile, non della efficacia dello scritto, che invece si consuma nella sua fruizione. Non conosco l’Eco semiologo, ma egli ha disseminato talmente tante cose che un’idea possiamo farcela. Se il pensiero è pop, come la letteratura, in fondo ciò che rimane è consumare entrambi. Comprarli.
Mi viene in mente il libro di Vincenzo Guerrazzi Gli intelligenti. Guerrazzi aveva mandato a una serie di intellettuali un dissacrante questionario. Ecco, Guerrazzi, Iler Russo, provocavano, scherzavano, ma scherzavano pesante, sovvertivano con il riso dissacrante. Enzo Biagi rispose sul Corriere della Sera piuttosto piccato. Ma la sequela di lettere non risposte è impressionante. Rispose Norberto Bobbio, seccato. Rispose Paolo Volponi, estesamente. Rispose Giorgio Bocca (“domande becere”, le definì; e parlò di “coglionerie”); risponde con delicatezza Ferdinando Camon. Non risponde Umberto Eco. O meglio, prima risponde dicendo di voler organizzare un confronto con gli studenti, poi manda un’altra lettera firmata dalla segretaria in cui comunica di essere partito per gli Stati Uniti. E Guerrazzi gli fa un’intervista immaginaria. Ecco, il sarcasmo violento di Guerrazzi non faceva ridere.

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Lettera a Firenze

Firenze non sa decidersi tra modernità e tradizione, entrambe comunque finzioni performative. La modernità viene ormai intesa come trasformazione distopica della città in un enorme parco divertimenti, Dismaland rovesciata che dentro al centro tenta di riprodurre un lucciocore opaco, inquietante, e fuori scarica tutte le ‘esternalità’. La tradizione non è il contrario della modernità, ma un’altra via, un altro modo di dirsi, per la città, moderna, nella ricerca di un passato di finzione, non perché non sia avvenuto naturalmente, ma perché si è trasformato, nelle mani dei suoi interpreti. La tradizione è inventata, lo sappiamo, tutte le tradizioni lo sono. Accarezzare la tradizione in modo ossessivo significa rendersi ridicoli, vietare l’insegna elettrica… Circolava una vignetta, tempo fa: un gruppo di ‘selvaggi’ in salotto, davanti alla tv; a un certo punto dalla finestra si vede arrivare gente, sono vestiti da esploratori; allora i selvaggi cominciano a nascondere la tv, il divano, indossano l’osso tra i capelli, tutto al grido di “arrivano gli antropologi!”.
La sfida è allora non tanto scegliere tra modernità e tradizione, entrambe finte, ma costruire finalmente un’identità. Con tutte le avvertenze del caso: che le identità sono mobili, che i frutti puri impazziscono, che anche l’invenzione contribuisce a costruire l’identità, che la città non è di nessuno ed è di tutti, che la città non è un museo ma un luogo in cui vivere, che la città non è sacra e intoccabile, ma che bisogna toccarla con intelligenza e rispetto, che i turisti non sono il male solo se essi vengono coinvolti, se essi, arrivando a Firenze, capiscono di aver a che fare non con un bivacco o un parco, ma con un’entità viva e pulsante, che dialoga e che interroga, e che pone domande e sfide.