Etichettato: matrimonio egualitario

Fedeltà va cercando, ch’è sì cara. Obbligo di fedeltà e legge Cirinnà

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In molti hanno scambiato l’ordinamento giuridico per un salotto moralistico, dove si discuterebbe, più che l’effetto delle norme sulla regolazione dei rapporti umani, l’opportunità di certe scelte personali. E’ del tutto ovvio che le due cose si mischiano e si sovrappongono, poiché il diritto, anche qualora non fosse strumento di oppressione di una classe sull’altra, per citare il buon vecchio Marx, quanto meno è uno strumento di disciplinamento che porta con sé anche una normatività ‘esterna’ all’ambito ‘puramente’ giuridico, e che dipende dalle strutture sociali, culturali, religiose, economiche, e così via. Per non dire del livello delle opinioni che il legislatore si porta dietro quando entra il parlamento: talvolta ‘pensieri’ da troglodita. Tuttavia l’obbligo di fedeltà di cui si discute in queste ore a proposito del matrimonio egualitario, e in particolare dello stralcio sia della stepchild adoption che dell’obbligo suddetto, non c’entra niente ormai, dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975, con le relazioni tra generi, l’oppressione, et similia. L’obbligo di fedeltà, previsto dal 143 Codice civile, serve ‘solo’ a regolare l’addebito della separazione (se la violazione di tale obbligo, come ha stabilito ampiamente la giurisprudenza, abbia a che fare con essa, ovviamente, rendendo per esempio insopportabile il prosieguo della convivenza). Addebito disciplinato dal 151 secondo comma Codice civile: “Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.” Che ci sia una tale ignoranza dei temi giuridici non è una questione che deve riguardare gli addetti ai lavori, ma tutti, perché queste faccende tracimano poi nella discussione politica, dove è facile prendere lucciole per lanterne. L’obbligo di fedeltà, come molte altre norme giuridiche, persegue uno scopo che non è quello di regolare ex ante le condotte, ma di regolare ex post la risoluzione delle controversie che dalle violazioni si originano. Liberiamoci dall’ingenuità secondo cui sulla Strada delle Mimose c’è il divieto di sorpasso perché il legislatore vuole che noi non sorpassiamo. Quel divieto serve per capire, quando viene violato, chi abbia torto o ragione nell’eventuale controversia. Così come il Codice penale non prescrive (se non idirettamente e per derivazione ‘logica’, è chiaro) “Non uccidere”, ma afferma “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno“. Per tornare a noi, l’obbligo di fedeltà verrà riammesso in fase giurisdizionale perché altrimenti sparisce anche l’addebito nel caso di separazione delle coppie omosessuali, con la conseguenza di non riuscire a regolare in modo corretto le questioni patrimoniali.

 

 

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Il nome della madre

gipi_2sangiuseppePartiamo da un presupposto: che sono favorevole al matrimonio egualitario. Ho qualche dubbio sulla questione della stepchild adoption così come configurata, pare, dalla Cirinnà, ma per motivi giuridici – e non perché io sia contrario – che brevemente illustro: mettiamo che passi quest’ultima misura, due genitori omosessuali ricorrono alla maternità surrogata (seme di uno dei due, utero ‘in affitto’ in Canada), tornati in Italia fanno sì che il figlio secondo la Cirinnà venga adottato dall’altro membro della coppia. Siccome si discute se vietare (o addirittura trasformare in reato) l’utero in affitto, in questo modo il divieto sarebbe aggirato. Non c’è modo in realtà di aggirare questo impasse, poiché il figlio riuscirebbe in ogni caso a venire adottato dalla coppia, per esempio per riconoscimento giurisdizionale. Anzi, vietando la maternità surrogata in Italia, essa diventerebbe privilegio per i ricchi in grado di pagare una donna canadese. Insomma, l’unico modo per non fare pasticci sarebbe quello di affermare per via legislativa la maternità surrogata anche in Italia, ponendola sotto rigidi controlli per evitare lo shopping degli uteri. E fornendo servizi e assistenza al fine di evitare che il tutto si trasformi nell’ennesimo privilegio per ricchi. In questo modo, forse un tantino ‘forzato’ dalle circostanze (e dalla tecnica), si risolverebbero molti problemi e si arriverebbe a un risultato (l’adozione del ‘figliastro’) a cui si arriverà comunque. A meno che non si voglia affermare che il figlio di coppia etero o gay che lo procrei tramite maternità surrogata non rimanga esclusivamente figlio di uno dei genitori, ovvero del componente della coppia che gli abbia trasmesso il proprio patrimonio biologico.

Fin qui le considerazioni ‘giuridiche’. Tuttavia, ciò che sul piano etico e politico è importante rilevare è che in questo processo di surrogazione, la madre rischi di scomparire come soggetto. Partiamo da un disegno di Gipi di un annetto fa, in cui si vedono due San Giuseppe tenere in braccio un bimbo. Quel disegno, come le tante foto di coppie omosessuali con figli che circolano in questi giorni (oh, poi bisognerà pure smontare la retorica della famiglia ‘tradizionale’ come semenzaio di ogni corruttela morale e la famiglia ‘arcobaleno’ come luogo dell’amore puro: la famiglia è sempre oppressiva, e la sua regolazione corrisponde per lo più a ragioni che con l’amore non hanno davvero nulla a che fare), sembra rispondere alla celebre battuta dei Monty Python in Brian di Nazareth: a ‘Loretta’ (un uomo che vuole diventare donna) che vuole avere dei bambini viene obiettato “E dove vuoi tenerlo, in un barattolo?!”, configurando questa scelta non come la lotta di Loretta contro l’oppressione, ma contro la realtà. Ora, la realtà viene modificata attraverso il diritto. Nel Seicento si diceva che la legge potesse tutto, tranne trasformare l’uomo in donna e far mangiare l’erba a un tavolo. La legge sul transessualismo ha intaccato quella prima certezza, trasformando l’uomo in donna e viceversa. Perché Loretta abbia figli, oggi, non c’è più bisogno di fantasticare il barattolo: c’è la madre surrogata. Tuttavia nel disegno di Gipi sembra in effetti che quel bambino sia venuto fuori da un barattolo, poiché nella foto di quella madre comunque necessaria per portare avanti la gestazione non c’è traccia.

Il punto non è dunque essere contrari alla maternità surrogata, il punto è essere contrari alla scomparsa, anche solo iconica, dei soggetti. Tanto più se quei soggetti sono ‘deboli’, come potrebbero (ma non necessariamente sono, e la legge, come scrivevo sopra, deve intervenire affinché ciò non accada) esserlo le madri che portano in grembo i figli di altri. Allora, si dirà, la madre dovrebbe stare come ‘quarto incomodo’ nelle foto di famiglia? No, non dico questo: dico che quella scomparsa, la scomparsa della madre, forse ci dice qualcosa. Si potrebbe ancora dire: anche il donatore del seme in una coppia di donne scompare. Ma portare un bambino in grembo per nove mesi e donare il seme non sono esattamente la stessa cosa. Ci dice che forse in tutta questa faccenda rischia di (s)comparire un soggetto potenzialmente debole, e che questa cosa deve interrogarci e deve orientarci affinché ciò non accada.

Matrimonio egualitario e gerarchia dei diritti?

matrimonio egualitarioI diritti non funzionano come un gioco a somma zero, dunque aprire a nuovi ‘riconoscimenti’ (poi su questa parola ‘costituente’ ci si dovrà intendere: i diritti il legislatore li crea, non li riconosce) non sottrae necessariamente qualcosa ai diritti di più lungo ‘corso’. Tuttavia è difficile non notare il conformismo dei diritti civili, che in fondo brandisce un claim poco ‘costoso’, laddove il massacro del lavoro, ma anche della stessa uguaglianza, non ha prodotto analoga mobilitazione sociale e politica. Ho scritto in un libro del 2009 che non esiste alcuna gerarchia dei diritti, e che essi — se li intendiamo nella classica tripartizione marshalliana tra civili politici ed economici sociali e culturali — stanno o cadono a seconda che stiano insieme o vengano presi separatamente. Ed è proprio questa loro natura embricata che fa sì che i diritti civili senza i diritti culturali — l’habeas mentem — o economici o sociali siano strumenti per chi se li può permettere. Non è un esercizio di ‘benaltrismo’. Certo, se il legislatore afferma un diritto senza occuparsi di ciò che lo rende effettivo,  ben venga! Ci rimaniamo un po’ male (ma restiamo in fiduciosa attesa), sperando che prima o poi arrivi anche quell’apparato di diritti concorrenti che permettono il godimento effettivo del diritto riconosciuto. Consentire alle persone di sposarsi richiede che esse siano in grado di avere lavori dignitosi e di avere un’abitazione in cui vivere. L’amore non c’entra niente. Così, parlare di maternità surrogata tout court senza lo sguardo rivolto ai corrispondenti diritti economici, sociali e culturali, rischia — al di là dei convincimenti personali circa l’opportunità di una tale pratica per i diritti del nascituro e del bambino — non solo di avallare comportamenti criminali e vendita del corpo per bisogno o per insufficienza di strumenti culturali, cosa contro cui tutti vogliono adoperarsi e che la politica e il legislatore sembrano voler prendere molto sul serio, ma rischia di diventare uno strumento in mano a chi se lo può permettere, e di questo nessuno parla.