Etichettato: Renzi

Livor Massimo

dalema-640“La «rottura sentimentale» che in un’altra intervista (sempre all’ottimo Aldo Cazzullo) rimproveravi a Renzi è davvero la chiave per comprendere ciò che sta accadendo a sinistra: salvo che si è già consumata da tempo, e precisamente da quando tu, con lucidità politica e coraggio personale, hai tentato invano di modernizzare la sinistra italiana (post)comunista”. Queste parole di Fabrizio Rondolino, ovvero di uno degli ex Lothar di D’Alema, sono — assieme a tutte le altre del suo editoriale sull’Unità  — il ritratto nitido del Lider Massimo. Il più nitido. Nelle sue parole, Rondolino malignamente quanto realisticamente dice una cosa, in fondo, che noi qui traduciamo così: che D’Alema avrebbe voluto essere il Craxi che Craxi non era mai riuscito a essere, ovvero il modernizzatore che sposta l’asse della sinistra al centro per conseguire politiche ‘riformiste’ improntate all’esaltazione dell’impresa, dell’individualismo, del liberalismo. Tutto quello che, pur maldestramente, Craxi avrebbe voluto fare se non fosse annegato nella cloaca della corruzione e della febbre arraffona che caratterizzava lui, il suo clan, il suo partito. E del resto il ritratto di Tony Blair è su questo quanto mai icastico. (Naturalmente Rondolino ammanta di valore assiologicamente positivo quella svolta dalemiana).

Ma il punto è proprio questo, e spiega anche in termini psicanalitici l’amore e l’odio tra Matteo e il padre D’Alema. Perché Matteo è quello che Massimo avrebbe voluto essere e non è diventato, e D’Alema questo non può perdonarglielo. Certo anche D’Alema era figlio del suo tempo, ovvero il progetto non era ‘suo’ ma di un’intera classe dirigente che voleva fare i conti col comunismo (per usare il titolo di un bel libro di Aldo Schiavone che però mi pare andasse davvero in un altro senso, suggerendo piuttosto un ritorno a Rousseau). Ma i conti fatti male poi non tornano.

In fondo in D’Alema (e in Veltroni) si nascondeva (ma neanche tanto) il seme del renzismo. Ed è imperdonabile che Matteo sia diventato più dalemiano di D’Alema. Che chiude così la propria parabola: da Lider Massimo a Livor Massimo.

 

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Sugli intellettuali Renzi ha ragione? Sì e no

Dopo Roberto Saviano, che sul giornale online Il Post ha attaccato il ministro Maria Elena Boschi denunciandone il conflitto di interessi e ancor di più scagliandosi contro il silenzio degli intellettuali nell’era del cinghiale bianco renziano, anche Marco Damilano in un articolo del suo Espresso torna sulla questione del silenzio. Damilano riporta l’intervista di Renzi a Repubblica del 4 agosto 2014 in cui l’ex sindaco di Firenze, allora da pochi mesi a palazzo Chigi, diceva «Un giorno si parlerà finalmente delle responsabilità delle élite culturali nella crisi italiana: professori, editorialisti, opinionisti non sono senza colpe». Concentriamoci su questo passaggio, tralasciando ciò che Renzi ha trasformato nel mantra del proprio culto e che si va ripetendo in lungo e in largo dai tempi ormai lontanissimi della ‘rottamazione’ in poi, ovvero la polemica contro i ‘rosiconi’ e i ‘gufi’ («Siamo gli unici che vogliono bene all’Italia, contro il disfattismo e il nichilismo, contro chi sfoga la sua frustrazione nelle polemiche»). In quell’intervista Renzi dice una cosa vera, sacrosanta. Ogni retorica, anche la più becera, deve fondarsi su un dato di realtà percepito come tale dall’opinione pubblica. Quello è il grimaldello per far passare una nuova narrazione: prendere un fatto, pantografarlo e farlo diventare un “sono tutti così”. Accadde già con Brunetta e con i ‘fannulloni’: chi non si era imbattuto in un impiegato pubblico un po’ lavativo? Al contempo, quel fatto viene ‘pettinato’ e ‘agghindato’ per andare in scena: per farlo diventare ‘fatto’, occorre un po’ taroccarlo. Insomma, si sarà capito: prendi un fatto, lo modifichi, lo dai in pasto all’opinione pubblica e poi lo assumi come nuovo paradigma. Ma qualcosa in mano devi avere (escludiamo qui l’ipotesi, pure concreta, dell’invenzione di una ‘narrazione’ di sana pianta).

Ecco, Renzi ha preso la pavidità, la corruzione, l’insipienza degli intellettuali, e siccome non ha paura — che possa permetterselo o meno, questo è un altro discorso: adesso è in sella, e ha buona stampa, e allora può permetterselo — di usare l’argomento ad hominem, non ha paura di rispondere a chi osi criticare quell’affermazione con un atterrente tu quoque.

Dunque se è vero che gli intellettuali italiani, molti di essi, non sono esenti da colpe perché con una mano prendevano e con l’altra lanciavano i loro strali, allora occorre cercare una risposta, poiché ciò non può ridurre tutti al silenzio. Spiace che i Damilano, i Saviano o i Dario Fo non vedano che accanto ai vecchi soloni che hanno contribuito ad affossare questo paese e accanto ai giovani servi che hanno fatto l’anticamera leopoldina e oggi si spartiscono i posticini sulla stampetta controllata dal premier e dai suoi, ci sono i giovani che quei soloni li hanno subiti, i giovani che quei coetanei li hanno sbertucciati e ridicolizzati. Certo non si ha molto spazio se si critica il premier in carica. Saviano stesso ha preferito Il Post al più appiattito Repubblica (strano lo stesso, dato che Il Post è più renziano di Renzi: ma si sa, in termini di clickbait Saviano paga, e questo è l’importante), e non è molto facile oggi essere intellettuali ‘contro’. Non lo è mai stato, men che meno all’epoca della sinistra che vince pur non piacendo.

Perché questo è un altro dei motivi del silenzio: i ‘vecchi’ per anni hanno inseguito l’utopia egualitaria, il comunismo, il socialismo, una blanda socialdemocrazia. Poi si sono rotti le palle, e senza alcuna autocritica, senza dire “quei modelli sono falliti perché noi siamo stati degli ipocriti e degli opportunisti” hanno mollato gli ormeggi, desiderosi di essere ‘come tutti’. “Basta utopia, basta assalti al cielo: abbiamo avuto, abbiamo succhiato la linfa vitale di questo paese e pensavamo di potere al contempo, ma mollemente, senza vera convinzione, immettere qualche idea di sinistra nel corpo morto del paese”. Ora questo vecchio coleottero svuotato che è l’Italia giace senza polpa, e gli intellettuali che hanno contribuito a svuotarlo o fanno i ‘gufi’ (rischiando di beccarsi il tu quoque) oppure cercano alla disperata la scialuppa che li traghetti verso un approdo tranquillo, che sia il renzismo o il ritorno a occupazioni ‘non esposte’.

E i giovani? “Arrangiatevi”, è il messaggio. “Abbiamo contribuito a rovinare il paese, ma non aspettatevi ora alcun mea culpa, e tantomeno una solidarietà intergenerazionale che consenta a chi ha avuto tutto di assolvere al dovere morale di aiutare chi è rimasto indietro”. Insomma, “attaccatevi al cazzo”, è un po’ il messaggio dell’intellighenzia italica in là negli anni. Che c’entra, c’è anche chi ha fatto di più, esibendo più faccia tosta: quelli che se la prendono con “gli sdraiati”, con i giovani che sono choosy e altre amenità offensive di questo genere. Ma non stupiamoci: è difficile vivere per coloro che tutti i giorni si trovano davanti, come di fronte a uno specchio, qualcuno che gli ricordi la loro mediocrità.

E in effetti molti si arrangiano: ma chi gliela fa fare di criticare il potente di turno? Perché guastarsi la digestione e inimicarsi il caporedattore? Se quei vecchi che oggi ci fanno il gesto dell’ombrello hanno potuto prosperare, è in fondo perché una pletora di ex giovani ormai stagionati gli ha dato ragione senza sbattergli in faccia la loro ipocrisia. Questa è l’unica cosa intergenerazionale infatti: il servilismo.

Oggi Foucault sarebbe renziano?

Foucault_polo_neckUn precursore del blairismo e della Terza via? Un pensatore sedotto dal neoliberismo? L’ultima barriera della borghesia contro Marx?

La collocazione politica di Michel Foucault da sempre è fonte di dibattito. Un libro appena uscito e curato dal sociologo belga Daniel Zamora, Critiquer Foucault. Les années 1980 et la tentation néoliberale (Aden), tenta di dare una risposta alla questione prendendo in esame le opere del filosofo francese degli anni ’70 e ’80, in particolare dopo Sorvegliare e punire, che Foucault aveva pubblicato presso Gallimard nel 1975. Se prima del 1970, nelle sue opere, le parole ‘proletariato’ e ‘capitalista’ non figurano mai, nel 1977 Foucault prende parte alla discussione a proposito del libro di André Glucksmann I padroni del pensiero. Il libro è scandaloso perché rappresenta un atto d’accusa contro la sinistra giacobina e statalista, di cui peraltro Glucksmann aveva fatto parte. Foucault ne scrive bene sul Nouvel Observateur, aprendo così ai nouveaux philosophes – lo stesso Glucksmann, ma anche Bernard-Henry Lévy – e alla loro critica alla ‘prima sinistra’, quella che usciva dal Maggio francese. È il sugello dell’anti-comunismo di Foucault. E segna l’approdo a posizioni vicine alla ‘seconda sinistra’, che aveva nello storico Pierre Rosanvallon uno dei suoi ideologi. La deuxième gauche insisteva sul presupposto che la società potesse governarsi senza l’intervento di un’istituzione oppressiva come lo Stato, e propugnava l’idea dell’autogestione. Si trattava del tentativo di fondere il socialismo riformista coi principi del liberalismo, in un’ottica anti-utopistica di emancipazione della sinistra francese. Nel 1976 Rosanvallon scrive che la proposta di autogestione riecheggia il progetto liberale di limitazione del potere dello Stato, poiché il potere appartiene alla società civile. Nel 1977 Foucault accoglie con entusiasmo le tesi di Rosanvallon: l’idea di ‘destatalizzare’ la società incontra il suo progetto di pensare il potere sganciandolo dalla sovranità dello Stato. La critica alla sinistra centralista, collettivista e socialista non potrebbe essere più chiara.

La classe, il proletariato, la disuguaglianza, non sono temi che interessano Foucault: egli si concentra sui reietti, i carcerati, il Lumpenproletariat (che non è, secondo una traduzione pietosa, il sottoproletariato, ma il proletariato ‘straccione’). Se il proletariato ha peraltro ormai assorbito i valori borghesi, gli straccioni sono gli unici, secondo Foucault, a sfidare il potere.

È questo slittamento, io penso, un punto nodale della sinistra: invischiata nelle questioni identitarie, sessuali, etnico-religiose, e sempre meno pronta a parlare di temi ancora scandalosi come lo sfruttamento, la lotta di classe, il trionfo del capitalismo. Si passa dalla lotta alla disuguaglianza alla lotta contro la discriminazione e l’esclusione. Non c’è contestazione dell’ordine capitalistico esistente, ma lotta alla povertà come fenomeno.

Si tratta di uno spostamento che ha portato i partiti riformismi sempre più verso il centro dell’asse politico. Per Foucault – sostiene Zamora – la miseria e le diseguaglianze economiche sono problemi del XIX secolo: seppure non del tutto superati, essi non sono più così urgenti. Se nel XIX secolo si guardava al rapporto tra la struttura economica e il potere dello Stato, adesso – dirà lo stesso Foucault – la questione riguarda i piccoli poteri e i sistemi diffusi, orizzontali di dominazione. Per Zamora, la consacrazione del neoliberismo di destra come di sinistra – questo ‘colpo di Stato simbolico’ – in nome del quale un principio di visione e di divisione del mondo (quello delle classi sociali e dello sfruttamento) è stato soppiantato da un altro (quello dell’esclusione e della povertà), è parte integrante dell’evoluzione intellettuale di Foucault.

Dunque anti-statalismo, critica alla sinistra che oggi definiremmo ‘radicale’, idea della orizzontalità o immanenza del potere di contro alla verticalità o trascendenza propria dello Stato, autogestione, tecniche del sé, sono i concetti-chiave degli ultimi dieci anni di Foucault. Potremmo riassumerli in una parola: governamentalità. Essa segnala l’importanza che Foucault attribuisce al potere del governo, piuttosto che a quello dello Stato: lo Stato è sopravvalutato, ed è falsa la sua personificazione come soggetto. Ciò che governa è una congerie di pratiche, di burocrazie, di attori, non un soggetto che chiamiamo Stato. Siamo alla microfisica di un potere che è dappertutto.

Che il potere sia orizzontale è ciò che in definitiva Foucault ha in comune col neoliberismo: entrambi sognano il governo ‘dal basso’, che si autoregola, che produce da sé le proprie regole, senza la verticalità dello Stato. Colin Gordon, uno dei suoi traduttori in inglese, ha parlato del tentativo di Foucault di ‘incorporazione selettiva’ di elementi della retorica e della strategia neoliberale.

Ma destatalizzare non significa eliminare la dimensione gerarchica del potere, mentre peraltro lo Stato (come dimostra Loïc Wacquant nel suo saggio contenuto nel libro) non ha mai smesso di esigere prepotentemente il proprio tributo in termini di potere, violenza, controllo. Intanto le biografie dei protagonisti della seconda sinistra cari a Foucault sono diventate piuttosto paradigmatiche: Glucksmann ha appoggiato Sarkozy e ha sponsorizzato l’interventismo militare dell’Occidente. Rosanvallon è diventato l’alfiere del riformismo conservatore. Il nouveau philosophe Bernard-Henri Lévy ha detto qualche mese fa che “il futuro dell’Europa è Renzi”. Foucault sarebbe d’accordo?

[* Questo articolo è apparso sul numero del 20 dicembre 2014 di Pagina99 col titolo “Quella tentazione che oggi farebbe di Foucault un renziano”]

Renzi con Machiavelli

CesareborgiaIl capitolo VII del Principe, intitolato De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur (“De’ principati nuovi che s’acquistano con le arme e fortuna di altri”), Niccolò Machiavelli narra, tra tante cose, della conquista della Romagna da parte di Cesare Borgia:

Preso che ebbe il duca la Romagna, e trovandola suta comandata da signori impotenti, e” quali più presto avevano espogliati  loro sudditi che corretti, e dato loro materia di disunione non d’unione, tanto che quella provincia era tutta piena di latrocini, di brighe e d’ogni altra ragione di insolenzia, iudicò fussi necessario, a volerla ridurre pacifica e ubbidiente al braccio regio, darli buono governo, e però vi prepose messer Remirro de Orco uomo crudele ed espedito, al quale dette plenissima potestà. Costui in poco tempo la ridusse pacifica e unita, con grandissima reputazione. Di poi iudicò el duca non essere necessario sí eccessiva autorità, perché dubitava non divenissi odiosa; e preposevi uno iudizio civile nel mezzo della provincia, con uno presidente eccellentissimo, dove ogni città vi aveva lo avvocato suo. E perché conosceva le rigorosità passate avergli generato qualche odio, per purgare li animi di quelli populi e guadagnarseli in tutto, volse monstrare che se crudeltà alcuna era seguita, non era causata da lui ma da la acerba natura del ministro. E presa sopra a questo occasione, lo fece, a Cesena, una mattina mettere in dua pezzi in su la piazza con uno pezzo di legno e uno coltello sanguinoso a canto, la ferocità del quale spettaculo fece quegli popoli in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi.

Dunque Borgia delega il potere sulla Romagna appena conquistata (prende Faenza nel 1501 e diventa duca della Romagna) a Remirro,  e lo nomina proprio luogotenente generale. Lo spagnolo amministra la giustizia in modo severissimo al posto del Valentino, il quale è attento a far sì che i compiti gravosi, le cose ‘di carico’, quelle che producono malcontento, siano fatte a opera non del ‘principe’ stesso, ma di delegati che se ne assumano la responsabilità. Una volta ristabilito con metodi ‘espediti’ l’ordine, per scaricare la responsabilità delle crudeltà perpetrate a Ramirro, il Valentino lo fa squartare in due pezzi e ne espone il cadavere al popolo romagnoso sulla pubblica piazza di Cesena nel 1502. Perché Machiavelli racconta questa storia, ritenendola “degna di notizia e da essere da altri imitata”? Naturalmente per esaltare la condotta del Valentino, la sua abilità nel ristabilire l’ordine tramite Ramirro e nel rendere, poco dopo, questi il capro espiatorio da sacrificare sulla pubblica piazza per non perdere il favore del popolo.

Dunque lasciate che le cose di carico vengano fatte da altri, se dovete preservare la reputazione. E al momento giusto, voltate le spalle agli esecutori, prendendovi il merito di aver riportato l’ordine, ma lasciando agli altri la colpa di aver usato la mano pesante.

In questi giorni di presentazione della manovra finanziaria, il governo applica il “principio di Ramirro” almeno in due casi. Innanzi tutto, gli enti locali. La manovra taglierebbe 4 miliardi di euro dalle regioni, 1,2 dai comuni e 1 miliardo dalle province — che non esistono (…), ma evidentemente costano. Poi ci sono i ministeri. Il presidente del consiglio tempo fa aveva furbescamente evitato di fare tagli direttamente, ma aveva chiesto a ogni ministro di presentare la propria spending review. Oggi i maggiori tagli sono attesi su lavoro e istruzione. Ma è nelle parole di Pier Carlo Padoan che si scorge l’operatività del principio di Ramirro: “Le regioni aumenteranno il loro prelievo? Può darsi – ha precisato il ministro – Ma c’è sempre un appostamento di risorse a fronte di un aumento del prelievo e poi saranno i cittadini a giudicare” (La Repubblica). Saranno i cittadini a giudicare. Ma i cittadini giudicheranno chi ha fatto i tagli, non chi gli ha chiesto di (o li ha costretti a) farli.

A cosa serve il sindacato

Camusso 1000x360Il modo con cui Renzi affronta la questione “lavoro” denuncia tre cose. La prima è la furbizia del premier, impegnato ad accusare gli altri di essere i portatori di vecchie ideologie novecentesche e ad affermare che la battaglia sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sarebbe una battaglia “ideologica”. A parte che, come molti hanno notato, se quella attorno all’art. 18 è una battaglia ideologica, perché questo premier sedicente post-ideologico ci investe tante energie? Non sarà che il suo intento è proprio di portare la minoranza del partito di cui è segretario a uno scontro ideologico sui “principi”, piuttosto che sulle “misure concrete”? Perché l’impressione che se ne ricava è proprio quella, di voler “spezzare le reni” ai “gufi”, di voler portare allo scoperto, con un pretesto, i “rottamati”, di cucirgli addosso (complici questi ultimi, caduti in pieno nel tranello) l’abito dei vecchi arnesi novecenteschi. Eppure non c’è posizione più ideologica di questa. E sia detto a scanso di equivoci: qui non si tratta di difendere i “vecchi arnesi”, oppure di parteggiare per la cosiddetta “minoranza” Pd, poiché la minoranza Pd è una carriera, e poiché le accuse che le vengono mosse non sono del tutto fuori bersaglio quanto alla capacità di cogliere la modernità politica che ci sta davanti e che ci sfida. Il dibattito interno al Pd non è poi così appassionante, non sono appassionanti i regolamenti di conti. Mi appassiona di più capire cosa il premier intende per “ideologia”, e come ciò si colloca dentro la sua visione della politica. Baudelaire diceva che il miglior trucco del diavolo è far credere di non esistere. A una posizione che si bolla come ideologica non si contrappone il vuoto virtuoso delle misure concrete, ma un’altra ideologia, solo più forte, solo vincente. A chi legge il compito di scoprire di quale ideologia si tratti. La seconda è la concezione della democrazia come immediatezza. Renzi non si rivolge al parlamento, ritenuto una sorta di porto delle nebbie in un mondo che invece richiede la velocità dei social network. Renzi parla direttamente alla nazione, e lo fa per l’appunto su Internet, versione 2.0 dei messaggi videoregistrati con la calza sull’obiettivo. La camicia bianca e le maniche arrotolate sono giochini degli spin doctors, simboli delle alacri giornate del premier che “è pieno di energia”, che si rimbocca le maniche, che non ha tempo da perdere con le istituzioni rispettabili come si rispetta un vecchio nonnino a cui si dà un buffetto sulla guancia mentre dice banalità d’antan. Naturalmente per questo, ma anche per il punto precedente e per quello che seguirà, non si tratta di una specificità dell’attuale presidente del consiglio. Quando lo Zeitgeist si incarna, fa dei begli scherzi: Renzi è il portatore di un’ideologia decisionista, fintamente pragmatista, presuntamente post-ideologica, che aveva già avuto modo di dar prova di sé in esperienze politiche che lo hanno preceduto, massime nel berlusconismo, del quale molti ritengono sia l’erede legittimo (sebbene qui il dictum marxiano sia rovesciato: la storia si ripete, ma la prima volta in farsa, la seconda in tragedia). Si pensi, ancora, alla cosiddetta commissione dei “saggi” nominata da Napolitano con finalità eversive, e che annoverava “ingenui” difensori del parlamentarismo poi dimessisi dopo aver squarciato (chissà come e perché) il velo. Certo quest’idea della democrazia come immediatezza nasce e cresce nella crisi della rappresentanza, ed è dunque una caratteristica della modernità politica. Ma non è, al contrario delle seppur sgangherate e forse irriflesse proposte del M5S (anche lì lo Zeitgeist si è divertito…), il risultato di un ripensamento profondamente critico della democrazia rappresentativa a favore della democrazia diretta. Insomma, non è la riflessione filosofica (tanto in odio al premier, che per bollare di inutilità un consesso lo definisce “filosofico”) sul rapporto tra Hamilton e Brutus. Quando i padri della Rivoluzione americana dovettero discutere quale modello di democrazia fosse più adatto a un grande paese, decisero – contro le tesi, appunto, dello pseudonimo Brutus (quanto mai indicativo nel suo essere da sempre caro alle tendenze monarcomache) – che la democrazia rappresentativa sarebbe stata la migliore scelta, e misero in soffitta la democrazia diretta degli Ateniesi. Ma adesso siamo di fronte non alle rivendicazioni del democratismo radicale, non alla reviviscenza di Brutus, quanto piuttosto al riaffacciarsi di un filone mai domo del pensiero politico, quello dell’uomo solo al comando, dotato di un consenso diretto della folla che lo acclama e che gli permette di saltare tutti i passaggi, di esautorare i corpi intermedi, che gli consente di intendersi col “suo” popolo con un cenno del capo (o con un tweet). Bando alle ciance, voi chiacchierate di filosofia, io decido, è il messaggio del premier. Che poi questo accada davvero, è tutto da vedere (finora i risultati sono assai deludenti). E posto che la decisione non mediata sia garanzia di efficienza ed efficacia delle decisioni prese (cosa tutt’altro che dimostrata: Tremonti si vantava di varare la legge di stabilità in 5 minuti…). E poi, anche se lo fosse (efficace), saremmo disposti a sacrificare la discussione democratica e la sua congenita “lentezza” sull’altare della performance? Certo, quando è troppo è troppo, e la discussione estenua: ma si può trovare un punto intermedio, che sia un punto politico e non emotivo. Terza è la concezione del rapporto coi lavoratori e con il sindacato. Questo terzo aspetto ha molto a che fare con il secondo: Renzi tratta direttamente coi lavoratori, dice. Salta l’idea di rappresentanza, ma non – come si diceva – per accedere a una più diretta forma di consultazione popolare, bensì perché interpreta direttamente, in comunanza spirituale, il volere intimo del Popolo. “La gente è con me, non con i sindacati”, è lo slogan di queste ore (ma il refrain è vecchio). Si potrebbero sollevare questioni quanto all’accertabilità empirica di questo consenso (con quali lavoratori ha parlato Renzi? Con chi ha “direttamente” trattato?), ma il problema non sarebbe neanche quello. Il problema è che il nostro è un sistema parlamentare e, più in generale, un sistema democratico fondato sulla rappresentanza. Quando Renzi propone di stornare il tfr direttamente in busta paga, egli afferma di avere i lavoratori dalla propria parte. Sono anche disposto a crederci. Ma questa è una versione irrazionalista della politica e della democrazia, una versione spiritualista, in una parola: di destra. Infatti a cosa serve la rappresentanza, anche la rappresentanza politica? A portare gli interessi di gruppo dentro una discussione razionale (per quanto possibile, ché a questo punto mi pare che la razionalità in politica sia una pia illusione) che non fondi le decisioni sugli umori immediati. La mediazione è ragionamento a bocce ferme, e – diciamolo senza paura – la rappresentanza ha anche la funzione di guidare, di suggerire soluzioni migliori. Rappresentare non significa rispondere tout court agli input che derivano dai rappresentati (in quel caso, a cosa servirebbe la rappresentanza? Meglio la democrazia diretta, che peraltro è un’idea affatto balzana; oppure il mandato imperativo, che però è altra cosa), ma anche provare a fare vedere a questi ultimi vie e soluzioni che essi stessi non avevano visto. O che non potevano vedere perché assediati da altre esigenze. In altre parole, se chiedi ai lavoratori se vogliono il tfr direttamente in busta paga, ci sta benissimo che ti dicano di sì (del resto indagini demoscopiche dimostrano che la maggioranza sarebbe a favore di una dittatura decisionista per la “soluzione dei problemi”). Forse però quel sì è dovuto al bisogno che le famiglie hanno di liquidità. E non liquidità per i lussi e gli sfizi, ma soldi da buttare in quel buco nero che è diventata la vita quotidiana in tempo di crisi. Il tfr, così come sta succedendo per i famosi 80 euro, andrebbe a finire in un pozzo senza fondo di crescente disagio economico, dilapidando un gruzzolo che il lavoratore preso dal collo potrebbe volere ora (maledetto e subito) piuttosto che in tempo futuro (“poi si vedrà”). Peraltro la spiegazione di questa proposta è duplice: una, che risulta essere quella “nobile”, è ideologica, e ha a che fare con una concezione turbo-liberista secondo cui i soldi del tfr sono già soldi dei lavoratori e non si capisce perché non gli debbano essere versati in busta paga; l’altra, più terra terra, ha a che fare con il bisogno spasmodico di rilanciare i consumi, affrontato tuttavia con ricette non strutturali, avventuriste (per tacere della fattibilità della soluzione per le casse delle aziende). Il sindacato allora serve a mediare tra la chiamata emotiva e le ragioni dei diritti e dell’economia. E non perché i lavoratori siano bambini che «non possono rappresentarsi, sono un sacco di patate» (giusto per citare il Marx del Diciotto Brumaio a proposito dei contadini), ma perché la rappresentanza è – dovrebbe essere – la possibilità di sedersi a un tavolo senza avere il cappio al collo (o l’acqua alla gola). È dunque per tutto questo che – se, di nuovo, non vogliamo ripensare forme di democrazia diretta – urgono riforme che abbiano come obiettivo la rappresentanza, sia quella politica che quella sindacale. Quest’ultima dovrebbe essere una battaglia dello stesso sindacato, in modo che non gli si rinfacci di non rappresentare nessuno, in modo che non gli si dica che è un corpo intermedio che si può bellamente saltare per costruire un legame emotivo diretto con le masse. Buone norme sulla rappresentanza sono garanzia in primis dei rappresentanti, i quali potranno opporre una vera legittimazione a chi vuole liquidarli. E la rappresentanza significa rappresentanza di tutti, anche di quell’enorme numero di precari che il sindacato è stato accusato (a ragione) di non considerare. Perché se l’attacco al sindacato è sgangherato e iper-ideologico, se ricalca la peggiore propaganda berlusconiana (la quale attinge a una certa insofferenza socialista e craxiana, peraltro), è pur vero che ragioni di critica per il sindacato ve ne sono, e molte. Altrimenti la propaganda non basterebbe. La propaganda serve a estendere e amplificare vizi e difetti che, seppure in tono minore, sono già percepiti nettamente dall’opinione pubblica. Certo conservatore, certo corporativo, il sindacato ha bisogno di scrollarsi di dosso la patina di vecchio retaggio novecentesco che un po’ ha (ma andrà pur detto che il Novecento non è stato negato e superato in una nuova fase, ma chiede ancora di essere ‘chiuso’ attraverso una più completa affermazione dei diritti, mentre la strada intrapresa è ancora una volta quella di un salto a piè pari, senza Aufhebung, diciamo). Solo così si potrà tamponare la deriva populista dell’appello alle folle.

[Questo articolo è apparso sulla rivista “Scenari” del 3 ottobre 2014 col medesimo titolo]

Rodotà ieri e oggi

1914717575Matteo Renzi e i suoi sono impegnati pancia a terra al fine di ‘portare a casa’ le ‘riforme’. A parte che qualcuno prima o poi dovrà occuparsi di questo gergo metaforico davvero insopportabile, questo impegno richiede uomini e mezzi. E così ‘scendono in campo’ (per stare all’insopportabile jargon) in una inedita coppia Il Foglio di Giuliano Ferrara (con Claudio Cerasa) e il costituzionalista renziano Stefano Ceccanti. Quest’ultimo rilancia un articolo di Stefano Brogi sul blog Landino nel quale l’autore, un vero cacciatore di reperti, segnala una proposta di legge costituzionale firmata anche da Stefano Rodotà (con Bassanini, Barbato, e altri) e presentata il 16 gennaio del 1985. E cosa si dice in quella proposta? La scoperta dei nostri Indiana Jones ha dell’incredibile: Rodotà e gli altri proponevano un monocameralismo puro! Abolizione TO-TA-LE! Senato Kaputt!

Ahi ahi ahi, Rodotà! Che incoerente! Oggi dici che la proposta di una sorta di Senato delle regioni avanzata da Renzi è roba da svolta autoritaria, ieri (sic) eri per far fuori Senato e senatori. Allora dillo, Ro-do-tà-tà-tà, che ce l’hai con Renzi! Dillo che non sopporti il Rottamatore di Rignano, l’uomo che toserà i parrucconi, il vitalistico leader dalla promessa facile (e dalla copertura difficile).

Tuttavia, a Ceccanti-Cerasa e agli altri relic hunters sarebbe bastata un’occhiata un tantino più approfondita al testo della proposta ‘Rodotà’, e magari anche una scorsa un po’ meno lardellata dell’appello di Libertà e Giustizia.

Infatti, la proposta ‘giacobina’ dell”85 propone sì il monocameralismo puro, ovvero l’abolizione totale del Senato, ma per uno scopo diametralmente opposto a quello che Renzi (e prima di lui Berlusconi) ha in mente. Mentre infatti Renzi — che è bene ricordalo, perché tornerà utile nel ragionamento, è il terzo premier ‘non espressione del voto’ dopo Monti e Letta — intende con questa riforma rendere l’esecutivo più stabile e meno dipendente dai ‘lacci e lacciuoli’ (l’espressione è, non a caso, berlusconiana) di un parlamentarismo ormai percepito come una zavorra alla speditezza delle decisioni del premier, la proposta ‘Rodotà’ andava nel senso contrario: lo scopo era di imbrigliare ancor di più l’esecutivo, di rafforzare la rappresentanza, di sottoporre in modo più netto il governo al parlamento.

Lo scopo della proposta dell”85 era di evitare che la disarticolazione della rappresentanza in due istanze lasciasse spazi all’esecutivo, spazi arbitrari, nei quali si costituisse una “forma non legale di ulteriore pluspotere rispetto all’organo rappresentativo e alla società rappresentata”. Va in questa stessa direzione, a corroborare la lettura continuista, la critica che in quella proposta si muove con riferimento all’ipotesi di un Senato delle autonomie (ciò che Renzi oggi propugna). Questo infatti, stante la sua natura di organo rappresentativo, non è pensabile come risultato di elezioni ‘mediate’, filtrate, di secondo livello (voto alle regionali e il mio voto si riverbera sulla scelta dei senatori). Tanto più che una parte dei senatori del ‘nuovo’ Senato non sarebbe neanche elettiva, ma di nomina ‘regia’.

Qual è dunque il focus delle tesi di Rodotà di allora e dell’appello di Libertà e Giustizia di oggi? Allora come oggi, la tesi è la stessa: la critica al progressivo svuotamento della rappresentanza a favore di un esecutivo ‘potenziato’ e sempre più slegato dai vincoli del parlamentarismo. Ovvero la critica all’idea che il parlamento sia un handicap che frenerebbe la velocità con cui il governo deve rispondere alle questioni concrete.

Ora, si può concordare o meno su quest’ultima ricostruzione (che ‘stranamente’ è quella di JP Morgan, principale indiziato come colpevole della crisi mondiale attuale). Ma una cosa è certa: i parlamenti sono organi vitali della democrazia costituzionale e — per l’appunto — parlamentare. Il decisionismo non è una prospettiva democratica, ma insiste su suggestioni autocratiche e destrorse nelle quali il capo, forte di un consenso ‘sondocratico’ e di una rappresentanza tutto sommato plebiscitaria che si esprime con un sì o con un no, laddove il no è solo un caso di scuola, decide e viene seguito dal popolo.

Ma la democrazia ha un costo. Se vogliamo la rappresentanza, se vogliamo un governo che risponda agli eletti (possibilmente con una legge decente: eletti, non nominati) che parlano in nome  e per conto della nazione, dobbiamo tenerci i parlamenti.

E invece non solo il parlamento viene svuotato delle proprie prerogative, ma la rappresentanza viene umiliata attraverso prima una legge elettorale dichiarata addirittura incostituzionale dall Corte costituzionale, poi con l’Italicum che è una cura peggiore del male, una toppa più larga del buco, e che non sana alcun vizio del Porcellum, promettendo di regalarci ancora un parlamento di nominati.

Ed è in questa direzione che vanno le critiche di Rodotà di allora: “La questione istituzionale è, in realtà, soprattutto questione di legittimazione, […] di incentivazione delle potenzialità democratiche della Nazione”. E il piano dell’efficienza — oggi così tanto invocato per giustificare la critica ai parlamenti — non può essere disgiunto, dicono Rodotà e gli altri, da quello della legittimazione. Insomma, già nell”85 Rodotà tuonava contro l’idea che l’efficienza delle decisioni (pur importante, tanto che la sua proposta era di abolire completamente il Senato) fosse disgiunta dalla legittimazione popolare e dall’impulso decisivo del parlamento.

L’appello di Libertà e Giustizia dice le stesse cose: il punto non è la riforma — che peraltro, occorre dirlo, è penosa; il punto non è la giusta esigenza di efficienza e rapidità; il punto è lo svuotamento della rappresentanza. Allora come oggi.

Eppure non ci voleva una laurea in paleografia per capirlo.

Decisionismo a sinistra

10686La parola del mese è decisionismo. Gad Lerner ne ha parlato sul suo blog a proposito del decisionismo di Craxi scimmiottato, a suo dire, dal giovane leader del Partito democratico Matteo Renzi. Obama nel discorso sullo “Stato dell’Unione” ha affermato che deciderà da solo se la mancanza di accordi bipartisan tra conservatori e democratici bloccherà la sua azione  (ma lì siamo in un contesto presidenzialista in cui il capo decide davvero, e molto, anche come commander in chief delle forze armate). Nell’ambito filosofico-politico il decisionismo è associato al nome di un giurista e teorico della politica molto controverso che risponde al nome di Carl Schmitt. Quest’ultimo è stato di recente citato in un contesto popolare come la trasmissione televisiva Piazzapulita dal raffinato Carlo Freccero. Il discorso, manco a dirlo, riguardava sempre Renzi e la sua ricorrente affermazione secondo cui la legittimazione popolare lo autorizzerebbe a prendere ‘decisioni’ in nome di tre milioni di votanti alle primarie del suo partito. Freccero ha citato il saggio di Schmitt del 1932 Legalità e legittimità in cui, ha sostenuto, si dice “che chi è eletto dal popolo ha il diritto di fare quello che vuole”. Si tratta evidentemente di un tema che scotta. Il sommo giurista del Reich (ebbe la tessera n. 2.098.860 del partito di Hitler, e sostenne che l’azione del Führer non era sottosta alla giustizia, essendo essa stessa la “giustizia suprema”) è uno dei maestri occulti del ‘900, secolo che ha percorso con alterne fortune, anche a rischio della propria vita. Schmitt fu infatti presidente dei giuristi nazionalsocialisti ma poi, inviso al regime, visse anni di isolamento e dopo la guerra fu catturato da parte delle forze alleate, che lo tennero in prigione. Il tutto finì con un non luogo a procedere, e Schmitt scrisse in proposito un libretto, Ex captivitate salus, mentre nel suo diario privato, il Glossarium, riversava il suo livore contro gli ebrei. Il filosofo Alexandre Kojève, altro ambiguo e affascinante personaggio del Novecento, disse all’ebreo Jacob Taubes che l’unico con cui valesse la pena parlare in Germania era Carl Schmitt. Schmitt comincia a occuparsi del problema della decisione già negli anni ’10 del secolo scorso. La celeberrima formula legata alla figura di Schmitt è quella che riguarda la domanda “chi è il sovrano?”: il sovrano è colui che decide lo stato di eccezione. Lo stato di eccezione è quella particolare figura giuridica che prevede la sospensione dell’ordine al fine di far fronte a una situazione straordinaria che richiede poteri speciali, possibile soltanto attraverso la sospensione per l’appunto del diritto stesso. In questo senso, la decisione è dentro e fuori dal diritto, è dentro e fuori al contempo dal potere costituito: è una sporgenza del potere costituente. Si tratta, si direbbe, di una auto-immunizzazione. Il pensiero di questo autore dunque ruota attorno all’idea di una decisione non vincolata dai lacci e lacciuoli del parlamentarismo, di cui lo stesso ci fornisce un quadro critico all’indomani della Repubblica di Weimar. La fiducia illuministica nella visibilità del potere politico che si manifesta nelle aule del Parlamento era per Schmitt da rigettare. Inoltre il parlamentarismo secondo Schmitt produceva la sovrapposizione perfetta tra legalità e legittimità, in cui lo Stato è il produttore del diritto, e il diritto positivo (dunque prodotto dallo Stato: l’elemento ‘legale’) è per ciò stesso il diritto ‘legittimo’, che non ha bisogno di alcun fondamento esterno. Nel suo libro sulla Dittatura Schmitt aveva teorizzato la forma di adesione plebiscitaria, per alzata di mano, con un sì o con un no (laddove il ‘no’ era una mera eventualità di scuola), al potere sovrano. Altro che dialettica parlamentare: prendere o lasciare! Inoltre egli sostenne che la politica vive della distinzione amico/nemico, di contro al suo grande avversario novecentesco, il giurista ceco Hans Kelsen, sostenitore della democrazia come compromesso. In realtà, il decisionismo è una retorica, è il compromesso l’elemento che denota il politico. Solo che se nella sua accezione nobile esso è accordo alla luce del sole raggiunto in Parlamento, oggi dietro il paravento del decisionismo si nasconde un compromesso prima e fuori dalle assise rappresentative.

Pare evidente che la figura oscura di Carl Schmitt, autore tutt’oggi controverso e al centro di numerosi studi, evochi e nutra le culture della destra politica. Nonostante ciò egli ha esercitato una strana e per certi versi affascinante e tutta da studiare forma di fascinazione nei confronti della sinistra. Franz Haas, in un articolo apparso qualche tempo fa su Belfagor, ricorda questa fascinazione, irridendola, e nomina la triade che aveva “conquistato i cuori dei comunisti pentiti”: Heidegger, Jünger, lo stesso Schmitt.

Il sultanato

Prima Repubblica: al voto con sistema proporzionale, una volta in parlamento le forze politiche si mettevano d’accordo e andavano alle consultazione con il presidente della Repubblica presentando un accordo e il nome di un premier;

Seconda Repubblica: tra voto referendario, cambiamento del sistema elettorale, bipolarismo, uninominale, le forze politiche si presentavano in coalizione (in due blocchi contrapposti, in sostanza) con un candidato premier, indicato dunque prima delle elezioni; da questa indicazione il presidente della Repubblica non poteva prescindere, essendo mutato il quadro della Costituzione materiale alla luce degli eventi prima elencati (ché altrimenti nella Costituzione l’unica indicazione su questi temi è che il presidente della Repubblica dà l’incarico al presidente del consiglio, non prediligendo la Carta nessuno dei sistemi indicati);

Terza Repubblica: si delinea l’ipotesi, da Monti in poi, che il presidente della Repubblica, andando oltre le proprie prerogative per come erano state delineate nella seconda Repubblica, possa assieme alle forze politiche superare il dato elettorale (che peraltro alle ultime elezioni era piuttosto confuso) in nome di un presunto stato di eccezione (la crisi economica, il semestre di presidenza…) che richiede l’uso di poteri eccezionali. Tra questi poteri eccezionali ci sarebbe anche quella manovra che comporta il passaggio dalla seconda alla terza Repubbica, poiché mentre il passaggio dalla prima alla seconda era stato legittimato da numerosi fattori, non ultima una forte opinione pubblica che si era fatta sentire non solo nelle piazze e sui giornali ma anche nella firma e poi nel voto delle inziative referendarie, ma anche la riorganizzazione (forzata?) delle forze politiche e partitiche dopo Tangentopoli, pare proprio che questo passaggio dalla seconda alla terza sia un’operazione totalmente topdown, con il presidente della Repubblica come regista.

Aggiunta 15.02.2014: aggiungo alla mia interpretazione del ruolo del presidente della Repubblica nella Seconda Repubblica alcune voci autorevoli:
“esempi attuali di regole convenzionali nascono dal sistema dei partiti, dai loro rapporti e dalla loro influenza sul funzionamento degli organi costituzionali, i quali, ove siano organi politici in senso stretto, non sono altro che il luogo di espressione dei partiti e dei loro rapporti. Si può ricordare in proposito il ruolo delle convenzioni costituzionali nella fase della formazione dei governi, che ha NOTEVOLMENTE RIDOTTO IL RUOLO AUTONOMO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA” (G. Zagrebelsky, Manuale di diritto costituzionale, p. 273).
“il passaggio dalla legge elettorale proporzionale a quella maggioritaria, e da ultimo il ritorno a un sistema proporzionale ma con premio di maggioranza, hanno INTRODOTTO DE FACTO UN VINCOLO PER IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, NEL SENSO CHE LA NOMINA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DOVREBBE CADERE NATURALMENTE SUL LEADER DELLO SCHIERAMENTO POLITICO-ELETTORALE RISULTATO VINCITORE DELLE ELEZIONI” (t. martines, diritto costituzionale, p. 235)
Meno autorevolmente: Treccani “Sulla base delle consultazioni, il Presidente della Repubblica è in grado di conferire a un soggetto l’incarico (talora il preincarico) di formare il nuovo Governo, che viene generalmente accettato con riserva dalla persona designata. […] Va detto, comunque, che alcune di queste regole non scritte sono state modificate a seguito del cambio di sistema elettorale avvenuto a partire dall’ultimo decennio del Novecento (Elezioni), che, accentuando la struttura bipolare delle forze politiche, ha determinato una semplificazione della fase delle consultazioni e dell’incarico.”;